Outdoor Torino - Mercoledì 26 luglio 2017

Viaggio alla scoperta della Mole Antonelliana, panorami mozzafiato e Museo del Cinema

© Alessandra Chiappori
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Torino - Dal fantasmagorico progetto dell’architetto Antonelli alle fantasmagorie di uno dei musei più belli d’Italia

Dal 2018 sparirà dal nostro portafoglio, insieme alle monete di rame da due centesimi sulla cui faccia è rappresentata. È la Mole Antonelliana, simbolo per antonomasia di Torino, con la sua inconfondibile silhouette che da oltre un secolo caratterizza lo skyline urbano del capoluogo piemontese. 167 metri di altezza, che oggi possono essere scalati con un comodo quanto affascinante ascensore panoramico, una forma che racconta di una storia antica e di un interessante intreccio di culture e vicende, e un amore incondizionato che batte nel cuore di ogni torinese e non solo.

Forse non tutti sanno che la Mole, che deve il suo appellativo al visionario architetto novarese che la progettò, Alessandro Antonelli, nasce con l’idea di diventare sinagoga. Fu la comunità ebraica ad affidare il progetto ad Antonelli, e la storia della commissione e dei successivi lavori è ben raccontata in A.A.A il diario fantastico di Alessandro Antonelli, architetto graphic novel dei torinesi Fabio Geda, Marco Magnone e Ilaria Urbinati. Era il 1863, l’architetto non si fece sfuggire l’occasione per sperimentare ancora una volta la tecnica costruttiva che lo aveva fatto notare, e che coniugava in una visione nuova e moderna scelte architettoniche ed eclettismo ottocentesco. La forma della Mole – così chiamata perché per anni costituì l’edificio in muratura più alto di tutta Europa – è infatti unica e azzardata, frutto di quella sorta di follia creativa che silenziosamente anima la razionale Torino sabauda e di cui Antonelli aveva profuso il suo sogno verticale. A guardarla oggi, un po’ più bassa dei due nuovi grattacieli che sono sorti in città, ma colpo d’occhio sempre unico del centro storico, la Mole suscita ancora sguardi ammirati, ed è la signora più fotografata della città, specialmente nel tratto di via Montebello che la rivela all’improvviso nella sua enorme e bizzarra forma, oppure nel più nascosto squarcio tra palazzi che la inquadra nell’adiacente vicolo Benevello.

Non c’è da stupirsi se il progetto di Antonelli si rivelò ben presto oneroso e registrò un progressivo rallentamento dei lavori, che tuttavia ripresero nel 1878, dopo l’acquisizione del monumento da parte del Comune di Torino. Grazie al nuovo slancio, la base quadrata e la grande cupola furono completate con il cosiddetto tempietto ancora a base quadrata, e la guglia, la lanterna circolare di ben 18 metri. Oggi inaccessibile, ancora più su, a 113 metri di altezza, si sviluppa infine la cuspide di base ottagonale, sulla cui cima fu posto un genio alato. Era il 1889, la Mole era finalmente terminata, ma a inaugurare il sogno di una vita non c’era Antonelli, che fino all’ultimo aveva lavorato all’edificio installando anche un ascensore a puleggia con cui, ottantenne, saliva sulla cupola. L’architetto morì infatti poco prima, e a prendere le redini dei lavori fu il figlio, Costanzo Antonelli.

La storia, però, non finisce qui, perché la statua posta in cima all’edificio fu abbattuta da un temporale, nel 1904, e fu quindi sostituita con una stella, mentre più tardi, nel 1953, un evento atmosferico ben peggiore distrusse più di 40 metri della cuspide. I problemi della Mole, dovuti a fattori di stabilità, allo spazio esiguo a terra e alla maestosità della cupola, furono così parzialmente risolti installando una nuova cuspide metallica, e rinforzando tutto l’edificio.

Ma cos’era accaduto alla sinagoga, nel frattempo? Con l’acquisizione del Comune, si era trasformata in un monumento al Re, e poi era diventata Museo del Risorgimento, finendo per passare in gestione ai Musei Civici che ne fecero la sede di grandi mostre. Nel 1961, inoltre, in concomitanza con il Centenario dell’unità di Italia, fu inaugurato l’ascensore panoramico che, rinnovato nel 1999, ancora oggi consente di arrivare in vetta alla Mole e godere della vista mozzafiato. La cabina, in cristallo trasparente, sale all’interno della enorme cupola senza soste intermedie, attraversandola in tutta la sua campata in un minuto, e portando gli stupefatti visitatori da terra agli 85 metri del tempietto. Da lì, la vista è superba e abbraccia tutta la città e le Alpi innevate, che svettano nelle belle giornate invernali.

È proprio con il nuovo millennio che la Mole compie il grande balzo avanti, grazie a un nuovo visionario, lo scenografo François Confino, progettista del Museo Nazionale del Cinema, che dal 2000 ha sede nella Mole, di cui è diventato ormai una seconda faccia della medaglia. Non c’è fantasmagorica architettura, unica al mondo, senza la fantasmagoria che è l’essenza stessa del cinema, di cui oggi il sogno di Antonelli è il vero tempio, che non smette di affascinare e di attirare ogni anno migliaia di visitatori. “Un tuffo in immersione totale nel mondo dell’immagine in movimento e della fiction. In un luogo di eccezionale levatura architettonica abbiamo creato un tempio del cinema, un omaggio complice e ammiccante alla Mole Antonelliana”, così il Museo si auto presenta.

Ottica, archeologica del cinema, fotografia e storia dell’immagine in movimento caratterizzano la prima tappa del percorso, che poi sale, arrivando a una collezione di poster d’epoca e al corridoio che racconta il cinema nelle sue diverse sfumature, con un allestimento accattivante e coinvolgente. Ma la vera sorpresa è la Sala del Tempio, l’immenso spazio all’interno della cupola, dove oggi un corridoio panoramico sale a spirale, ospitando mostre temporanee, e dove ci si può perdere tra laboratori di scienziati pazzi, frigoriferi, un saloon e una casetta americana degli anni Sessanta, stregati dal grande dio Moloch e rapiti dalla suggestione che le immagini proiettate sull’interno della cupola creano, insieme alla musica ascoltata dalle cuffie delle rilassanti poltrone chaise-longue. Un luogo così fuori dall’ordinario che non sembrerebbe vero, come in fondo è proprio il cinema, la settima arte che nella sua città di origine, Torino, è celebrata con uno dei musei più avvincenti e particolari d’Italia. 

Non è un caso se tra i tanti film girati in città spicca quello di Davide Ferrario, del 2004: Dopo mezzanotte racconta infatti la storia di Martino, custode del Museo del Cinema, e tante scene della pellicola sono girate proprio all’interno della struttura. Un simbolo del genere, sede di progetti visionari, non poteva del resto non ospitare anche un’installazione particolare come quella di Mario Merz, Il volo dei numeri. Nata nell’ambito del progetto Luci d’artista nel 2002, l’installazione luminosa riproduce i numeri iniziali della famosa serie di Fibonacci, e nell’inverno torinese ammicca con il suo colore rosso dal fianco curvo della grande cupola della Mole. Come a segnalare la presenza di un luogo creativo, che difatti ha prestato la forma anche al concorso di illustrazione That’s a Mole, che ogni anno invita designer e artisti a cimentarsi nel riempimento della sagoma della Mole, fruttando idee spiritose e originali che, in giugno, compongono una mostra proprio ai piedi dell’edificio. 

Un edificio che rivela una storia mutevole, e che è un po’ misterioso, ma di sicuro unico, frutto di quell’ingegno creativo che oggi ospita e al quale dà spazio, nella sua strana forma, che resterà inconfondibile e indimenticabile per tutti, anche quando le monetine da due centesimi non circoleranno più. 

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