Concerti Genova Martedì 9 ottobre 2007

C'era una volta il rock: Marco de Natale

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L'Università di Venezia Ca' Foscari Dipartimento di Filosofia, il Conservatorio di Musica di Vicenza “Arrigo Pedrollo” e l'Opus Avantra Studium, in collaborazione con il 51mo Festival di Musica Contemporanea de La Biennale di Venezia hanno organizzato il IV Incontro tra Musica e Filosofia, “(S)definire la musica”. L’evento ha avuto luogo lo scorso 3 ottobre presso l'Auditorium di S. Margherita a Venezia. Giornata storica per gli studiosi di rock progressive: tra i relatori figuravano Donato Zoppo (Movimenti Prog) e Riccardo Storti. Ma la personalità di punta era il professor Marco de Natale, il padre dell’analisi musicale in Italia.

Genova - Venni a contatto con l’opera saggistica di Marco de Natale un bel po’ d’anni fa (era il ’93). Ero già un appassionato di prog e volevo capirne di più intorno a Quadri di un’esposizione di Modest Musogskij, poi trasformato in icona rock da quel Pictures at an Exhibition degli Emerson Lake & Palmer. Così mi recai da Ricordi dove acquistai un librettino di nemmeno 100 pagine (spartiti inclusi) che mi avrebbero squadernato i segreti della storica composizione del russo. L’autore di questo lavoro era proprio Marco de Natale. Dico la verità: la mia incompetenza mi portò a rileggere più volte passaggi (per me) di difficile comprensione, ma l’entusiasmo e la curiosità furono la chiave per approfondire (da totale autodidatta) elementi sostanziali di discernimento critico.

Marco de Natale vanta una serie sterminata di testi che, partendo dall’analisi musicale, lambiscono argomentazioni filosofiche, estetiche, antropologiche e psicologiche sulla natura del suono. Si tratta di letture che aprono la mente verso una multimedialità capace solo di accrescere una contagiosa sete di conoscenza.
Ho avuto la fortuna (e l’onore) di incontrarlo. È successo la scorsa settimana a Venezia durante un importante . Ascoltarlo è un piacere. Vasta cultura ma per nulla accademica o erudita, semmai profonda e leggera con gusto. Meridionale, arguto nell’eloquio, entusiasta nello sguardo e comunicativo nella passione per gli studi, de Natale ha le caratteristiche di un presocratico materializzatosi nel nuovo millennio, con tutta la modernità del polydragmon rinascimentale.

Il suo ultimo lavoro si intitola (Berna, Peter Lang, 2004) e si incentra sul rapporto antico, suggestivo e talvolta ambiguo tra la dimensione ludica e quella performativa della musica. A prima vista parrebbe un saggio di estetica, ma, sfogliandolo, ci si accorge che c’è molto di più. Una lunga citazione da Wittgenstein, posta in epigrafe del primo capitolo, diventa il portale attraverso cui immergersi nel dipanarsi di riflessioni che toccano gli aspetti vitali del fare musica (la tecnica, il gesto, la scrittura, l’interpretazione). La discussione si approfondisce appena emergono aspetti antropologici e sensomotori, nonché simbolici. Anzi, de Natale parla proprio di "fondali antropologici dell’esperienza sonora" che starebbero alla base di qualsiasi "immaginazione musicale", ponendosi, alla fine, una domanda dalle mille risposte: la musica è linguaggio o rappresentazione?

La Musica come Gioco è una lettura impegnativa ma gratificante. Per gli argomenti trattati, è uno di quei saggi che lo studioso di popular music non può tralasciare, benché la parola “rock” non sia mai citata. Leggo i concetti di de Natale e penso alla gestualità creativa di Jimi Hendrix, alla fisicità vocale di Demetrio Stratos, alle sonorità concrete di Robert Fripp e ai paradossi sonici di Brian Eno. E quando si ragiona di simili signori, il quesito dei quesiti sorge spontaneo: la musica è linguaggio o rappresentazione?

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