Concerti Genova Martedì 6 febbraio 2007

C'era una volta il rock

Correva l’anno 1973, la musica popular viveva il suo momento di gloria (non solo in Italia): molti dei parti discografici di quel periodo divennero via via vere e proprie pietre angolari cui le generazioni successive guardarono, inevitabilmente, con ossequioso rispetto. I grandi complessi all’acme creativo, ma anche una pletora di minori (spesso solo nominalmente) la cui traccia si perse nell’indifferenza, tra sfortuna e dabbenaggine, per trionfare infine alla prova dei fatti: il tempo, si sa, sovente è galantuomo.

Capita così, a sette lustri di distanza, che un gruppo di ragazzi trentenni (leggi: all’epoca ancora da nascere) decidano di infischiarsene di andazzi e precotture musicali per riportare all’onor dei vivi lo “Zarathustra” dei sanremesi Museo Rosenbach, uno dei capolavori di quel umanesimo pop, a spasso nell’epistemologia nietzschiana tra scrittura colta e furori rock. La band, di recente formazione, ha deciso di eleggersi “Tempio delle Clessidre” (dal titolo di una song dell’album) e, sorpresa: al microfono c’è ancora lui, Stefano “Lupo” Galifi, indimenticabile voce dalle straripanti ascendenze black, ben noto a Genova e molto oltre (fatevi un giro su internet e capirete). La sua performance in quel lontano disco del 1973 rimane indimenticabile: oggi ci riprova, con immutato entusiasmo, spalleggiato da ottimi musicisti. La prova del fuoco il prossimo 8 febbraio, al Teatro della Gioventù di via Cesarea, in calce all’esibizione di un grande nome del rock genovese di sempre: i Delirium.

Abbiamo provato a tastare ambizioni e speranze di “Lupo” Galifi e del suo nuovo gruppo poco prima del debutto. Lupo, cosa si prova a cantare ancora “Zarathustra” dopo oltre trent’anni e con musicisti di un’altra generazione?
«Una grande emozione, ma d’altra parte il cantare in sé è uno stimolo vitale. È la passione della mia vita. Poi questi ragazzi sono giovani ma molto preparati, hanno voglia, entusiasmo e sono certamente all’altezza della (non facile, ndr) situazione. Mi convincono appieno, non lo nego. Certo, stare insieme a loro mi fa sentire un po’ vecchio… (ride, ndr) ma la musica è trasversale, e la differenza d’età non è certo un problema».

Al resto del gruppo: so che molti di voi sono cresciuti divorando decine e decine di dischi di rock italiano degli anni ’70: che effetto fa riproporre dal vivo, nella sua interezza, un classico come “Zarathustra” col cantante originale? Penso si tratti di un sogno troppo grande, uno di quelli che si ha persino paura a confessare… eppure oggi è realtà
«Una specie di tuffo al cuore. Benché ricreare la magia primordiale rimanga molto difficile, il solo fatto di metter giù le stesse note ha un che di prodigioso, almeno per noi. Certo, l’esecuzione richiede grande impegno e concentrazione (la partitura è estremamente complessa, non certo alla portata di tutti, ndr) per cui ci è impossibile abbandonarci completamente alle emozioni mentre suoniamo. Tuttavia ogniqualvolta ci fermiamo a pensare: “siamo proprio noi” ci prende una sorta di brivido. E’ difficile anche da spiegare».

Come accostarsi all’interpretazione? Avete pensato di personalizzare gli arrangiamenti o riproponete il lavoro filologicamente, con l’ossequio che merita un classico?
«Diciamo una via di mezzo: abbiamo fatte nostre alcune parti che forse oggi suonerebbero un pochino datate, cercando soprattutto di essere fedeli allo spirito originario. Altre poi sono abbastanza confuse (la registrazione non è certo impeccabile: i mezzi tecnici all’epoca erano modesti, ndr) e abbiamo dovuto rivisitarle giocoforza. Nei momenti invece obbligati l’esecuzione è più rigorosa possibile».

Quando si esegue musica di un’altra epoca la cura per le sonorità dovrebbe essere uno degli obiettivi primari. La musica degli anni ’70, specie quella pop-sinfonica, fa sfoggio di molti strumenti dal timbro assolutamente irrinunciabile: si pensi a tastiere come l’organo Hammond, il Moog, il Mellotron. Come riproporre dal vivo quei suoni inconfondibili non disponendo degli strumenti dell’epoca, appannaggio ormai solo di ricchi e fortunati cultori?
«Non è stato facile. Abbiamo lavorato moltissimo con l’attuale tecnologia digitale per cercare di ricreare la magia del suono analogico, specie per quanto riguarda le tastiere il cui contributo è davvero determinante. Ovviamente per le ragioni appena esposte il risultato non può essere identico alla fonte, ma l’incantesimo di quelle sonorità vintage (eppure senza tempo) crediamo di essere riusciti a riesumarlo».

Per un approfondimento rimandiamo al volume monografico Museo Rosenbach: Zarathustra. La musica, le parole, la storia pubblicato a cura del .

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