Concerti Genova Lunedì 20 novembre 2006

Un cd pieno di contaminazioni

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Dall’Umbria senza ombre. Un gruppo di ragazzi spoletani con la passione del jazz si trovano con altri, più versati nel recupero del glorioso progressive rock (qualche nome? Genesis, PFM e Jethro Tull). Inizialmente si chiamano Chiaroscuro e fanno girare un demo niente male, con tanto di due cover a mò di biglietto da visita (Firth of Fifth e The Musical Box dei Genesis). Era il 2003 o giù di lì.
Nel 2005 la denominazione dell’ensemble muta in Vieux Carré; a novembre si giunge così ad un CD autoprodotto, Glispiriti Icorpi Elementi, registrato con criteri più professionali, per conferire maggiore risalto alla maestria tecnica e alla creatività compositiva.

Il titolo metamorfico accoglie l’ascoltatore in un affascinante universo, ricco di rimandi e richiami alla tradizione del primigenio rock italiano. La raffinatezza dei testi conduce oltre.
Palingenesi coglie riferimenti, anche antitetici, alla produzione del Banco: il pianismo delicato di Bartolucci, il lavoro contrappuntistico e la ricerca ritmica sui tempi dispari ci riporta ai moduli degli anni Settanta, mentre la fluidità melodica rammenta addirittura l’"altro" Banco, quello di Moby Dick e del Grande Joe. Simile sensibilità si riscontra anche in Palinodia (elettrizzante la virtuosistica parte di pianoforte).

Greed è una ballad non arricchita da un ritornello piuttosto suggestivo per tensione lirica e da sobri dettagli di chitarra acustica. Il clima è quello avvertibile sui solchi dei dischi della PFM con Lanzetti.
Intrigante World of Change: inizia con un indolente passo funkeggiante e si evolve attraverso modulazioni, corposi giri di basso e particolari inserti tastieristici.

L’imprevista KV 62 viene annunciata da un vorticoso tema jazz rock: un breve e fuggevole sospetto di Jet Lag della PFM o degli Area, che presto si fa sotterraneo riff per una canzone nello stile del Battiato anni Ottanta. Che i Vieux Carré sappiano suonare anche “altro”, lo si intende in Concrete Rarefaction of Freedom: a tratti mostra il profilo di una hit dei R.E.M. con una sezione ritmica serrata, black, talvolta destabilizzata da rigurgiti progressive. Così come in Louisiana Story lo sguardo corre alla new wave di oltre venti anni fa: una chitarra effettata alla Simple Minds e tastiere analogiche. Un’impressione singolare: quella di ascoltare una canzone di Battiato o di Gazzé, con Vittorio Nocenzi alle tastiere.

Ombra del catanese, che appare e scompare nella lenta Mellonta Tauta: il ritornello, però, si ricollega a band “minori” della scena romana anni Settanta (Albero Motore, Adriano Monteduro con la Reale Accademia di Musica e Stradaperta).
L’album si chiude con la prepotente jazzata Riconciliazione: il chitarrista Filippo Zelli mostra sapienza sulle dita, giocando seriamente a Zappa e McLaughlin, spinto da una banda di splendidi gregari. Il testimone passa alle cascatelle di note pianistiche scaturite dall’infaticabile Bartolucci, quindi il canto e “chiaroscuri” di ritorno. Tutto in diretta, come il resto del disco. Chapeau.

Particolare la voce di Marco Rambaldi: le coordinate canore si spostano da timbriche volatili, dissimili tra loro, raccolte in una strana coniugazione tra Lanzetti (Palingenesi), Gabriel (Greed), Di Giacomo (Palinodia), David Byrne (World of Change), Michael Stipe (Concrete Rarefaction of Freedom), Gazzé (Louisiana Story), Baglioni (Mellonta Tauta) e Battiato (KV 62).

Un CD di vera contaminazione. Ieri e oggi si incontrano, alcuni sono meeting clandestini dal sapore di adulterio, ma gli esiti sono genuini. I puristi potrebbero urlare allo scandalo, i semplici ascoltatori gradire. Perché questa musica muove e si muove.

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