Concerti Genova Lunedì 26 febbraio 2007

C'era una volta il rock

© www.ivanofossati.net
La sua banda suona (ancora) il rock. Eh, già. Perché quello che Ivano Fossati ha portato sul palco del Carlo Felice sabato sera è stato, in tutta semplicità, rock. Certo, ammorbidito dall’atmosfera teatrale, mediato dalle autorità in platea, vezzeggiato dall’abito scuro con t-Shirt bianca e scarpe da ginnastica.
Ma, fuor di dubbio, rock. Rappresentato nel suo simbolo più icastico: la chitarra elettrica, che è tornata prepotente – svolta inattesa - negli ultimi due dischi e soprattutto sul palco.

Direttamente tra le braccia dell’ultimo (?) vero (!) cantautore genovese. Fossati, dopo aver visto a Zelig Rocco Tanica che lo sbeffeggiava imitandolo, ha stupito tutti partecipando alla trasmissione e sedendosi accanto a lui: nel frattempo dal palco è sparito il pianoforte a coda, amputato in un piano verticale reso molto anni ’70 dalla scenografia di Dario Ballantini, che invade il palco con coloratissimi drappeggi. Lo chansonnier raffinato si siede (poco) sotto la scritta Don’t shoot on piano man, e lo fa guardando il pubblico dritto negli occhi.
Ha voglia di divertire e di divertirsi in un’atmosfera di festa, e lo si capisce dal sorriso smagliante che si porta dietro sul palco, tra lo scroscio degli applausi che lo abbracciano dopo ogni brano o quando saltella fuori dalla scena.

C’è spazio per le chitarre, e quindi subito via con Cara Democrazia, riff deciso e testo graffiante, e l’omaggio all’ultimo album prosegue con Ho sognato una strada e la disarmante Il battito.
Il sentiero immaginario percorso dalla scaletta attraversa gli anni ed i temi più cari a Fossati, siano pubblici o privati. Con l’omaggio ai migranti di ieri e di oggi (L’arcangelo, Pane e Coraggio) mediato anche dalla personale epopea dei traslochi (…e di nuovo cambio casa, Traslocando) che diventa lo spunto, leggendo Chatwin, per ragionare degli spostamenti umani, c’è l’impegno sociale e politico (Una notte in Italia, Canzone Popolare, La Crisi).

Arrangiato da Pietro Cantarelli, giovane collaboratore di Fossati, lo spettacolo tesse con abilità nella trama sonora degli ultimi anni anche esperienze ad essa lontanissime, nel tempo e nello spazio.
C’è così voglia di recuperare con vivacità hendrixiana Dedicato, lasciare Panama sospesa nel tempo, ammutolire la sala con La pianta del Tè, raccontare la genesi de I treni a vapore.
La banda raccoglie musicisti di prim’ordine tra cui ricordiamo solo Claudio Fossati, figlio di Ivano: già, direte voi, senz’altro raccomandato. Certo. Ma dal padreterno alla distribuzione dei talenti musicali: alla batteria è preciso, originale, stupefacente.

Lo spettacolo corre fin troppo spedito, interrotto da una ortodossa pausa e da due bis invocati a gran voce. Tra il pubblico molti capelli bianchi, anche se non manca qualche eccezione. Certo per un giovane è difficile anche solo incontrare la sua musica, figuriamoci scegliere di ascoltarla. Tra quelli nati mentre i suoi dischi erano già sugli scaffali dei negozi, Fossati ha più la fama di essere palloso che poeta. Un pregiudizio assai difficile da vincere, soprattutto con chi segue le mode.
Lui che, di certo, né le crea, né le segue.

Ma c’è qualcos’altro di cui, in uno spettacolo ben costruito e divertente, si è sentita la mancanza. Ed è stata la vittoria su un altro pregiudizio. Poiché Fossati ha ben portato sul palco, pur in una veste lussuosa e gigiona, il rock, ma ha tralasciato di onorarlo con il suo brano che più lo celebra.
La mia banda suona il rock, appunto, è un tabù che, non si capisce ormai più perché, si porta dietro da più di venticinque anni e che ieri sera aleggiava tra i presenti, convitato di pietra tra le chitarre sul palco. L’abbiamo aspettata in tanti, sapendo che non sarebbe arrivata. Pazienza. Sarà per la prossima (s)volta.

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