Concerti Genova Martedì 18 marzo 2008

Daniele Sepe canta i Bee Gees in latino

Genova - Il bello dei CD di Daniele Sepe (e delle molteplici carovane che trascina a sé) sta in una sorta di rinnovata e continua sorpresa. Soprattutto piacevole perché l'imprevisto si fa “classe” e viceversa.
È di qualche mese fa la recensione a Suonarne 1 x educarne 100, benché il CD sia del 2006, però il risultato non cambia, quando determinati lavori lasciano il segno.

Sepe, nel frattempo, sempre accompagnato dalla fedele Rote Jazz Fraktion, ha continuato ad esplorare territori sonori alternativi e ha finito (ma è solo l'inizio…) per imbattersi nella musica antica (antica passione). Quella dei saltarelli o delle cantigas iberiche. Si è immerso nei labirinti non lontani dai Carmina Burana, prendendo anche il largo sul mediterraneo mare delle ballate tra oriente e occidente. Non da solo ma con specialisti del settore, l'Ensemble Micrologus, animato dal musicista umbro Adolfo Broegg, un tempo in forza con la band progressive L'Estate di San Martino e scomparso prematuramente nel 2006. Alla memoria di questo – purtroppo – poco noto (se non agli addetti ai lavori) artista, Daniele Sepe ha voluto dedicare Kronomakia pubblicato di recente da Il Manifesto.

Kronomakia ovvero “battaglia del tempo” ed è così, perché funky, jazz e rock scorgono una curiosa mediazione con composizioni che si perdono nella notte dei tempi. La copertina sa già di sintesi, santi con chitarre elettriche e sassofoni. È il Medioevo arabo-gotico che, con i suoi oud, vielle, ribeche, mandole e cennamelle, si incontra con pulsanti sezioni ritmiche e fiati black. Un mosaico anche multietnico in quanto spalmato omogeneamente su una plurisecolare timeline.
Saltarello III, posto in apertura e agitato dalla febbre alta della contaminazione, è una bordata piena di vita che, come nota di bordone, si mantiene per tutto il disco. Vite perdite, sull’attualissimo testo di Tacito, già registrata nell’album omonimo del '93, è riproposta in una chiave zappiana, prossima a Peaches in Regalia.

Imperdibile La Manfredina che, da danza italiana del Trecento, grazie al clarinetto, si trasforma, in una sorta di lamento balcanico (avete presente i miroloi dell’Epiro?) su una trama fusion. In Ut solis radium una chitarra riverberata alla Police avvolge la vocalità gregoriana del coro in un indovinato reggae che, in realtà (da quanto si evince dalle note), sarebbe una lenta sardana.
E si chiude con tanta ironia: Vivimus, che inizia in maniera inconfondibilmente “antiqua”, getta la maschera, dopo poche battute: si tratta di Stayin’ Alive dei Bee Gees ma cantanta in latino. E sempre nella lingua di Cicerone, basata su “canone di oscure origine”, una traccia ispirata a “un famoso brano di un importante gruppo britannico”. Norwegian Wood dei Beatles, la versione più quieta che si possa immaginare, rilassante anche senza il sitar, suggestiva per merito del sax di Sepe. Tra Pat Metheny e Creuza de mä.

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