Nell'utopia di PVC di Tomas Saraceno - Genova

Nell'utopia di PVC di Tomas Saraceno

Mostre e musei Genova Venerdì 19 ottobre 2007

Genova - A tutta parete, ha tracciato a china su carta una città proiettata su uno specchio d’acqua (Air-Port City): nell’aria le sue biosfere sono in primo piano con tratti più decisi. Ogni segno è una particella, quasi atomo di materia che si fa edificio, grattacielo, imbarcazione, ma resta anche corpuscolo d’acqua o di polvere. Sono accanto a Tomas Saraceno e di fronte all’opera. Lui osserva: «sono particelle che vanno dal micro al macrocosmo, in un sistema organico, dove una finestra, altrove è un granello o vapore. Credo che noi siamo parte della natura e che non ci sia distinzione tra uomo e natura, per questo anche le città fanno parte di essa in un meccanismo di relazione fra le parti. Dobbiamo ricordarci che siamo parte, ovvero partecipi ma anche componenti insieme ad altri componenti».
Con lui attraverso la galleria Pinksummer mentre ancora la sua installazione Biosphere MW 32, per la personale che inaugurerà sabato 20 ottobre (ore 18.30), è in fase di allestimento.

Fuori, nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale, tra le colonne ci soffermiamo a osservare l’agglomerato di sfere già issato e appeso alle balaustre: una composizione di globi in PVC tenuta da corde nere, abitata da piccoli vasi di edera che si insinuano nei punti di contatto. «Sto aspettando il sole», dice Tomas e, mentre superiamo le colonne e lui scatta qualche foto, mi indica l’ombra che la biosfera genera sulla parete bianca di fondo: «fluttua come fosse acqua», e colgo la magia di un momento cercato, combinazione momentanea fatta di fenomeni atmosferici e della nostra percezione. E poi continua: «sono curioso di vedere se l’edera si sostituirà alle corde, facendone la stessa funzione di tenuta».

Cittadino del mondo, di origine argentina, da qualche anno con casa a Francoforte - «anche se non ci sono mai», dice - Saraceno intende il suo lavoro al confine tra arte e architettura come opera di sensibilizzazione, costruisce per riflettere e far riflettere sulla relazione tra fenomeni, oggetti, spazi e percezione umana. La sua materia «è al 99% aria», afferma con decisione e una certa dolcezza. «Se calcoli cosa ho nella biosfera è questo l’elemento dominante con differenze di temperatura e umidità. Poi c’è la gente, le piante e l’interazione. Perché è questo che mi interessa: stabilire un canale di comunicazione».
Il suo progetto utopico di città aerea, regolata solo da leggi internazionali, nomade e ridefinita in continuazione nella sua forma e dimensione è un modo per porsi verso l’opportunità di costruire in relazione a fenomeni più ampi, non solo determinati da questioni strutturali o da consuetudine del costruire.

Tomas Saraceno riflette sul non dialogo vissuto oggi dalle città della nostra contemporaneità, il suo intervento abbraccia l’idea di un tutto costituito da parti non scindibili, un’ecosistema che ha bisogno di tutti gli elementi di cui è costituito per sopravvivere, così come non potrebbe esistere se queste parti non fossero in costante dialogo e interazione dinamica e rinnovatrice tra loro. «La biosfera è quella forma di sistema chiuso che ci costringe a ideare, come per le navicelle spaziali, strategie per l’autonomia e l’autosufficienza, così che la pipì possa essere riciclata e tornare a essere acqua da bere. Se l’architettura – intesa nel suo senso più ampio per cui si dice architettura di una poesia, architettura di un edificio, di una rete, di un programma – è come un telone di fondo, un background, l’arte permette di dilatare le possibilità di percezione di fenomeni e oggetti». Alza un posacenere bianco, me lo mostra e continua: «Se tu guardi il posacenere sul tavolo è quella cosa lì e basta, ma se io lo prendo lo sposto nella galleria Pinksummer immediatamente cambia la tua possibilità di percepirlo. Solo con un movimento. Ora tu devi pensare e percepire la stessa cosa, e ti chiedi cosa significa per te ma anche per chi l’ha spostata».

Rispetto alle lungaggini che caratterizzano l’architettura come scienza del costruire e modificare l’ambiente e il paesaggio, Saraceno reagisce creando un’accelerazione ma anche un rinnovato rapporto di scambio tra costruzione/spazio/abitanti. «L’architettura in senso stretto non è troppo mobile. Quello che sto pensando io invece comprende il movimento, la libertà o possibilità di riorganizzare e ripensare i confini geografici nei quali viviamo molto più rapidamente di quanto accada oggi». Una volontà che entra in ambito sociologico e sposa l’idea di collaborazione/cooperazione ma anche di solidarietà. L’essersi trasferito da Berlino (dove viveva all’inizio del 2000), a Francoforte lo definisce come uno svantaggio ma anche un privilegio, perché in un centro più piccolo «c’è un livello più alto di umanità e sensibilità».

Pensando a forme di collaborazione è lui per primo a menzionare il modello Web 2.0. «Se dovessi pensare a una forma di collaborazione la penserei con la stessa carica di entusiasmo e coinvolgimento che ultimamente ha caratterizzato le imprese in rete di ultima generazione, dove la dinamica si apre a diverse nazioni con logiche che attraversano le varie culture in modo trasversale ma anche orizzontale. Perché spesso non è importante di chi è l’idea, è la sua forza, di per sé e il fatto che si svolga a renderla rilevante e unica».

A questo proposito Saraceno racconta del progetto, passato di recente anche a Milano a IsolaArtCentre, dove ha stimolato – come in altre parti del mondo – la raccolta di sacchetti di plastica per la creazione di un Museo Mongolfiera: «il primo museo che non ha una sede fissa, non ha una collezione permanente e la cui struttura si ingrandisce e si attualizza ogni volta che attraversa lo spazio e entra in relazione con un numero sempre maggiore di persone. La cui direzione è generata dal vento ma anche dal numero delle persone che la richiamano a sé. Qualcosa che va e ritorna, che recuperiamo e riusiamo».

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