Esercitare il senso critico: il Festival di Internazionale a Ferrara insegna anche questo

Cultura Ferrara Lunedì 7 ottobre 2019

Esercitare il senso critico: il Festival di Internazionale a Ferrara insegna anche questo

Questione di sguardi
© Chiara Ferrari
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Ferrara - Ogni giorno siamo sottoposti, volenti o nolenti, a qualcosa come 5.000 immagini, provenienti da pubblicità, film, social media, etc.; di queste, solo l'8% viene percepito a livello conscio. In un mondo ideale la pubblicità dovrebbe restituire un modello coerente con la realtà e non, ad esempio, l'immagine di uomini e donne il cui corpo corrisponde a quello del 5% della popolazione mondiale: l'assurdo è che il restante 95% si sente inadeguato e frustrato (quelli alimentari sono al terzo posto nei disturbi dei paesi industrializzati).

È tutta una Questione di sguardi, come hanno spiegato bene Livia Podestà, italiana residente da tredici anni in Svezia, dove lavora allo Swedish Institute di Stoccolma, e Christina Knight, direttrice dell'agenzia pubblicitaria The amazing society, che hanno dialogato con Giulia Zoli di Internazionale. Com'è emerso dall'incontro, che è stato uno dei tanti della XII edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, ciò che vediamo ci influenza moltissimo e dà origine a stereotipi di genere che pregiudicano le nostre scelte. Nonostante la Svezia sia un paese all'avanguardia in queste tematiche – su 22 ministri, 12 sono donne, vale a dire il 44% –, ha fatto molto parlare la notizia di una bambina che, non avendo mai visto insegnanti donne, si è chiesta se lei un giorno avrebbe potuto diventare una professoressa. Livia Podestà ha raccontato che in seguito a questa vicenda, molte insegnati hanno iniziato a mandare delle cartoline alla bimba, per dimostrarle che avrebbe potuto diventare chi voleva.

Il modo in cui vengono rappresentate non influenza soltanto le donne, ma anche gli uomini, che sono portati a vederle con occhi diversi: rappresentazioni oggettivizzanti, o comunque con donne in posizioni di sudditanza, fanno sì che certi atteggiamenti – sguardi ammiccanti, commenti, fino alla violenza – risultino normali, e quindi socialmente accettati e accettabili.

Christina Knight, che lavora nella pubblicità da trent'anni, attraverso una carrellata di spot americani che vanno dai primi del '900 a oggi, ha mostrato come, nei diversi decenni, la donna sia sempre stata rappresentata come oggetto del desiderio, casalinga, carina, sexy e disponibile. Fanno eccezione gli anni della Seconda guerra mondiale, quando la donna doveva ricoprire il ruolo dell'uomo impegnato a combattere. Finita la guerra, di quel ruolo non c'era più bisogno, anzi, c'era la necessità che la donna tornasse al suo posto e che liberasse quelle occupazioni che dovevano essere di nuovo a disposizione degli uomini, i quali hanno iniziato a occupare posizioni di leadership senza più togliersi la divisa che caratterizza anche oggi l'immagine tipica del capo.

Il paradosso è che le donne, in media, hanno un livello di istruzione più alto, ma molto spesso non riescono a raggiungere i vertici aziendali. Allo stesso modo, gli uomini sono incastrati in ruoli che non sempre li rappresentano: il capo famiglia duro e forte, il manager in giacca e cravatta, l'uomo che non può piangere, mostrare debolezze o aver voglia di passare del tempo con i propri figli.

Fortunatamente sembra che in questi ultimi anni le cose stiano un po' cambiando – in realtà in Svezia è dal 1974 che il congedo parentale c'è anche per il padre – e anche il mondo della pubblicità se n'è accorto, iniziando a fare quello che viene chiamato femme advertising. Brand come Nike, H&M e Gillette hanno realizzato spot in cui la rappresentazione di genere risulta più equilibrata rispetto alle pubblicità tradizionali, dove la donna è spesso rappresentata come un oggetto sessuale e l'uomo come quello che non deve chiedere mai. Senza sminuire l'importanza di questo cambiamento – la Knight afferma che non ci sarà un going back – è importante tenere gli occhi bene aperti su queste aziende, per capire se stanno cavalcando un trend in maniera intelligente o se davvero credono in quello che vanno mostrando.

Qualcosa di simile accade anche a quelle aziende che fanno il cosiddetto green washing, ovvero mascherano il loro dovere di adeguarsi a determinate leggi che salvaguardano l'ambiente con lo sbandierare di essere ecosostenibili. Questo è stato uno dei temi affrontati nel corso del dibattito Noi siamo tempesta, introdotto e moderato dalla scrittrice Michela Murgia, che ha dialogato con Anna Fasano, direttrice di Banca Etica, Jordi Ibáñez, direttore della Fundación finanzas éticas, la succursale spagnola di Banca Etica, e Alexander Fiorentini di Fridays For Future.

Quello che identifica questi movimenti è il fatto di essere nati dal basso, dalla forza di un gruppo di cittadini che ha deciso di unirsi per cambiare qualcosa che secondo loro non stava andando come doveva. Detta così può sembrare una banale semplificazione, ma è quello che è successo a Berlino trent'anni fa, quando sono stati i berlinesi a buttare giù il muro, senza nessun ordine dall'alto.

Anche i Fridays For Future sono un movimento spontaneo e dal basso che, come racconta Alexander, si è diffuso in Italia quando a Milano una ragazza ha iniziato a manifestare da sola, proprio come Greta Thunberg. A quel punto si sono uniti altri ragazzi, che magari già prima si mobilitavano, avevano una loro coscienza civile ed etica (come Alexander, che fa attivismo politico da quando è in seconda superiore). In seguito nascono gruppi territoriali, che si identificano con la Thunberg e la sua lotta, e che non si riconoscono più nei modelli rappresentati dagli adulti, che appartengono a un sistema ormai morto e sepolto: «Quella che una volta si chiamava lotta di classe, adesso si fa in classe», sdrammatizza la Murgia.

Al di là dell'ironia, la scrittrice si dice molto interessata al movimento, e anzi si rammarica che non ci sia stato qualcosa di simile per la sua generazione. Da adulta, racconta di subire in prima persona le pressioni dei figli, che spesso riprendono e correggono i genitori, colpevoli di aver lasciato ai giovani un'eredità così pesante. Con ironia la Murgia racconta che nel bagno di casa c'è un poster di Greta Thunberg che «ti guarda mentre ti lavi i denti», smuovendo quello stesso senso di colpa che ha sempre funzionato con i cattolici (e che lei stessa, avendo una formazione teologica, conosce molto bene).

Anche Banca Etica si può considerare il risultato di una forza dal basso. Anna Fasano racconta che più di vent'anni fa cittadini e cittadine hanno capito che era importante scegliere dove e in che modo venissero usati i loro risparmi, perché non andassero a finanziare ami, energia nucleare, etc. La scelta di Banca Etica è stata quello di «cambiare le regole giocando nello stesso campo delle banche», come afferma la Fasano. La stessa, a una domanda provocatoria della Murgia (Come si può sperare di modificare una cosa che nel suo DNA è parassitaria), risponde che è necessario avere una diversa lettura della banca, che non si leghi alla speculazione e alla finanza aggressiva. Bisogna ripensare alla nascita degli istituti bancari, che prendono il via dal concetto di fare credito, ovvero del dare fiducia, che è il vero significato del fare banca.

Banca Etica lavora anche attraverso l'attivismo finanziario, come spiega Jordi Ibáñez, che consiste in sintesi nell'acquistare delle azioni di determinate aziende per poi avere voce in capitolo in sede di consiglio azionario. La Fundación finanzas éticas l'ha fatto con Endesa, la corrispettiva di Enel in Spagna, responsabile di gran parte delle emissioni inquinanti in Europa, chiedendo la chiusura delle centrali di carbone. Nonostante non risulti per niente facile farsi ascoltare, è importante continuare a fare quest'azione di lotta, ma anche di dialogo, per innestare un cambiamento positivo e alzare l'asticella della consapevolezza. Per citare una canzone, diventata popolare con gli Ska-P, ma in realtà nata nel movimento di Unidad Popolar nel Cile di Salvador Allende, El pueblo unido jamás será vencido. 

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