Concerti Genova Martedì 10 luglio 2007

Sadist e Verdena al GoaBoa 9.5

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: anagraficamente parlando, i lustri sono due. Ma questa è l’edizione decimale, la 9.5. Differente, per investimenti e forse anche per spirito, da quelle gloriose e con un ricco cartellone delle estati passate. Ma io non dispero: confido in una pronta rinascita. Ed apprezzo l’iniziativa che, facendo capolino dal sito web della manifestazione, chiama a raccolta chi il GoaBoa lo ama e vuole farne parte attivamente, .
Come dieci anni fa, quando i bassi risuonavano ai Giardini di Plastica, è stata scelta l’Arena del Mare, una location intimista, per poche centinaia di aficionados, stavolta però con vista porto e con i laterizi rossi dei Magazzini del Cotone a fare da sfondo.
La gente arriva alla spicciolata: la puntata indie-rock-metal della kermesse richiama chiome maschili chilometriche, polsi borchiati, pischelli con lenti a contatto color latte, perfino qualche rockabilly dal ciuffo impomatato.

Aprono le danze, sul far del crepuscolo, gli imberbi Thelema, tra i vincitori del GoaBoaSchoolSelect: formatisi un paio di anni fa, adepti del metallo pesante si cimentano in un ancora acerbo progetto crossover, con tanto di timida voce femminile, aggiuntasi al quartetto pochi mesi fa, in aperto stile Lacuna Coil.
Sotto il palco, preme la crew capellona dei : dopo aver condiviso con Ozzy Osbourne i fasti del Gods of Metal milanese dello scorso 30 giugno ed aver aperto il concerto romano degli Iron Maiden pochi giorni prima, i quattro giovani sono tornati a casa, a sette anni dall’ultima esibizione in terra natia.
Bisogna avere orecchie temprate al titanio per non soccombere alla cascata di metallo fuso che si riversa sulla platea: non sono un’amante del genere trash metal ma, dopo aver ascoltato in loop per diverse volte il loro ultimo lavoro in studio, l'omonimo Sadist, ammetto che, musicalmente parlando, i ragazzi non sono affatto male, capaci di suites gotiche e malinconiche, alternate a violente ed assolutamente coerenti virate heavy.

Atmosfere cupe e decadenti nei testi nuovi e in quelli più datati, urlati con veemenza dal frontman Trevor: quando si porta a bordo palco e appoggia il piedone ad una delle casse, non fatico ad immaginarlo impegnato nei cori più sfegatati sugli spalti della Nord, dove batte il suo cuore.
La sezione ritmica, Andy al basso ed Alessio che percuote con foga la batteria, duetta ispirata con le percussioni di Dado Sezzi, già collaboratore di De André e rinomata guest star, insieme a Claudio Simonetti, dell’ultimo cd della band.
Coreografico ed applaudito, Tommy, il versatile musicista dalle mille mani come Shiva, capace di suonare contemporaneamente chitarra e tastiere. Plausi, cori e metal heads scatenate sembrano invocare un improbabile stage diving di Trevor. Rientro positivo in patria, in definitiva.

Cambio generazionale e stilistico degli astanti sotto il palco: è il momento dei .
Li ricordo, poco più che adolescenti, nell’esibizione goaboesca del 2000, in quel dell’ancora polverosa Area Campi. Constato che non hanno smarrito per strada l’aria spocchiosa che li contraddistingueva ai tempi: uno stringato saluto di Alberto al pubblico, occhi bassi e via.
A pochi mesi dall’uscita di In requiem, salutato da molti come la svolta 'matura' della formazione bergamasca e nel quale ha messo mano agli archi nientemeno che Mauro Pagani, la scaletta dell’esibizione genovese è caratterizzata da molte delle tracce dell’ultima fatica: la lunghissima Gulliver, Don Calisto, Angie, Isacco nucleare, la trascinante Muori Delay, primo singolo estratto, dal testo particolarmente nichilista e dalle sonorità potentemente grunge.
Del lavoro prodotto da nel 2002, Solo un grande sasso, appena un languido accenno con Starless. Più spazio all’interlocutorio repertorio tratto da Il suicidio del samurai (Phantastica, Luna, Logorrea). E, quasi sul finire, una celebratissima Valvonauta, ancora solida e a suo modo fresca, nonostante gli anni.
Le sferzate sporche del basso di Roberta, zazzera rosa shocking come quella di un’idol giapponese, ben si coniugano alle rullate sudate spiaccicate sulla batteria da Luca, e ben si adattano anche ai pezzi più intimi (Viba), in cui fanno capolino pianoforte e synth.
Concedono un piccolo extra al fulmicotone e poi spariscono dietro le quinte, accennando un veloce saluto. Insomma, a modo loro, sempre fedeli alla linea.

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