Concerti Genova Martedì 6 novembre 2007

I classici del rock anni '60 rivisitati

© Reinhold Kohl
Metti una sera a cena tre acquari e due zeneisi in un ristorante in riva alla città, qualche compleanno fa. E metti pure che i cinque siano legati dalla musica e dall’amicizia con un altro acquario, Fabrizio De André. Quasi per gioco decidono un “tutti per uno, uno per tutti” in nome del blues, di un certo passato rock che non vuol farsi nostalgia ma “ricreazione”. Un’occasione per riscoprire e godersela (quella musica). Il 3+2 (da un lato Franz Di Cioccio della , – già di PFM – e , fotografo di Faber, per l’occasione al basso; dall’altro il newtroll Vittorio De Scalzi e il bluesman ) preferisce lavorare con lentezza e se Clapton si ispirava al tocco leggero della mano, loro lo omaggiano ironicamente pensano ai piedi. Così, nel 2005, viene alla luce la Slow Feet Band. Dall’estate 2006, Mauro Pagani è stato sostituito dal violinista , proveniente dall’entourage PFM.

Fresca più che mai l’uscita della loro prima fatica discografica, Elephant Memory ( , 2007). L’aspetto è quello di una compilation di classici del rock anni Sessanta, in realtà c’è molto di più. Il repertorio (adatto a qualsiasi palato, visto che va dagli Who ai Procol Harum, passando per Hendrix, Cream, Beatles, Rolling Stones, Dylan, Animals e Kinks) è felicemente stravolto dalla “bisboccia elettrica” di un memory scan a ritroso. La curiosità di partenza crea la “ricetta personale”; non un tributo, semmai un con-tributo rimembrando “al beat…immersi nel rock” in direzione del blues.

Il gioco della citazione – quasi come se fosse un reperto emerso dal mare della memoria – si insinua nei brani senza forzature, con gusto caleidoscopico; così, nel bel mezzo di My Generation (Who), sgorga il riff di Black Night dei Deep Purple; in All Along the Watchtower (Dylan) dal violino di Fabbri fuoriesce un richiamo a Hurricane mentre Nowhere Man omaggia ulteriormente i Beatles in Dr. Robert.
Riscritture più lente, quasi a volere estrarre la radice blues dagli Stones (The Last Time) o dai Cream (White Room) nella loro purezza primordiale. Oppure improvvise virate jazzy, come quando nell’hendrixiana Manic Depression Bonfanti si prodiga in un solo alla Benson.
Il groove raggiunge vette elevate nella scatenata We’ve Got to Get Out of This Place degli Animals e nella conclusiva All Day and All of the Night dei Kinks (ma sembrano i Van Halen di Hot for Teacher!).

Non poteva mancare quell’hit delle hit che fu A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, prova per nulla facile, visto che la fila degli interpreti è chilometrica. Eppure la Slow Feet ne recupera lo spirito, trasformando la canzone in un episodio soul tale da non corromperne la natura primordiale della composizione. La famosissima frase “bachiana” è sostituita dal solo di armonica del guest Fabio Treves (presente anche in The Last Time) e la voce di Vittorio De Scalzi, memore dello smalto di Senza orario senza bandiera, completa un quadro di profonda sollecitazione emotiva.

Una Slow Feet in forma, abile nell’avere saputo trasportare in studio l’entusiasmo live del palco. Un pool di musicisti divertiti e divertenti, oltre che preparati. Una sezione ritmica affiatata, solisti calibrati e mai invadenti (la chitarra di Bonfanti, il violino di Fabbri e l’organo Hammond di De Scalzi) e l’azzeccato turn-over vocale sono gli ingredienti salienti di un lavoro per nulla datato, ma attuale per forza comunicativa. Una proposta d’ascolto che mette d’accordo più di una generazione, tra scoperte e riscoperte.

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