Visita alla Chiusa di Casalecchio, tra storia, tecnica e natura - Bologna

Visita alla Chiusa di Casalecchio, tra storia, tecnica e natura

Cultura Bologna Giovedì 13 giugno 2019

La chiusa di Casalecchio
© Chiara Ferrari
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Bologna - La Chiusa di Casalecchio di Reno è una delle più grandiose opere idrauliche d'Europa e dopo otto secoli di onorato servizio è ancora in attività. Si trova all'interno del complesso del Parco della Chiusa, anche detto Parco Talon, e per visitarla si può fare riferimento al Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno. Bisogna tenere presente che il posto, oltre ad avere un'enorme valenza storica, è prima di tutto un luogo tecnico tuttora utilizzato. Si raccomanda una vestita comoda e scarpe adatte a camminare su terreni un po' sconnessi, come i sassi di fiume del camminamento.

Perché una chiusa?

Nel VI secolo a.C gli etruschi fondarono sulle rive del torrente Aposa Felsina, poi ribattezzata dai romani Bononia. Molto tempo dopo, verso l'anno 1000, ci fu in tutta Europa un'esplosione demografica che aumentò le esigenze – alimentari, vestiarie, produttive – della popolazione. A Bologna poi nel 1088 venne anche fondato lo Studium, la più antica università dell'Occidente. Le risorse idriche, e quindi energetiche, del solo Aposa non erano più sufficienti per soddisfare i bisogni crescenti dei bolognesi.

Oltre all'Aposa, fuori dalle mure cittadine scorrevano due fiumi: a Ovest il Reno, a circa 6,5 km, e a Est il Savena, a 5,5, km. Oggi queste non sono distanze abissali, ma dobbiamo considerare che a quel tempo non esisteva né il trasporto su gomma né quello su rotaia. Cosa pensarono di fare quindi gli astuti bolognesi? Studiarono un modo per deviare i corsi dei due fiumi e fare così arrivare l'acqua in città grazie a un sistema di canali. Il Savena venne deviato in corrispondenza della Chiusa di San Ruffillo e il Reno dalla Chiusa di Casalecchio.

La storia della Chiusa di Casalecchio

·1191 Lo storico del '500 Pompeo di Zani riferisce dell'esistenza di uno sbarramento ligneo  – chiamato Steccaja o Pescaja – già nel 1191. L'opera era stata realizzata dai frati dell'ordine di Santa Maria di Reno per soddisfare le esigenze alimentari del convento con la creazione di un piccolo bacino idrico in cui allevare i pesci. Il legno naturalmente non poteva reggere la forza del Reno, fiume a carattere torrentizio soggetto a piene frequenti e violente.

·1208 Un documento tuttora conservato all'Archivio di Stato di Bologna certifica un accordo tra i ramisani, che possedevano o utilizzavano un tratto del Reno, e il comune di Bologna nel quale si attesta che i primi cedevano l'acqua in eccesso al comune perché ne ricavasse energia. È interessante notare come già nel Medioevo ci fosse una gestione privata delle acque.

·1324 I frati dell'ordine degli Emeritani costruiscono la prima chiusa in muratura, che però è soltanto appoggiata sul fondo del fiume. Accanto alla Casa di guardia sono ancora visibili dei resti dell'opera, distrutta dalle truppe modenesi durante la battaglia di Zappolino.

·1360 Il cardinale Egidio Albornoz ordina la costruzione della Chiusa, che con tutti gli ammodernamenti tecnici del caso è la stessa che vediamo oggi; si tratta di un manufatto gigantesco, lungo 158 metri e largo 34. È lo stesso Albornoz a predisporre anche la costruzione del canale di Reno, incaricato di portare l'acqua in città per alimentare opifici e cartiere. È in questo periodo infatti che Bologna diventa famosa per la produzione di seta, di gran moda nelle corti europee.

·1560 Il papa Bolognese Pio V obbliga tutti coloro che usufruiscono delle acque del Reno ad autotassarsi per le opere di manutenzione e ammodernamento della Chiusa e dei suoi canali. Vengono così formalizzate le Assunterie, che dall'Ottocento in poi diventeranno i Consorzi, tuttora vigenti.

·1893 La notte del I ottobre il Reno tracima, provocando la più grave inondazione della sua storia. Un'onda di quasi cinque metri con una portata di 2,200 mq d'acqua (consideriamo che 1 mq è pari a 1000 litri, e che una vasca da bagno casalinga ne contiene circa 150) spezza in due Casalecchio, provocando enormi danni a persone, case, campi e animali. In seguito a questo evento, che naturalmente blocca anche la produzione di opifici, cartiere, etc. e rischia di causare un'emergenza igienica, il Consorzio dichiara il suo stesso commissariamento. L'avvocato Bacchelli, presidente della provincia, si reca sul posto per verificare i danni e dà l'incarico agli ingegneri Boriani e Canonici di studiare una soluzione. Nel frattempo, dalle parti di Anzola dell'Emilia, un fabbro, tale Maccaferri, aveva ideato una rete metallica molto flessibile che riempita di sassi e detriti poteva fungere da modulo costruttivo. Con questo sistema, ancora in uso, venne costruito uno scolmatore di piena: un rostro che spezzava l'energia cinetica dell'acqua e la convogliava in una seconda chiusa che restituiva più in basso l'acqua al Reno. Sui gabbioni nel tempo è cresciuta la vegetazione, fino a costituire un vero e proprio isolotto.

L'Isola Verde e il Lido di Casalecchio

Sull'isolotto che costituisce la nuova chiusa si sono depositati sabbia e detriti che hanno formato una  spiaggetta, che è diventato il lido prima dei casalecchiesi e poi dei bolognesi. Lì nel tempo sono sorti una serie di mestieri legati alla balneazione, come il noleggio di ombrelloni, sdraio e l'affitto di una scaletta per accedere alla parte più alta del lido, la cosiddetta Isola Verde. Negli anni '50 nacque anche un dancing molto frequentato nelle sere d'estate.

La Chiusa e i canali oggi

Oggi naturalmente le acque dei canali non sono più utilizzate per fornire energia, fatta eccezione per le centrali idroelettriche del Cavaticcio e della Canonica. Tuttavia l'opera di manutenzione e controllo fatta dai tecnici è ancora molto importante perché garantisce un afflusso costante delle acque in città, che altrimenti in caso di piena si allagherebbe. In più i canali forniscono un aiuto complementare al sistema fognario cittadino, che da solo non basta a garantire il corretto afflusso della acque meteoriche. I canali sono una parte integrante della qualità della vita a Bologna, che fino al secondo dopoguerra appariva come una città d'acque, non molto diversa da Venezia o Comacchio. Oggi quelle acque scorrono ancora sotto Bologna, ma questa è un'altra storia.

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