Concerti Genova Martedì 6 marzo 2007

C'era una volta il rock: Triumvirat

Già che siamo in atmosfera “fieristica” (nell’ultimo weekend si è svolta quella del disco da collazione nei consueti spazi della Foce), perché non compiere un bel tuffo nel passato e recuperare uno sfizioso album (oggi su CD) di una progband tedesca? Quale migliore occasione?
Ammetto che un piccolo pregiudizio c’è, seppure indipendente da qualsiasi nozione di gusto. Insomma, quando si pongono in collisione gli anni Settanta, la popular music e la Germania, il mio pensiero si getta sui corrieri cosmici, sulle cerebralità elettroniche dei Kraftwerk e tra le sane diavolerie all’idrogeno di Amon Düül, Tangerine Dream e Can. Un mondo sonoro di certo affascinante, ma non adatto a tutte le orecchie del pianeta.

Proprio tra i banchetti della fiera, mi imbatto nella selva vinilica dei Triumvirat. Si muovono tra il 1972 e la fine della decade, con una breve puntata nei primissimi anni Ottanta. Sono tedeschi. Allora m’immagino già il quadretto. Invece mi sbaglio.
Notizie provenienti da fonti sicure collocano la band nel filone più classico del progressive sinfonico. Ascoltare per credere. Il concept album del 1975 Spartacus (dedicato al notissimo gladiatore) potrebbe essere la cartina di tornasole.

In effetti è così. Guidati dal tastierista Jürgen Fritz, i Triumvirat, nella variabile line-up a tre, hanno quei tratti inconfondibili che li assimilano a formazioni di chiara fama: Orme, Latte e Miele, The Trip, Quartemass, Atomic Rooster ma, soprattutto, Nice e Emerson Lake and Palmer.
Le mosse all’Hammond e al Moog di Fritz, la struttura dei brani, la “modulistica” dei fraseggi non lasciano dubbi e ci consegnano un complesso tecnicamente molto preparato, non dotato di idee fulminanti ma, comunque, piacevoli all’ascolto.

Si fa presto a ripassare l’enciclopedia emersoniana grazie ai forti e sensibili rimandi a Tarkus (The Capital of the Power e The Hazy Shades of Dawn), Jeremy Bender (The Walls of Doom) e Karn Evil 2nd Impression (A Broken Dream).
Nelle ballad, invece, grazie anche all’apporto pianistico e all’utilizzo di chitarre acustiche, si colgono appigli ad episodi easy dei Genesis (Proclamation, Dusty Road), Who (The Sweetest Sound of Liberty), Moody Blues (The Deadly Dream of Freedom) e Chicago (The Superior Force of Rome). Le impennate soliste al synth o all’Hammond sfiorano lo stile del Banco in Italian Improvisation e in The Battle. Divertente la citazione (variata) del tema di Jesus Christ Superstar che, per ben due volte, emerge, quasi a richiamare l’intento operistico e rock di Spartacus.

Un disco certamente da riascoltare, utile per comprendere come determinate influenze anglosassoni, si siano addentrate in un immaginario sonoro peculiare e distante, come quello tedesco. La versione su CD contiene due bonus track: una versione live di The Capital of Power (registrata a Los Angeles durante il tour americano del 1975) e l’inedita Showstopper.

I Triumvirat, prima di Spartacus, avevano esordito con Mediterranean Tales (1972) e Illusion on a Double Dimple (1974); nel 1976 raggiungono la vetta dell’hit parade portoghese – quanto è strano il mondo del prog! – con Old Loves Die Hard (da qui in poi si avvicenderà in formazione un cantante di ruolo) mentre un anno più tardi riemerge la passione per il concept di ispirazione classica con Pompeii: tutti prodotti dal sound ormai datato ma ricchi di intuizioni “manieristiche”, frutto di solide capacità tecniche. Trascurabili, invece, per povertà di idee e basso profilo “canzonettistico” A la Carte (1979) e Roulette Russian (1980).

Chi volesse saperne di più sui Triumvirat, può fare un salto al sito www.triumvirat.net . Sì, perché dal 2002 la band si è ricostituita.

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