Concerti Genova Mercoledì 30 gennaio 2008

Musica rinascimentale alla GOG

Una vera chicca, il concerto di lunedì sera, 28 gennaio 2008, alla . Dopo i fuochi artificiali di quest’autunno, con mostri sacri come , , , e il concerto appassionante di lo scorso 14 gennaio, la storica società di concerti genovese ha proposto al suo affezionato pubblico una "finestra musicale" rara e quanto mai suggestiva: le Lagrime di San Pietro di Orlando di Lasso (1532–1594), uno dei maestri sommi della polifonia vocale del Cinquecento.
Uomo dalla personalità affascinante e complessa, che oggi definiremmo "di mondo", fu preda negli ultimi anni di una crisi mistico-religiosa che lo portò a dedicarsi alla musica sacra, di cui le Lagrime – una raccolta di 20 madrigali in testo italiano più l’ultimo in latino, da cantarsi a 8 voci – costituiscono l’esito musicale più significativo. I testi riflettono infatti sulla caducità del genere umano, sull’infedeltà, sul dolore, sul mistero di Cristo, sul come Pietro abbia potuto rinnegare il suo maestro.

Naturalmente, ascoltare oggi un capolavoro dell’ultimo Rinascimento non è semplicissimo, e dunque fondamentale risulta la figura dell’interprete: in questo senso un valore aggiunto impressionante l’ha recato al concerto proprio il Collegium Vocale Gent e il suo direttore, Philippe Herreweghe. Il quale prima dell’inizio ha incontrato i giornalisti per una breve conferenza stampa per parlare della sua lettura di questo brano musicale e del suo rapporto con Orlando di Lasso.
Diciamo subito che quello che colpisce è l’analisi introspettiva che Herreweghe è riuscito a fare, visti anche i suoi studi di medicina e psichiatria che precedono la sua attività di musicista: e quindi eccolo bel bello chiacchierare di Orlando come di un «maniaco depressivo, che esce da un silenzio che durava da anni con le Lagrime di San Pietro, che per me sono uno dei capolavori assoluti della musica di tutti i tempi, come lo è Piero della Francesca per la pittura».

Certo, un’esecuzione in un luogo sacro, una chiesa, un oratorio, ma anche un po’ più raccolto della grande sala del Carlo Felice, forse sarebbe stato più appropriato, ma comunque le voci che abbiamo ascoltato erano di una bellezza e di un fascino tale – c’era tutto: pulizia, nitore, intonazione, timbro – che a un certo punto tutto quel che c’era intorno a noi in sala è svanito. E allora non c’era più il moderno sipario tagliafuoco dietro ai cantanti, non c’erano più le file di poltrone rosse in platea, non c’erano più i riflettori, ma solo le armonie assolutamente fini a sé stesse di cui le voci del Collegium dirette da Herreweghe si sono fatte portatrici.
Un lascito sonoro solo apparentemente lontano, arcano, che in realtà, come tutta la grande arte, trascende spazio e tempo, e in ogni epoca ha sempre qualcosa da dire al cuore degli uomini. E per restituire tutto questo, chi meglio del dottor Herreweghe?

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