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Nicla Vassallo
© foto: Gianni Ansaldi

Nicla Vassallo: «ecco perché critico Simone De Beauvoir»

Con il saggio 'Il secondo sesso' l'intellettuale francese divenne il mito del movimento femminista. Ma oggi è ancora attuale? La riflessione della filosofa genovese
di Nicla Vassallo
GENOVA, 9 FEBBRAIO 2010

Nicla Vassallo
(Porto Maurizio - Imperia, 6 novembre 1963) è una filosofa italiana.
Ha studiato all�Università di Genova e al King's College London dell�Università di Londra, specializzandosi in epistemologia. Già visiting professor presso l�Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è attualmente professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell�Università di Genova, dove fa parte del corpo docente del Dottorato in Filosofia.
Book review editor della rivista "Epistemologia", membro dell'Advisory Board dell' "European Journal of Analytic Philosophy", dell' "Institute for Scientific Methodology", di "L&PS: Logic and Philosophy of Science", della rivista "Iride: Filosofia e discussione pubblica", membro del "Board of Directors" della "Fondazione per la Cultura", membro dell' "Editorial Board" di "Gender" e di "Iris", fa parte del Consiglio scientifico del "Festival della scienza", del "Festival per l'Economia Interculturale", dell' "Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna", della rivista "Estetica", di "Scienza & Filosofia".
I suoi attuali filoni di studio e di ricerca riguardano, da una parte, la natura della conoscenza nelle sue tante declinazioni (anche naturalistiche) e fonti (come la testimonianza), dall�altra alcune forme specifiche di espressione epistemica che paiono presupporre l�esistenza di categorie ontologiche - per esempio, della categoria "donna".
Scrive regolarmente su Domenica, il supplemento culturale del quotidiano "Il Sole 24 Ore".
[Wikipedia]

Lo scorso anno un mio articolo dal titolo Colei che non amava le donne ("L'indice dei libri del mese", ottobre, anno XXV, 10, pp. 6-7) intendeva parlare de Il secondo sesso, appena dato alle stampe da il Saggiatore, con una prefazione di Julia Kristeva e una postfazione di Liliana Rampello - la prima edizione italiana, sempre de il Saggiatore si doveva al 1961. Non era mia intenzione risultare provocatoria; piuttosto, volevo puntualizzare alcune anomalie sia del volume, sia dell'autrice. Invece, il mio articolo qualche polemica l'ha suscitata. Loredana Lipperini l'ha proposto sul suo blog e ne sono seguiti alcuni commenti aspri. Dalle pagine del Corriere della Sera (8 novembre 2008) Antonio Carioti sosteneva, invece, che io avessi processato il mito Simone de Beauvoir e si stupiva per il fatto che, se le mie accuse fossero state infondate, nessuno avesse ancora "cercato di confutarle". Ora mi metterò d'impegno e tenterò qui di non attaccare né Il secondo sesso, né la sua autrice. Certo, però, non riuscirò a tralasciare il mio spirito critico e analitico.

Inizio col tanto decantato Donna non si nasce, lo si diventa (p. 271): magnifico slogan, che, al pari di tutti gli slogan, presenta alcuni limiti. Occorre capire cosa s'intende con "donna", dato che, come la storia mostra, non si dà un solo concetto di "donna". E, visto che questo concetto varia altresì da cultura a cultura, è errato parlare di un'essenza femminile, per di più misteriosa e dubbiosa. Dove si trova la femminilità e chi la incarna? Perché affermare l'esistenza di un'unica femminilità, a discapito e a dispetto della molteplicità delle femminilità, di cui donne e uomini si possono fare sublimi interpreti?
C'è chi potrebbe/vorrebbe sostenere che Simone de Beauvoir con "Il secondo sesso" abbia donato alle donne competitività, indipendenza, potere, razionalità. Non so, non credo. A mio avviso altre scrittrici e/o saggiste (per esempio, Virginia Woolf) hanno elargito loro di più, con maggiore sensibilità e intelligenza. Alla donne, benché non solo alle donne, competitività, indipendenza, potere, razionalità sono state negati per lungo tempo, ma non a tutte le donne: basti ricordare Cleopatra, Elisabetta I, Condoleezza Rice.

A contare sono state e sono anche le classi culturali di provenienza e/o appartenenza, il "colore" della propria pelle, il desiderio di ribellione, la franchezza con cui si dimettono gli occhiali scuri di cui la società ci dota. Un determinante mutamento nella situazione della maggior parte delle donne occidentali si è avuto grazie alla possibilità di studiare: istruzione e conoscenza garantiscono una maggiore consapevolezza del proprio valore e delle proprie capacità. Ciò non toglie che vi siano nei luoghi di potere donne e uomini di cultura miserevole, o che donne e uomini, con un limitato bagaglio conoscitivo e competenziale, risultino ben più premiati e privilegiati di donne e uomini con meriti difficilmente discutibili. Mi chiedo a cosa Simone de Beauvoir abbia davvero contribuito. C'è una presunzione in lei che è lungi da me, e in lei permane un'insistenza (volente o nolente) sulla dicotomia maschile/femminile, dicotomia che giudico riduttiva rispetto alla varietà e flessibilità affettiva, amorosa, emotiva, epistemica, mentale, razionale, sessuale che ognuno di noi potrebbe esperire in un mondo esistenziale in cui non si fosse inchiodati alla dicotomia stessa. In parole povere, Simone de Beauvoir non ci ha forse inchiodato alla dicotomia in questione?

Del resto, non credo che la dicotomia ci aiuti più di tanto a contrapporci a due classici stereotipi, donna-madonna e donna-maddalena, che penalizzano ogni donna da sempre. La donna che s'immola alla maternità e la donna che non può che essere lasciva. La donna da sposare e quella con cui condividere un letto. Ci illudiamo se crediamo superati questi stereotipi; ad essi se ne sono aggiunti altri, si pensi alla donna-modella. Stereotipi sempre irraggiungibili, che rendono fragili le donne, imponendo loro esistenze e identità false, spese alla ricerca dolorosa di una meta insensata: riuscire a incarnare la donna ideale, a seconda dello stereotipo di donna a cui si è soggette.
Sarò anche arrogante, ma non ingiustificata, se ritengo che gli stereotipi presenti in Il secondo sesso debbano essere messi alla prova con quegli stereotipi che immobilizzano donne e uomini. Un consiglio in proposito: rivedere Chi ha incastrato Roger Rabbit, prestando attenzione alle parole di Roger e Jessica Rabbit per chiedersi dov'è la femme fatale, dove la cattiveria, dove l'amore (Jessica dice: "Non sono cattiva, è che mi disegnano così", e trova attraente Roger perché sa farla ridere). Che lo si voglia o no, il film fa riflettere su donne e uomini più di una certa filosofia continentale. Se il riferimento non vi pare abbastanza "colto", senza remore rimando tutti alla lettura di Orlando - perdonatemi il cenno ancora a Virginia Woolf. Penso alle filosofie dell'androginia e alle filosofie della differenza sessuale. A contare dovrebbero essere soprattutto i singoli esseri umani, non tanto le loro appartenenze sessuali, di genere, insieme alle caratteristiche associate di norma a queste appartenenze.

Amare profondamente? Alcuni/e riescono, ad altri/e risulta addirittura inconcepibile. Anaffettività, egoismo, disonestà (nei confronti di se stessi/e dell'altro/a da sé), distanza, freddezza, narcisismo toccano ogni epoca e parecchi individui di sessi e generi diversi. Amare profondamente significa mettersi in discussione, e non tutti dispongono delle capacità mentali per interrogarsi sulla propria identità. Ma l'amore profondo si può scoprire anche in un'amicizia, nonostante in essa manchi, per lo più, un rapporto sessuale, in cui l'amore dovrebbe rivelarsi con grande intensità. Nell'amore profondo si sposano passione e ragionevolezza: amo profondamente l'essere umano che amo sia perché provo immensa passione, sia perché sarebbe irragionevole un'esistenza senza amare quello specifico essere umano. Non parlatemi però della donna seduttrice e del suo potere: ecco uno dei tanti stereotipi che hanno attraversato i secoli. Ci sono donne seduttrici e altre che non lo sono, donne che riescono a farsi amare e altre che non riescono, donne che amano a ogni età e altre che non amano mai.

È interessante comprendere che tipo di donna sia Simone de Beauvoir psicologicamente, fosse pure patologicamente, ma non filosoficamente. Filosoficamente ella è banale, anzi spesso insulta le donne, da vero e proprio maschilista etero e giovanilista. Basti rammentare quanto scrive a proposito di alcune donne, per stereotiparle, donne che non corrispondono senz'altro - peccato per Simone de Beauvoir - al suo stereotipo di donna (al di là delle preferenze sessuali e dell'età della stessa Simone, che non assumono alcuna rilevanza argomentativa): "Come la donna frigida desidera il piacere pur rifiutandolo, la lesbica spesso vorrebbe essere una donna normale e completa, pur non volendolo" (p. 393),  la donna lesbica è "pari a un castrato... imperfetta come donna, impotente come uomo" (p. 394), mentre, invecchiando, la donna "è bruscamente spogliata della sua femminilità; è ancora giovane quando perde l'attrattiva erotica e la fecondità da cui traeva... la giustificazione della sua esistenza e ogni probabilità di essere felice: le resta da vivere, priva di ogni avvenire, circa la metà della sua vita di adulta" (p. 564).


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