Concerti Genova Lunedì 16 aprile 2007

C'era una volta il rock

, un collaudato Power trio abruzzese che, nel 2007, trova ancora il benemerito coraggio di fondere gli archetipi duri ed elettrici dell’Experience di Hendrix con le cremine claptonine. Non solo: si affidano ad una singolare casa discografica/associazione, specializzata nella valorizzazione di "musiche particolari" (la MP & Records di Padova; tra le loro produzioni l’ex Yes Ricky Wakeman) ed editano Second Era of Stonehenge, un corposo CD dalle rifrazioni viniliche, dedicato a Syd Barrett. In più, come se non bastasse, infiocchettano il loro regalo con il cameo di Fabio Liberatori (lo ricordate in line-up con gli Stadio anni Ottanta e soundtracker per Verdone?) all’organo Hammond B3 e al Memorymoog.
Più che un disco, una serena macchina del tempo capace di catapultarci a ritroso tra le ballate lisergiche di fine anni Sessanta (coinvolgente il 3/4 dell’emblematica I saw Syd flying; ruvida e melodica Foam di cui si può assaporare il video online e Water-lily), i riffoni caldi alla Hendrix (The passer-by, Egg Flip, Hero’s Goodbye) e reiterati trip floydiani (Room of desire, When you believed in fairy tales, Sweet Angel, le scale arabe di Insect Mechanism riportano a Set the controls for the heart of the sun). L’ideale summa progressive dei Clepsydra va rintracciata nella prolissa Stonehenge 00:37: una canzone in perfetto stile Pink Floyd, arricchita di elementi sonori estemporanei tra cui il sintetizzatore di Liberatori. In realtà, questa composizione mostra ulteriori altarini, in una galleria che riunisce suggestioni tratte tanto dai canterburyani Khan di Space Shanty, quanto da certa psichedelia-space estrema (Brainticket o i primissimi Hawkwind), così come dalle potenti long-track dei T2. Non aspettatevi virtuosismi o colpi di teatro da questa Second Era of Stonehenge ma solo un genuino tributo al suono che fu. Nostalgia appassionata.

Altra musica con i romani : il loro omonimo, prodotto dall’Electromantic dell’Arti & Mestieri Beppe Crovella, è una ventata di aria fresca.
Oltre all’eccellente tecnica esecutiva, la penna nella cura dei testi, qualità che, spesso, nel panorama progressive italiano, trova legioni di volenterosi (ma, talvolta, un po’ improvvisati) parolieri, ricchi di buone letture ma non eccelsi in fase di stesura.
In Periferia del Mondo il progressive più intelligente, quello che non guarda in faccia a nessun principio di autorità, va a braccetto con la necessaria rifinitura delle parole. Comunicare con le note, ma anche con le lettere. Certo, alle spalle, la scuola c’è e si chiama Banco Del Mutuo Soccorso. D’altra parte, Alessandro Papotto, fiatista e cantante della Periferia, che ha fatto negli ultimi dieci anni? Ha suonato il sax proprio nel Banco. E si sa che, chi va con Di Giacomo, impara a versificare. La declamazione di Suite Mediterranea in greco, ricorda certi episodi drammatici di Dopo…Niente è più lo stesso da Io sono nato libero. Impulsi ritmici, tessiture pianistiche, gli impasti timbrici dei synth (e dei vari aerofoni squadernati da Papotto), oltre all’approccio vocale, esprimono quasi una linearità familiare, nonché transgenerazionale, con il Banco.

Ovviamente sussiste, però, una cifra personale che conduce la Periferia del Mondo a sconfinare in altri territori (l’etnica di Suite Mediterranea con tanto di gioco citazionale dal Bolero di Ravel, il jazz-rock della title track, il pop cantautorale contemporaneo di Alghe o di Angeli Infranti, l’impostazione cameristica – quasi da colonna sonora - di Cartolina per il Giappone, il soft be-bop di Piove sul mare), nobilitando al massimo un percorso sonoro che si lascia ascoltare senza la minima forzatura accademica o intellettualistica. L’invito a intraprendere questo viaggio di circa un’ora c’è e non si lascia disattendere: "Cogli l’attimo di un’emozione, non negarti un’altra migrazione, fuggi dal tuo nido".

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