Concerti Genova Martedì 20 febbraio 2007

C'era una volta il rock

Genova - Un concept album per una band dai contorni duri. La pesantezza come massimo comun divisore: argomenti ambiziosi da raccontare (uno su tutto: “l’esperienza erotica del mondo” della Terra e del mare), sonorità heavy, una copertina quasi in bianco e nero, ispirazioni testuali classiche (Cavalcanti, Tasso, Cielo d’Alcamo, Rinaldo d’Acquino, Ciacco Dell’Anguillaia) e cinematografiche (il Monsieur Verdoux di Chaplin).
Il trio romano Arpia ha proprio cercato (di metterci) il meglio in questo loro secondo CD, dal titolo Terramare.

È certamente un lavoro curato, grazie anche all’attenta supervisione della casa discografica indipendente Lizard di Treviso (avremo occasione di parlarne prossimamente); la band si sta aprendo la strada sfruttando percorsi multimediali (il CD è stato presentato ufficialmente alla Neo Art Gallery di Roma il 20 gennaio scorso, in occasione di una mostra di Ettore Frani che, non a caso, ha elaborato la copertina del disco) e rimarcando, in ogni occasione, la simpatia per quanto ci sia di extramusicale.

La pesantezza non sempre è un difetto, ma, dato l’itinerario proposto, se ci fossimo messi in viaggio con uno zaino più leggero, magari, avremmo potuto goderci il gradevole panorama. Fuor di metafora: il dualismo degli elementi maschio e femmina genera plot antichi quanto il mondo; nel progressive italiano il nobile archetipo va desunto da Felona e Sorona delle Orme. Ora, l’operazione tentata dagli Arpia si assume una responsabilità poetica di enorme levatura.
Negli esiti, però, i punti di debolezza sovrastano (e superano) le buone intenzioni sulla carta. Musicalmente gli Arpia si servono di ammiccamenti hard progressive già ascoltati (Rush, Dream Theater), con qualche sguardo a fonti crossover. Certo: suonano bene, sono precisi, il collettivo si sente ma le idee sono poche, frammentarie e messe giù con la calligrafia di chi copia durante il compito in classe.

I testi, soprattutto quelli cresciuti sull’antologia di letteratura italiana, si seguono con estrema fatica e ciò fa perdere al CD l’anima “concept”, poiché vengono meno i link narrativi. Forse varrebbe la pena prima leggerli, poi ascoltarli, quindi riascoltare il CD più volte per apprezzarlo interamente. Che è quanto si fa, normalmente, per capire. Ma, ritornando in metafora, lo zaino pesa, eccome se pesa.
Le idee non mancano. Non me ne vogliamo gli Arpia se, in questa sede, avanzo pure la mia, di idea: perché il trio non inserisce in pianta stabile la cantante guest Paola Feraiorni? E non lavora su quella particolare vocalità? L’innesto sul tessuto originario contribuirebbe di sicuro ad una mossa verso una personale collocazione dell’intera band.

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