Antonio Danieli di Fondazione Golinelli: «La formazione d'eccellenza è la chiave per lo sviluppo» - Bologna

Antonio Danieli di Fondazione Golinelli: «La formazione d'eccellenza è la chiave per lo sviluppo»

Cultura Bologna Giovedì 5 dicembre 2019

Antonio Danieli
© Fondazione Golinelli
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Bologna - Imboccando via Paolo Nanni Costa, nella prima periferia Ovest di Bologna, si viene accolti dai pannelli colorati della nuova centrale di cogenerazione dell'Hera. Vicina alla via Emilia, storicamente questa era una zona di passaggio e mediazione tra città e campagna, ricca di attività dedite al prelevamento di sabbia e ghiaia dal vicino fiume Reno, di cantieri edilizi e di ville estive della Bologna bene. Già a partire dalla Prima Guerra Mondiale, l'area diventa sempre più importante come sede produttiva ed è proprio qui che, tra imprese più e meno nuove, sorge l'Opificio Golinelli: sede dell'omonima fondazione, centro di ricerca, formazione, incubatore di start up, spazio espositivo... Non è facile definire in sintesi quest'organismo complesso, articolato e poliedrico.

«La Fondazione si pone concretamente e operativamente a supporto dei giovani e della società, ispirando le persone a costruire il proprio sogno: questo è – e sempre sarà – il profitto di Fondazione Golinelli». Le parole, scolpite nella home page del sito, sono la dichiarazione d'intenti di Marino Golinelli, fondatore e presidente onorario. Per cercare di raccontare questa realtà bolognese, con i piedi nella città e la mente aperta al mondo, siamo andati all'Opificio Golinelli, che sorge dove un tempo c'erano le Fonderie Sabiem – una volta qui si producevano ascensori, oggi si produce cultura, mezzo per far salire la società –. E mentre il bianco della costruzione ci abbaglia, viene facile dimenticare di essere a Bologna e immaginare di essere a Londra, Berlino, New York o Cupertino... Ma che «Non possiamo fare la gara contro Google o Amazon» lo dice Antonio Danieli: bolognese, una laurea in Ingegneria Gestionale e un Master in Management delle Imprese Sociali, Aziende Non Profit e Cooperative alla Bocconi, dal 2009 direttore generale della Fondazione Golinelli. Convinto sostenitore di un ritorno all'umanesimo – «La formazione d'eccellenza è la leva fondamentale su cui investire per accelerare lo sviluppo» – , è lui a raccontarci passato, presente e futuro della fondazione.

Danieli, partiamo dall'inizio: com'è nata la Fondazione e con quale scopo?

Il cav. Marino Golinelli l'ha creata nel 1988 con l'obiettivo di investire parte della sua ricchezza, derivante dall'attività di imprenditore che ha svolto negli anni, e di restituirla alla società. Oltre alle risorse economiche, nella Fondazione ha riversato anche un approccio imprenditoriale e questo si traduce in due elementi fondamentali. In primis il suo essere operativa: non eroga risorse alle altre organizzazioni o fa atti di mecenatismo, ma ha una serie di progettualità concrete, soprattutto nel campo della formazione e dell'educazione dei giovani. Poi porta avanti l'idea di creare una classe di uomini e donne che possano costruire delle nuove attività, raggiungere sogni, avere fiducia nel domani e contribuire così, in una logica di sviluppo continuativo, al paese per il futuro. Quindi c'è un passaggio dal concetto di mecenatismo, di sussidiarietà, a un'idea di una filantropia strategica che agisce per il futuro del paese in forma privata, ma con obiettivi per la collettività.

Dal 1988 le cose saranno sicuramente cambiate. Nel 2015, con un progetto di riqualificazione urbana, la sede diventa l'Opificio Golinelli. Com'è oggi la Fondazione?

Oggi la Fondazione è indipendente e autonoma, ha un presidente che si chiama Andrea Zanotti, un presidente onorario che è il fondatore stesso e un consiglio di amministrazione, di cui anch'io faccio parte. Attualmente, non basta più occuparsi solo di formazione, ma è necessario accorciare i tempi tra il mondo della scuola, della ricerca e dell'impresa. Una volta questi elementi erano messi in fila, ma adesso non c'è più tempo: devono convivere ed essere quasi sovrapposti e contaminarsi. Per questo la Fondazione si occupa di educazione, di formazione, di ricerca, di trasferimento tecnologico, di incubazione, di accelerazione, fino all'avvio di nuove start up. Non è tradita la missione originale, è completata negli step successivi. 

Questo in cosa si traduce?

Significa che è necessario partire dai piccolissimi, dai tre anni alle scuole elementari, per stimolare la creatività; passare alle scuole superiori, accendere la passione e mantenerla viva, accompagnare in progetti d'alternanza scuola/lavoro e di orientamento fattivo alla scelta dell'università. Ma, ancor più di tutto questo, guardando al futuro è indispensabile creare nuovi lavori e nuove imprese perché i lavori del domani al 50% adesso non esistono. È importante aiutare i giovani a costruire nuove realtà imprenditoriali, e quindi aprirsi al mondo delle start up. In questo le fondazioni come la nostra possono avere un ruolo interessante, perché si tratta di luoghi aggreganti che, riunendo tutte le fasi, possono dare un'accelerazione alla società e fungere da catalizzatori per avvicinare imprese, scuole, enti di ricerca e amministrazioni con l'obiettivo dello sviluppo di nuove competenze. Ci sono settori in cui è opportuno investire, la Fondazione in particolare è orientata alle scienze della vita. Infatti abbiamo creato un incubatore, un acceleratore, che si chiama G-Factor, con questo obiettivo.

Danieli, ci spieghi meglio che cosa fa G-Factor.

Ha lo scopo di accompagnare in maniera maieutica i gruppi di ricerca che possono produrre qualcosa di concreto, ma che hanno bisogno di essere guidati in un percorso che, ancor prima delle risorse economiche, comprende formazione, per prepararsi al mondo del mercato.

Lo scorso 19 novembre ha inaugurato la mostra U.MANO: qual è il suo significato e che cosa rappresenta per la Fondazione?

È un manifesto culturale che ci aiuta anche a contaminare le altre aree della formazione. Al suo interno troviamo sia i lavori dei ragazzi delle scuole, che il braccio robotico di BionIT, una delle start up che abbiamo incubato. L'esposizione ha tre chiavi di lettura fondamentali. La prima è l'idea della mano, collegata al fare e alla nostra visione del sapere e saper fare: tant'è che tutte le attività formative che facciamo sono laboratoriali, concrete, con una parte esperienziale e pratica. Il secondo aspetto è il tema dell'arte-scienza, sul quale la Fondazione ragiona da tanti anni con mostre e percorsi culturali; quello che vogliamo comunicare è che l'arte e la scienza sono elementi che consentono di guardare al futuro, per cercare di capire dove sta andando l'essere umano. Il terzo punto riguarda l'aspetto artistico della mostra, con opere del Guercino e di Ludovico Carracci.

Quindi c'è un'idea del fare, che si ricollega alle radici dell'Opificio [da Opus, lavoro, e Facěre, fare], l'attenzione alla scienza e alla tecnologia e, infine, l'aspetto artistico e creativo. Possiamo dire, quindi, che la contaminazione è una delle chiavi di volta della Fondazione?

Come dice Carlo Fiorini, uno dei curatori di U.MANO, la Fondazione è una sorta di grande tentativo di bottega del Verrocchio, o di grande acceleratore della società perché ha dei meccanismi di contaminazione. Anche se in tempi di Neet [acronimo inglese di Neither in Employment nor in Education or Training, riguarda persone che non studiano e non lavorano, ndr] e di abbandono scolastico può sembrare strano, sono profondamente convinto che l'eccellenza debba essere la risposta. Oggi si torna a una nuova idea di completezza dell'essere umano: passione, immaginazione, curiosità, sapere, saper fare, gestione della complessità, etica e senso di responsabilità sociale. Tutto questo è un po’ quello che noi siamo oggi.

Evidentemente la Fondazione, con tutte le sue attività di ricerca e sviluppo, ha la mente aperta verso il mondo; ma i piedi, come abbiamo detto, sono a Bologna. Com'è il rapporto con la città?

Qua vengono dalle 100 alle 150 mila presenze all'anno, e non solo da Bologna. Sicuramente c'è molta attenzione, ma c'è sempre di più la necessità di operare in rete con altre istituzioni: se non riusciamo a moltiplicare l'impatto di quello che facciamo, non riusciremo a cambiare la traiettoria del paese, che è quello che stiamo cercando di ottenere. Si tratta di un'operazione che va fatta sul territorio locale, che oggi acquisisce un'importanza internazionale fondamentale. Il genius loci si annida nei territori, ed è lì che si giocano le dimensioni dello sviluppo e dell'innovazione. Bisogna agire su una rete di più aree che si colleghino, ognuno con le proprie peculiarità: a livello globale, le realtà che oggi ce la fanno si basano non dico sulle città, ma sulle macro aree territoriali che hanno un'affinità. Ma da dove deriva questo? Da un capitale sociale endogeno, quindi persone che hanno avuto la possibilità di fare dei percorsi formativi di qualità, combinato con centri di ricerca di eccellenza. Bologna e l'area padana hanno una grande fortuna, sono piene di università – quella di Bologna, di Parma, Reggio, Modena, Ferrara e Piacenza – e di centri di ricerca con valenza mondiale. Questo consente di accendere la miccia per il capitale sociale locale e di essere attrattivo per il capitale sociale esterno, per cui dopo il territorio diventa competitivo a livello internazionale.

Concludendo, torniamo all'inizio: entrando all'Opificio Golinelli è impossibile non notare l'importanza degli spazi, della luce, di tutto questo bianco. Danieli, ci racconti la genesi del contenitore della Fondazione.

Prima del 2015 la Fondazione era in quattro sedi sparpagliate per Bologna, quindi abbiamo deciso di aprire l'Opificio per avere un luogo di aggregazione che fosse anche simbolico. Il merito fondamentale va agli architetti di Diverserighestudio, che hanno bene interpretato lo spirito della fondazione. L'Opificio è un abito sartoriale ricostruito su quello che siamo noi, è stato concepito come metafora di città, un recupero urbanistico e con logiche si sviluppo sostenibile, una costruzione degli ambienti che ripercorre metaforicamente le attività che facciamo. Nel 2017, con il coinvolgimento dell'architetto Cucinella, al nucleo originario si è aggiunto il Centro Arti e Scienze, che è diventato un elemento iconico di sguardo al futuro, con una realizzazione reticolare che rappresenta le connessioni che la fondazione sta creando in un divenire continuo. Poi c'è stato il completamento, a cura di Diverserighestudio, dell'altra ala in cui è nata la parte di incubazione e ricerca, che diventa complementare della parte educativa/formativa. È importante sottolineare la bellezza di un luogo che deve essere vissuto in termini gratificanti, avvolgenti e accoglienti, sia da chi ci lavora che da viene a trovarci.

Terminata l'intervista con Danieli, usciamo dalla fondazione, non prima di aver visitato la mostra U.MANO. Ci danno il benvenuto gli enormi calchi delle mani di Marino Golinelli: prima aperte, a rappresentare l'esplorazione e la conoscenza del mondo, poi chiuse, emblema della riflessione necessaria alla comprensione. Tra dipinti cinque e seicenteschi, ricostruzioni digitali della Battaglia di Anghiari di Leonardo – opera andata perduta e qui rimaterializzata – e virtual reality, lasciamo i nostri passi nel passato e ci proiettiamo nel futuro.

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