Genova Venerdì 3 dicembre 2004

Music for Peace, il ritorno

Genova - «In Iraq c’è la guerra civile e gli scontri non sono limitati alla zona di Falluja, riguardano gran parte del paese. Adesso anche la zona dell’aeroporto di Baghdad è rischiosa», spiega Stefano Rebora.
Il gruppo di è tornato a Genova dopo circa 50 giorni di missione umanitaria in medio oriente, per consegnare i beni di prima neccessità raccolti lo scorso settembre.

Al momento della partenza la situazione era già molto difficile: «in Iraq non ci sono più presenze internazionali. Abbiamo accompagnato i container fino al confine e persone locali di nostra fiducia si sono occupate della distribuzione casa per casa, secondo la nostra filosofia di sempre. Ci hanno fatto avere una documentazione fotografica completa delle operazioni, per garantire la massima trasparenza», continua Rebora.

I tre volontari di Music for Peace hanno invece provveduto personalmente alla distribuzione ad Erbil, nel Kurdistan iracheno e ad Aqaba, in Palestina: «In Iraq ci siamo spostati in aereo dato che la nostra presenza sul camion insieme alla merce, avrebbe dato problemi alla frontiera. Il Kurdistan era relativamente tranquillo ma negli ultimi giorni la situazione stava peggiorando. I voli sono stati cancellati e abbiamo dovuto ritardare la nostra partenza: stavamo già pensando ad un percorso alternativo via terra, magari passando dalla Turchia. La morte di Arafat ha poi creato nuove tensioni complicando ulteriormente le cose, ma alla fine ci hanno permesso di partire. Appena in tempo, visto che il giorno dopo c’è stato un attentato alla sede della televisione Kurda che ci aveva ospitato durante il nostro soggiorno».

Il viaggio più faticoso e sofferto è stato quello verso la Palestina. Prima le interminabili trafile burocratiche ad Amman per ritirare la merce arrivata ad Aqaba, poi le lunghe attese e gli interrogatori ai numerosissimi check-point: «anche in Palestina c’è una sorta di stato di guerra. Di fatto c’è il coprifuoco. Dopo una certa ora non si può più circolare, entrare o uscire dalle città diventa impossibile. Siamo riusciti a superare la dogana al terzo tentativo: ci trovavamo ad un passo da Gerico eppure abbiamo dovuto dormire sotto il camion, all’adiaccio, al di qua del confine», racconta Rebora.

Sulla strada verso Jenin ci sono controlli continui, posti di blocco a pochi metri di distanza gli uni dagli altri. Le case dei coloni sono blindate, circondate da doppia recinzione e filo spinato. Le case ricostruite dai palestinesi hanno le facciate scalfite dai colpi di mitragliatrice.

Ma Stefano Rebora preferisce lasciar parlare le immagini e ha curato una minuziosa ricostruzione fotografica della missione: «chi è interessato può rivivere l’intero viaggio con noi. La notte scrivevo il diario, disponibile sul , e riordianavo le fotografie. Voglio che le persone ci vedano consegnare i pacchi, che vedano il punto di contatto tra loro e i destinatari. La distribuzione è un momento importante: in molti raccolgono e spediscono beni che non arrivano a destinazione proprio perché quest’ultima fase non viene seguita a dovere. Bisogna essere sul posto e muovere mari e monti per superare i mille ostacoli burocratici, bisogna arrivare fino infondo».

Quelli di Music for Peace hanno vinto la loro scommessa. E si stanno già preparando per la prossima.

Per informazioni sulle associazioni di volontariato di Genova contattare il al numero 010 5956815.

Nelle foto: i bambini di Baghdad ringraziano Music for Peace; Stefano Rebora distribuisce giocattoli

di Laura Calevo

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