Trekking a Bologna: tre giorni in Appennino tra laghi, boschi e cascate

Outdoor Bologna Giovedì 29 agosto 2019

Trekking a Bologna: tre giorni in Appennino tra laghi, boschi e cascate

Monte Cimone
© Chiara Ferrari
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Bologna - Pur non avendo la maestosità dell'alta montagna, l'Appennino tosco emiliano ha un suo fascino, più dolce, fatto di colline e boschi che rasserenano lo sguardo. Trascorrere qualche giorno su e giù per sentieri, pernottando in rifugio o, per i più avventurosi, bivaccando in tenda, è sicuramente un ottimo modo per goderselo.

L'itinerario proposto è un giro ad anello che parte a pochi centinaia di metri da Madonna dell'Acero, passa per il Corno alle Scale, il lago Scaffaiolo, il passo del Lupo, i monti della Riva, i laghi di Pratignano e le cascate del Dardagna, per poi far ritorno al punto di partenza.

Primo giorno: da Madonna dell'Acero (Pian d'Ivo) al lago Scaffaiolo
Partendo da Bologna, si imbocca la strada statale 64 Porrettana e si prosegue fino a Silla, dove si esce e si continua in direzione di Lizzano in Belvedere, comune di origine antichissime popolato già in epoca primitiva. Mentre i tornanti aumentano e la temperatura diminuisce, si arriva a Madonna dell'Acero (il consiglio è di lasciare l'auto nel parcheggio che si trova sulla destra, circa 300 metri prima della località).

Una volta parcheggiata la macchina, mettiamo lo zaino in spalla e partiamo in direzione di Pian d'Ivo, dove sorge l'edificio del Centro Visite e parte il sentiero CAI 323/327, che imbocchiamo. Iniziamo subito a salire nel bosco e dopo un'oretta sbuchiamo sulla sommità del monte La Nuda (1828 m), così chiamato per l'assenza di alberi. Qui si dirama un crocevia di sentieri che solcano i versanti toscani e bolognesi dell'Appennino e, tenendo la parte toscana a sinistra, si può ammirare dritto davanti a sé il percorso a scale dei Balzi dell'Ora.

L'itinerario deve il suo nome al vento di Tramontana (dal latino aura: aria, brezza), che qui soffia spesso e volentieri – motivo per cui è utile avere sempre con sé uno smanicato e/o una giacca antivento –, e costituisce il sentiero CAI 119, il percorso più esposto, più difficoltoso e più spettacolare per salire al Corno alle Scale. Il toponimo sottolinea la forma a gradoni del monte, che con i suoi 1945 m è la vetta più alta di tutto l'Appennino bolognese. Arrivati a questo punto, è d'obbligo una sosta ai piedi della croce alta quasi 15 metri, accanto alla quale si può ammirare il paesaggio circostante sgranocchiando uno snack. Rimettendosi in cammino, inizia la discesa lungo il sentiero CAI 00, che segue il crinale passando per i passi dello Strofinatoio e dei Tre Termini fino ad arrivare al lago Scaffaiolo, meta della nostra tappa.

A questo punto non resta che scegliere un luogo idoneo al bivacco – consentito dalle 20.00 alle 8.00 – o prendere posto al Rifugio Duca degli Abruzzi (il consiglio è di chiamare sempre qualche giorno prima della partenza per verificare le condizioni meteo e la disponibilità di posti).

Secondo giorno: dal lago Scaffaiolo ai laghi di Pratignano (con pernottamento al Capanno Tassoni)
Dai quasi 1800 m del Duca degli Abruzzi si scende a quota 1300, cambiando completamente paesaggio: dai crinali spogli e battuti dal vento, si passa alle mirtillaie, poi alle faggete e infine alle praterie che conducono ai laghi di Pratignano, un esempio unico in tutto il nord Italia di torbiera.

Imboccando il sentiero CAI 401, iniziamo la nostra discesa dalla Scaffaiolo in direzione del passo del Lupo, che raggiungiamo in un'oretta. Qui la temperatura inizia a salire, ma per fortuna c'è la vegetazione a proteggerci dal caldo. In ogni caso, vista l'assenza di acqua fino al Capanno Tassoni, è opportuno partire con la borraccia piena (se è molto caldo conviene avere con sé anche 3 litri). Dopo il passo del Lupo, passiamo sui crinali dei monti della Riva, che fanno da confine tra le province di Bologna e Modena. Continua poi la nostra discesa tra i boschi di faggi e abeti, lungo una comoda forestale che lascia il posto a una suggestiva prateria che domina la valle di Ospitale, poco distante, e del fiume Dardagna. Accaldati arriviamo quindi ai laghi di Pratignano, che si trovano nel comune di Fanano, in provincia di Modena.

Nato dal fenomeno dello sdoppiamento di cresta dovuto a un terremoto che fece scivolare parte del monte Serrasiccia, creando una depressione che funge da bacino, il lago, alimentato dalle acque piovane e dalla fusione delle nevi, si sta trasformando in una torbiera, in pratica una palude. Il bacino è molto interessante anche per la presenza di una particolare pianta carnivora – Drosera Rotundifolia e dei numerosi anfibi che lo popolano: passeggiando sulla riva è impressionante notare i loro balzi in direzione dell'acqua, dove si rifugiano spaventati dal rumore dei passi. In questo luogo particolare e affascinante, tra l'acqua e i canneti, si dice che sorga la dimora delle ultime fate dell'Appennino, che abiterebbero la cosiddetta Grotta delle fate, una cavità posta sulla riva bolognese del lago (quella destra, arrivando dalle praterie). Leggenda narra che qui vivano tre spiritelli malvagi che nelle giornate nebbiose attirano i viandanti, per poi farli annegare nelle acque del lago... meglio stare alla larga!

Dopo una sosta per riposarsi e mangiare qualcosa – è consigliabile avere del cibo con sé, attorno al lago non ci sono chioschi ma solo un'area attrezzata per il ristoro –, si torna sui propri passi lungo lo stesso percorso dell'andata. Si riattraversano la prateria, la forestale e ci si inoltra nel bosco, dove si imbocca sulla destra il sentiero CAI 445, che porta al Capanno Tassoni. Qui si può decidere di pernottare o piantare la tenda nel giardino che c'è accanto al rifugio.

Terzo giorno: dal Capanno Tassoni a Madonna dell'Acero
Questa tappa è la più breve, perciò possiamo prenderla con calma sapendo che in poco meno di tre ore saremo alla macchina. Si parte tornando sul sentiero CAI 445, lo stesso che ci aveva condotto qui il giorno prima, e si rimane sotto l'ombra e il refrigerio del bosco. Dopo un'oretta e mezza di camminata, si inizierà a sentire l'inconfondibile fragore del torrente Dardagna, che ci scorre accanto.

Attraversando il corso d'acqua in un punto favorevole – è importante, in ogni caso, indossare sempre degli scarponi da montagna che siano impermeabili –, si imbocca in sentiero CAI 337, che scende ripido lungo i sette balzi del Dardagna, che vanno dai 30 ai 15 metri. Facendo attenzione agli alti gradoni che costituiscono il sentiero e al traffico che arriva nell'altro senso di marcia, senza dubbio il più battuto, si arriva infine alla cascata più bassa, dove si prende il sentiero CAI 331, che porta al santuario di Madonna dell'Acero.

Leggenda vuole che due pastorelli fossero a pascolare le pecore quando furono colti da una bufera di neve, nonostante fosse estate, e trovassero rifugio sotto un grande acero; qui apparve loro la Madonna, che disse loro di voler essere venerata in quel luogo e ridiede vista e udito a uno di loro, che ne era privo. Così venne costruito un piccolo tempio, che inizialmente proteggeva l'albero e il dipinto della Madonna e in seguito fu eretto il santuario, che negli anni è stato ampliato fino ad assumere l'aspetto che vediamo oggi. Dopo una visita alla chiesa, abbastanza spoglia ma comunque interessante, si riprende il percorso che ormai in una decina di minuti ci riporta alla macchina.

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