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copertina 'Popoli Artici e Subartici'

'Popoli Artici e Subartici dalla penisola di Kola alla Cukotka.'

La presentazione del libro di Luciana Vagge Saccorotti. Un viaggio alla scoperta dei popoli dei ghiacci. Giovedì 4 febbraio al centro Agave di Chiavari. Di Ottorino Tosti
di Ottorino Tosti
4 GENNAIO 2010
Giovedì 4 febbraio 2010, alle ore 17 presso la sede del Centro di Cultura l'Agave (via Costaguta 8, Chiavari) verrà presentato al pubblico, da Ottorino Tosti, dell'associazione Perigeo Onlus, il libro di Luciana Vagge Saccorotti Popoli Artici e Subartici dalla penisola di Kola alla Cukotka.

Il libro presenta gli studi di Luciana Vagge Saccorotti su popoli artici e subartici, dalla Russia alla Siberia. Uno studio unico, forse il primo a livello europeo, con informazioni su ben 28 popoli nativi, civiltà che hanno sempre vissuto di caccia, pesca e allevamento, ma che negli ultimi decenni sta subendo una forte trasformazione che mette in serio pericolo il delicato rapporto tra i nativi e il loro ambiente. L'autrice ha predisposto una scheda completa di ogni popolo, che comprende la lingua, la geografia, la storia, l’assetto sociale, le forme di habitat, l’alimentazione, le attività produttive, la tecnologia, la religione, le tradizioni, i miti ed i riti. Naturalmente, sono trattati anche lo sciamanesimo e il culto dell’orso. Grande attenzione viene data alle leggende ed a riti popolari, anche in virtù del fatto che le popolazioni native, non avendo sviluppato una loro scrittura, devono essere studiate attraverso l’utilizzo del folclore quale fonte storica per lo studio dell’etnogenesi dei popoli. Il libro rientra nella storica attività dell’Istituto Geografico Polare Silvio Zavatti.

Esistono nel mondo numerose piccole etnie, che, perché isolate ai margini di grandi continenti o perché stanziate in località obiettivamente di difficile vivibilità - come i deserti, le foreste tropicali o le regioni artiche - si sono preservate nel tempo dall'influsso della civiltà occidentale.

Molte di queste piccole etnie, loro malgrado situate in territori ad alto interesse minerario, o particolarmente appetibili al turismo di massa, in questi ultimi anni si sono trovate al centro dell'interesse economico delle nazioni potenti del mondo, iniziando a subire, per effetto della  presenza occidentale, una forte pressione culturale che le sta portando ad ibridare gli stili di vita tradizionali, normalmente basati sulla caccia e la pesca o un'agricoltura ad uso esclusivo del nucleo famigliare o del villaggio.

Queste piccole etnie sono destinate a scomparire, fisicamente alcune, altre approdando ad una cultura ibrida fra la loro originaria e quella nuova che le ha colonizzate. Il fatto è che la loro scomparsa lascia sul pianeta un grande vuoto, cancellando le ultime tracce, che ancora possediamo, per incontrare un nostro lontano passato.

Infatti, tramite l'osservazione del loro modo di vita, dei loro utensili, le loro leggende, i loro miti, ci colleghiamo idealmente alla parte primigenia di noi stessi, riuscendo a capire l'origine dell'essenza stessa della nostra cultura. Alcune di queste dimenticate etnie stanno lassù nell'estremo nord, nella penisola di Yamal, in Siberia, dove nel 2005 il Progetto Carta dei Popoli Artici, svolto in collaborazione con numerosi istituti di ricerca e coordinato dall'associazione Perigeo onlus, ha condotto una spedizione antropologica.

Luciana Vagge Saccorotti, genovese, partecipante a questa spedizione, ha fatto seguire uno studio  articolato e innovativo su 28 popoli nativi dalla penisola di Kola nella Russia occidentale alla Cukotka in Siberia orientale, popoli che hanno sempre vissuto di caccia, pesca e allevamento delle renne, e che in questi anni, come tutte le minoranze etniche del pianeta, stanno subendo una lenta e profonda, ma radicale, trasformazione sociale e ambientale.

Per ognuno di questi l'autrice ha steso una completa relazione comprendente la lingua, la geografia, la storia, l'assetto sociale, le forme di habitat, l'alimentazione, le attività produttive, la tecnologia, la religione, le tradizioni, i miti ed i riti, lo sciamanesimo e il culto dell'orso. Lo studio è stato raccolto nel volume Popoli Artici e Subartici dalla penisola di Kola alla Cukotka, pubblicato a cura dell'Istituto Geografico Polare. Il volume puntualizza, illustra e sicuramente tramanderà alle generazioni future l'avvenuta esistenza e la cultura di una popolazione che, forse fra breve, scomparirà per il sopraggiungere di insormontabili difficoltà di ordine politico ed economico.

Il libro è un'amorevole finestra gettata in maniera competente su una popolazione che vive ed ama i ghiacci. Come scrive nel libro l'autrice, riportando le parole di un vecchio allevatore di renne «i ghiacci parlano, sai? Basta saperli ascoltare. Raccontano leggende del nostro popolo, storie infinite del nostro lungo viaggio, per arrivare fin qui, dove ora viviamo transimando insieme alle nostre renne». E' un libro scritto da chi alla ricerca coniuga una passione sincera per il nord, per le sue storie, per i segreti che racchiude.

Mi permetterò di riportare qui un breve passo del libro, un affascinante input per tutti i lettori per spingerli ad incamminarsi verso il grande nord a scoprirne i misteri.

... di un misterioso popolo, le cui gesta sono raccontate dai Nency della penisola di Jamal, nella lunga notte nordica attorno al focolare al centro del cum (la tenda conica degli allevatori di renne).

Si tratta dei Sichirtja, persone di bassa statura, con gli occhi bianchi, di cui si racconta che fossero arrivate dal mare e che vivessero all'interno di monticelli sabbiosi. Si narra ancora che possedevano mandrie di mammut che in tempi antichi andarono sottoterra insieme a quelle leggendarie tribù e ancora adesso ci abitano. I mammut, nella lingua locale, si chiamano, infatti ja-chora, cioè ‘renne della terra'.

Secondo la leggenda, salgono in superficie solo nelle notti senza luna. Ma se la luce della luna o del sole li sorprende, essi muoiono. Ecco perché nella tundra si trovano le loro ossa. Ci si accorgeva dell'avvicinarsi dei sìchirtja dal suono degli oggetti di metallo con i quali ornavano i loro bellissimi abiti. In alcune leggende sono ricordati come fabbri, e la loro immagine è così legata al metallo che si pensavano le loro abitazioni saldamente fissate con corde di metallo al terreno perennemente gelato. Aggiogavano alle slitte i cani, cacciavano i mammiferi marini e le renne selvatiche, pescavano con strane reti, galleggianti colorati e piombini di pietra...

Gli archeologi hanno effettivamente ritrovato lungo le coste nordiche della penisola di Jamal resti di antiche abitazioni semi interrate, reperti finemente forgiati in ferro e bronzo, nonché strumenti di caccia ai mammiferi marini risalenti alla metà del primo millennio della nostra era. Ritrovamenti che non appartengono alla cultura tradizionale dei Nency, che in quella terra vivono. Chi erano allora quegli antichi cacciatori così abili nell'arte della fucinatura, che necessita di buone conoscenze tecnologiche? Dove portavano i loro preziosi oggetti? Con che cosa e con chi li barattavano?

«Noi non vogliamo che quelle leggende si perdano», continua il vecchio allevatore di renne, «perché un popolo che perde le proprie leggende finisce col non trovare più la strada verso il futuro dal buio del suo passato».


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