Concerti Genova Mercoledì 20 febbraio 2008

Paolo Ficai: Genova non può stare ferma

Il nostro articolo sulla ha innescato un dibattito sulla movida, e sulla mancanza di spazi dedicati alla musica a Genova. Vari interventi si sono succeduti: da a , dal cantautore a , , fino a , e di nuovo . Sono intervenuti anche , e , dell'associazione Onde Sonore e , , .
Stimolati dalla discussione, abbiamo anche rievocato la movida di una volta con un articolo sul di Claudio Pozzani.

Oggi la parola passa a Paolo Ficai, che da una ventina d'anni si occupa di gestire eventi musicali a Genova e dintorni.

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Genova - Gli faccio leggere un'intervista uscita su una fanzine in cui lo definiscono "il più grosso organizzatore di concerti a Genova". Lui ride: «Sì, grosso, è vero». Paolo Ficai - pegliese doc, quarant'anni compiuti da poco, laurea in Economia - organizza serate da circa vent'anni: prima le discoteche, i live nei locali cittadini - Palace, Nessundorma, Eccentrica, etc, etc - con il gruppo di 5 sacchi e poi Fottitopo. Dopo, la gestione di posti come Balcone, Fitzcarraldo, Milk, Banano Tsunami. Circa 1.500 concerti in 15 anni, realizzati insieme al suo gruppo: Alessandro Boasio, Andrea Calcagno, Stefano Castiglione, Pierpaolo Cozzolino, Romina Leardi, Filippo Quaglia, Enrico Reboscio. Insomma, i numeri ci sono, anche se lui preferisce rimanere rimanere sempre un po' defilato.

La passione per la musica nasce dalla fine degli anni Settanta: «c'era la new wave, lo ska, gli Specials e i Madness, le cassettine sminchiate, la rivista Rockerilla (Rumore non era ancora nato). Ogni tanto qualcuno andava a Londra o Milano e tornava con le novità. Era un evento». Senza Mtv, né mp3, la gente si muoveva per andare ai concerti: «e soprattutto non c'erano tante distinzioni di genere. Si andava a vedere gruppi che non si conoscevano nemmeno, e magari ci si innamorava. È successo quando ho portato un gruppo di amici a vedere Les Negresses Vertes. Oggi, al contrario, ci sono molti fanatici, che magari hanno scaricato tutto di un musicista, e poi non lo vanno a vedere dal vivo».

Dal periodo d'oro delle disco - «era un gioco, ma funzionava, riempivo le sale», dice - al Nessundorma, dove tra gli altri suonarono Afterhours, Krisma e Fratelli di Soledad. Il tuo concerto più bello? «Non lo so, non li vedo quasi mai. Sono sempre in ansia, giro di qua e di là per controllare che tutto vada bene. È successo più volte che sia andato a un concerto di un musicista altrove, dopo averlo portato a Genova. Comunque, dico i Blonde Redhead, nel 1995». E da spettatore? «I Clash nell'85 al Palasport, e i CCCP ad una Festa dell'Unità»

Dopo il Fitz, «un locale particolare, difficile», arriva quella che sarà la casa del gruppo, il Milk: «per la prima volta non avevamo a che fare con dei gestori, eravamo noi alla guida». Il club - giunto alla sesta stagione - diventa presto un punto di riferimento della movida genovese. Nel frattempo nascono Play e Milk Out, che portano migliaia di persone a ballare nel Parco della Lanterna. Ma in generale quelli organizzati dal gruppo sono eventi di dimensioni medio-piccole: «Non ci interessano le cose in grande, locali da duemila persone o il concerto allo stadio. Preferiamo mantenere un rapporto anche umano con la gente. E poi questa dimensione ti permette di fare qualche scelta in più».

Cosa ne pensi della movida oggi? «Quando è iniziata i presupposti erano entusiasmanti, ha recuperato una parte bellissima della città. Ma ha portato anche squilibri tra chi frequenta i vicoli e chi ci abita. Io stesso ho partecipato ad alcune iniziative per spiegare ai ragazzi che il centro storico è un quartiere, non un parco giochi. Non solo, tanti locali hanno aperto e chiuso dopo poco. Ora sarebbe importante capire con chiarezza quale direzione vogliono prendere le istituzioni».
E per quando riguarda la musica? «I concerti che organizzavamo negli anni Novanta facevano numeri che oggi sarebbero impensabili - dice - il DLF, poi, è stata una delusione per tutti, sembrava il posto perfetto (ha chiuso per problemi con il vicinato n.d.r.). Il messaggio che dovrebbe passare oggi è che un luogo per la musica fa cultura allo stesso modo di un teatro».
Ci vuole il sostegno delle istituzioni? «A me non piace mugugnare, ma credo sia indispensabile per proporre un certo tipo di offerta. In Francia mi dicono che funziona così».
Si parla di trovare un luogo fisso in città, una sala polivalente. Cosa ne pensi? «È una buona idea, una base per proporre una programmazione costante. Può funzionare, ma solo con un patto chiaro tra tutte le realtà che intendono utilizzarla».
Secondo te è finito un ciclo a Genova? «In queste cose i cicli esistono, non si può pensare di aver inventato la formula eterna. È così per la movida, ma anche per il Capodanno, per la Notte Bianca. Bisogna sempre rinnovarsi, trovare idee nuove, non stare fermi».

Dove ti vedi tra dieci anni? «Mi piace quello che faccio, non mi pongo troppe domande. So solo che non riesco ad immaginarmi a lavorare fermo in un ufficio». Poi mi racconta di un appuntamento fisso che si riserva tutti gli anni, un po' per lavoro, un po' per piacere. «Io e un mio amico d'infanzia andiamo al Sonar Festival di Barcellona: un'immensa fiera dell'elettronica dove migliaia di ragazzi si sballano, ma quasi mai succedono casini. Giriamo come due marziani in questa folla. Ti posso assicurare che far arrivare le sette del mattino, da sani, non è per nulla facile». Questa cosa mi fa molto ridere, e anche se non è così, Paolo alle sette del mattino al Sonar me lo immagino proprio come nella foto che vedete sopra.

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