Mostre Torino - Venerdì 10 marzo 2017

Museo Egizio, una mostra racconta la Missione Archeologica Italiana

Torino - Trentamila oggetti arrivati dal 1903 al 1920 al Museo Egizio di Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli, all’epoca direttore del museo: una collezione enorme e ricchissima, che portò lo studioso a ripensare la struttura intera del grande spazio dedicato alla civiltà egizia creando magazzini e ristrutturando, per inaugurare quello che sarebbe diventato uno dei più importanti e noti centri di cultura del paese. Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata, la nuova mostra temporanea del Museo Egizio che aprirà l’11 marzo e sarà visitabile fino al 10 settembre (prorogata fino al 14 gennaio 2018), racconta la storia che portò a questo grande traguardo: la vita nello scavo, l’attività di ricerca, gli studiosi coinvolti in un’impresa unica che, ai primi del Novecento, avrebbe segnato il futuro del Museo Egizio e dell’archeologia.

«Un anno fa a inizio marzo abbiamo inaugurato la prima mostra temporanea di questo museo realizzata con il Museo Archeologico di Napoli, Il Nilo a Pompei – ricorda la Presidente Evelina Christillin - 256mila visitatori e un mese, quello di marzo, che ci porta fortuna, perché nel marzo 2015 avevamo riaperto parte del museo dopo la ristrutturazione e a marzo 2017 inauguriamo invece una nuova mostra che si propone come un racconto metastorico dell’archeologia italiana. La Missione partì da una Torino dei primi del '900, ecco perché questo percorso è anche una ricostruzione politica e antropologica di quell’epoca. Schiaparelli era senatore del Regno, ed è stato per anni il direttore del Museo».

L’egizio è del resto il più antico museo al mondo dedicato alla civiltà del Nilo, nato nel 1894 a poche decine di anni dalla decifrazione dei geroglifici e dunque testimonianza in forma di istituto di ricerca della storia stessa dell’egittologia, dell’archeologia e dei suoi personaggi. «Volevamo spiegare il perché il come e il quando partì la Missione» ha proseguito la Christillin commentando la mostra. Un percorso dedicato agli archeologi e allo stesso Museo Egizio, che ha accolto sinergie da diverse istituzioni cittadine come l’Archivio, con la straordinaria collezione di documenti che testimoniano i lavori di Schiaparelli, incluso il finanziamento concesso da Vittorio Emanuele III per il via alla Missione.

Un museo che non dimentica la sua primaria missione scientifica con uno staff di ricerca cresciuto e un’attenzione e investimento costanti rivolti allo studio.

«Il Museo non è solo la sua collezione – ha spiegato il direttore Christian Greco – ma una struttura di ricercatori che studiano quella collezione e che aggiungono al suo valore un patrimonio intangibile fatto di conoscenze e sapere scientifico. La mostra si basa su questo lavoro delle donne e degli uomini che hanno fatto il museo».

La storia parte dal suo tempo, dall’humus culturale della Torino della Fiat, del cinema, dell’esposizione internazionale di inizio secolo dove Schiaparelli si distingueva per le attività culturali e filantropiche, e dove ricevette ne 1903 da Casa Savoia il via libera economico alla fondazione della M.A.I. con 120mila lire destinate a un progetto di ricerca triennale. Sono gli anni in cui si inizia a parlare di ricerca archeologica, e la mostra illustra infatti l’organizzazione e preparazione degli scavi, riecheggiando scenari alla Indiana Jones tra tende, casse in legno originali dell’epoca per il trasporto dei reperti, taccuini di appunti dettagliati su cui sono stati trascrittoi anche i canti in arabo che ritmicamente accompagnavano il lavoro degli operai. Documenti, disegni e diari originali che testano le scoperte e le modalità di recupero, insieme a tante foto, talvolta unica prova rimasta dell’esistenza di alcuni siti andati distrutti nel tempo.

Le storie dei protagonisti della missione si intrecciano ai reperti e ai quaderni degli scavi e raccontano l’epopea delle avventure archeologiche italiane in Egitto. C’è per esempio Francesco Ballerini, collaboratore di Schiaparelli per la M.A.I. e attivo in particolare a Deir el-Medina e nella Valle delle Regine, figura importate per l’ampia documentazione che ha lasciato degli scavi: fotografie, disegni, rilievi, bozzetti, trascrizioni dettagliate. Virginio Rosa si mise in luce nel ricco sito di Gebelein, dove portò alla luce tombe con mummie e corredi intatti. E poi Giovanni Marro, psichiatra e antropologo, che insieme a Schiaparelli mise a punto un programma di ricerche antropologiche in Egitto con una sistematica raccolta di mummie e scheletri interi, in parte portati al Museo di Antropologia ed Etnografia e qui in mostra.

Una storia, un’avventura, il racconto degli scavi archeologici italiani al centro di una cultura mediterranea anticipata dalla grande e affascinante civiltà egizia in un e per un museo che si pone sempre più come attivissimo centro di ricerca, cultura e dialogo in sinergia con l’intera città.

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