Concerti Genova Lunedì 2 ottobre 2006

Gianni Serino: un bassista unico

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Ci sono musicisti che non puoi dimenticare, artisti che ti segnano dentro in maniera indelebile. Non ricordo esattamente quando ascoltai Gianni Serino la prima volta: credo fosse un’anonima serata autunnale di otto anni fa. Era poco più che un ragazzo. Suonava in un quartetto che alternava con irridente facilità il pop di maniera alla fusion più ricercata, tra il quasi totale disinteresse di un pubblico intento più a discorrere dei fatti suoi che a prestare attenzione a ciò che accadeva sul palco.
Eppure già allora mi colpì: il modo che aveva di rapportarsi al suo strumento, il basso, aveva un che di insolito, quasi inusitato. Ma non era la straripante tecnica, e neppure l’imbarazzante disinvoltura nell’assolo. È passato molto tempo da allora e oggi il genovese Serino è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi bassisti in attività. Ma non è la tecnica, come si diceva. E nemmeno le collaborazioni professionali (da Mauro Pagani a Billy Cobham, dalla Bertè a Lou Reed passando per Jeff Berlin, tanto per citarne alcune). È il genio. Il grande psicologo obtorto collo James Hillman l’ha definita “teoria della ghianda”, come se l’anima di ciascuno fosse marchiata paradigmaticamente dal suo stesso destino.

Ecco, Gianni non potrebbe essere diversamente; il suo io attinge senso dall’imbracciare lo strumento e da quello, ogni volta, farsi rapire. Autodidatta, ha rivoluzionato il ruolo e la funzione del basso elettrico inventando nuove tecniche esecutive che sono state nel tempo regolarmente depositate e brevettate. In altre parole, lui è l’unico al mondo a detenere i diritti artistici delle modalità espressive che permettono ad un normale sei corde di farsi interprete polifonico o pianistico, percussivo e timbrico ben più di quanto la convenzionale immagine acustica dello strumento lascerebbe presagire.
Sabato 30 settembre, presso il Centro Civico Buranello di Genova Sampierdarena, nell’ambito del Festival della chitarra e del basso elettrico, un auditorium stipato di appassionati e curiosi ha potuto assistere a quanto finora raccontato, dando per scontato che nessuna parola, per quanto scelta con cura, possa surrogare l’emozione della nota suonata. Durante il seminario-concerto (per basso solo), Serino ha mostrato al pubblico i frutti di una parte della sua personale ricerca, principiata inizialmente con lo studio approfondito delle tecniche esecutive di pianoforte, arpa e chitarra classica, e di come da queste si poteva prendere spunto per fornire al basso elettrico una nuova identità.
Qualche esempio? Il famigerato basso verticale, che permette al Nostro sia di suonare contrappuntisticamente fino a quattro linee melodiche indipendenti quanto di aggirare i presunti limiti fisici dello strumento eseguendo partiture impensabili (da Bach a Paganini, di cui esegue magistralmente il Quinto Capriccio). E ancora: il pizzicato di un Mauro Giuliani, magari riletto in chiave blues o modale, ed uno slap impressionante, in grado di graffire timbricamente, con gli esiti più impensabili, ogni tipo di sfrontata poliritmia; la tastiera tramutata in un mefistofelico pianoforte a sei corde, ad eseguire insieme canto e accompagnamento, e le cinque dita destre ad arpeggiare con tecnica arpistica accordi a più e più voci. Eppure a poche ore di distanza, in un noto locale dell’entroterra genovese, Serino avrebbe dedicato insieme ad altri musicisti la sua serata al piano-bar, assolutamente ligio ed insospettabile nell’eseguire canonicamente pop di facile presa. Anche i geni devono sopravvivere, in fondo.

Ma è questa la grandezza del personaggio, modesto e così semplice, lontano dal proscenio quasi – affettuosamente – insignificante: «suonando cerco solo di esprimere me stesso, dare voce a ciò che ho dentro». Già, non avevamo dubbi.

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