Concerti Genova Martedì 27 novembre 2007

Tre generazioni al live di Zucchero

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Genova - Nel momento esatto in cui il sipario si alza, il Vaillant Palace di Genova si trasforma in una House of Blues in piena regola: sormontato da uno scarabeo barocco, appollaiato su uno scranno imbottito, siede un cappellaio matto che, abbracciato alla sua chitarra, nelle due ore a seguire, porterà idealmente le migliaia di persone accorse ad ascoltarlo tra le strade di New Orleans, nelle balere della Bassa, nelle dancing halls alla foce del Mississippi.
ha festeggiato la centotreesima data del Fly World Tour in quel della Superba, registrando un tutto esaurito coi controfiocchi: tre generazioni (e qualche spicciolo) di fans, pronti a ripercorrere con l’Adelmo quasi trent'anni di fortunata carriera.
La tournée porta in giro i brani dell’album pubblicato l’anno scorso, Fly, ma capita a fagiolo per promuovere il greatest hits, All the Best, uscito nei negozi la settimana scorsa.

Al bando le critiche e le accuse di plagio mossegli nei lustri: qui c'è in ballo il divertimento sanguigno. Ed io mi ci ficco.
Scenografia fascinosa, punteggiata da flicorni d’ottone, grammofoni d’epoca, appendiabiti retrò, stampe old style, lampadari a goccia: un ambiente eclettico, in qualche modo perfino intimo, che ottimamente si sposa col funky e il blues del musicista emiliano.
Apertura soft, con quella Dune mosse duettata, ai tempi, col mostro sacro Miles Davis.
L’entrata in scena è ad effetto: i tendaggi, simili a ragnatele o a sottane strappate, si sollevano lentamente, accrescendo l’entusiasmo del pubblico. Vedo scene di sana isteria tra le prime file.
Si alternano trittici quasi spirituali (Il volo, Così celeste, Occhi), ad altri di vero delirio funky (Bacco perbacco, Un kilo, Cuba Libre), durante i quali è impensabile tenere i deretani al loro posto.
Diamante fa scivolare gli animi in uno stato di soffice sospensione, ma Baila, col suo groove indiavolato e le sfacciate rime ed allitterazioni (Dai chica, dai cocca, che lo sai, cocca, che questa sera qualche cosa ti tocca) rimette in gioco gambe e braccia: ovunque, vengono improvvisate coreografie, i visi sprizzano allegria. Compreso quello del Fornaciari: poche parole, molti Dio vi benedica!, grassi, grassissimi sorrisi, da parte sua. Regala gesti ammiccanti a tutti gli ordini di posti, dall’alto della sua panciona da amatore di pinte di bionda.
Quasi mi piglia un coccolone, quando lo sento gridare: «Voglio vederti ballare!». Avevo undici anni, quando uscì Oro, incenso e birra, il disco della sua definitiva svolta blues, e quel brano, Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle…, mi faceva letteralmente impazzire, anche se –ai tempi- quella strana espressione, strappamutande, non mi era propriamente chiara.
Qualche cover, tra cui Nel così blu, scritta in coppia con Pasquale Panella, su musiche dei Procol Harum, e la dolcissima Indaco dagli occhi del cielo, e poi scivolata libera sui brani più vecchi: A wonderful world, Con le mani, Diavolo in me, L’urlo.
Gli ottimi musicisti, bardati con giacche militari dagli alamari dorati, con tanto di dotatissima corista scosciata e imparruccata in stile Studio 54, gli reggono felicemente il gioco.
Esplosione di adrenalina su quello che fu uno slogan, in quel dei fluorescenti 80’s: Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica fece scalpore, vent’anni fa. Ora, è un brano liberatorio e casinista, ottimo per preparare gli astanti al bis finale.
Dopo Hey, man, ecco un tributo a Pavarotti, con cui –nel '92- scrisse a quattro mani un brano curioso e innovativo, quel Miserere che univa pop, classica e spirito blues in un connubio perfetto, benché espresso in poco più di tre minuti di esecuzione. Al termine del brano, lunghi applausi: Sugar giunge le mani, allenta il morso per un attimo. Ringrazia Genova per l’accoglienza calorosa, e regala una Per colpa di chi? alcolica e sguaiata, com’è giusto che sia.
Chiusura da brivido caldo, solo voce e piano, per un’esecuzione emozionante di You are so beautiful di Joe Cocker, di cui –negli anni- sta diventando quasi un clone, riccioli sudati compresi.
Che Dio ci perdoni!, esclama in chiusura: sacro e profano mischiati, nel solco della migliore tradizione meticcia, al sapore di lambrusco e rhum.

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