Concerti Genova Martedì 17 luglio 2007

Rational Diet: una band senza genere

Vengono dalla Bielorussia ma la produzione della loro omonima opera prima (Rational Diet) l’hanno trovata in Italia, l’ di Sesto San Giovanni. Marcello Marinone, il supervisor dell’etichetta indipendente in questione, ha creduto subito in questa coraggiosa proposta dall’Est. Dopo i bellissimi Labirinti d’acqua di , il catalogo si arricchisce grazie al prezioso lavoro dei di Brest. Un asciutto complesso rock che non disdegna aperture timbriche a strumenti alieni dai propri orizzonti (fisarmonica, fagotto, sezioni d’archi). Ma anche un ensemble contemporaneo abile nel coniugare il contrappuntismo della scuola cameristica novecentesca (Shostakovich, Bartók, Stravinskij e Ives) con quello delle istanze più radicali dello scomodo rock di confine (King Crimson, Zappa, Universe Zero, Henry Cow, Opus Avantra e Picchio Dal Pozzo).

Conclusa la polifonia di fiati dell’Intro, From the Grey Notebook assedia l’ascoltatore in una selva di tempi composti, resi nevrotici dalla dinamica serrata e dalla chitarra frippiana di Maxim Velvetov. La ritmica si trova, spesso, a fare i conti con gli interventi imprevisti del sax (de-jazzizato) e del fagotto, in un impasto sonoro dalle coloriture cangianti.
Atmosfera più “da camera” in Stop, Kolpakoff!: c’è meno elettricità, ma non per questo le tensioni tonali si affievoliscono. Archi e legni girano intorno ad ambigui ritagli melodici, presto destituiti di ogni fondamento armonico. Una sorta di piccola grammatica espressionista postmoderna, vivacizzata dalla voce recitante di Andrew Bogdanov che legge liriche surreali di poeti dell’avanguardia russa.

Rational Diet ha una sua cifra russa individuabile in una ricerca sonora e sperimentale portata ad effetti grotteschi, le cui radici moderne vanno colte nello Shostakovich teatrale de Il naso (da Gorkij) o in quello orchestrale della Sinfonia n. 10. Ne è prova l’agitata I Refrained From Closing My Ears con quelle chitarre che sembrano imitare la balalaika o con il colloquio giocato sulle differenti altezze del violino acuto e del fagotto grave (il ricordo corre al dialogo tra Samuel Goldenberg e Schmuÿle in Quadri per un’esposizione di Musorgskij, secondo il trattamento raveliano).

La crimsoniana An Order For Horses riprende l’eredità di Lark’s Tongue in Aspic e la fa sua inserendola in un portato musicale più aderente alla melodia popolare. La cantante Maria Lagodich, prima si prodiga in una sorta di straniante “girogirotondo” acchiappato dal vortice allucinato di un ossessivo riff sollevato da violino e violoncello; quindi dà il meglio di sé prestando la voce a moti cantilenanti di origine autoctona. L’esercizio di protrae con Don’t Swing A Wheel: etnica e avanguardia si toccano con bartokiana sicurezza, spinti dalla pressione insospettabile (e insospettata) del rock; il Trepak diventa un codice per una variazione su Fracture dei King Crimson.

Chiusura ad anello con la seconda parte di From The Grey Notebook, autentica sintesi della poetica musicale del disco, ma, al tempo stesso, momento di sdoganamento quasi assoluto dai dialetti fin qui parlati. C’è spazio tanto per aperture free, di vaga ascendenza jazzistica (circoscrivibili in atmosfere rarefatte, sincopi opportunamente represse o rabbiosi scat di sax), quanto per una non proprio ortodossa forma canzone dal sapore progressive (Van Der Graaf Generator, tanto per intenderci).
CD tanto ostico, quanto affascinante, dal dna frontaliero, incapace di aderire a qualsiasi genere di consumo; eppure – a suo modo – classico nell’essenzialità culturale che si porta appresso. E coerente all’interno di un disegno discografico che ha solo un preciso obiettivo: musica di alta qualità e fuori dagli schemi. Un “altro” rock.

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