Un vecchio pastore ammalato conduce con fatica le sue capre al pascolo sui monti della Calabria. La cura che ogni sera beve è data da della terra argillosa che una donna gli consegna nella sacrestia della chiesa dopo averla benedetta e incartata in una striscia di giornale. Una capretta nasce e con fatica muove i suoi primi passi nella vita. Una sacra rappresentazione della Passione di Cristo percorre la via centrale del paese; Un albero della cuccagna viene issato. Il tempo scorre.<br/>Michelangelo Frammartino, a sette anni di distanza da Il dono , torna a leggere e a proporci il volto antico della Calabria.
Da non perdere l'opera seconda di Michelangelo Frammartino (Il dono), appena passato a Cannes nella Quinzaine des Realisateurs. Una parabola laica, ambientata tra le colline calabresi, in cui si racconta per immagini (dialoghi e musiche sono pressoché assenti) il ciclo della vita, che indefinitamente muta forma e concetto, eppure resta uguale a se stessa.
Vediamo dapprima un pastore che tenta di curare la propria tosse, forse una polmonite, versando nell'acqua che beve la polvere raccolta tra i gradini di una chiesa. Poi la nascita di una capretta: il parto, i passi incerti, i giochi nella stalla, fin quando finisce per perdersi nei boschi. L'albero sotto cui si ferma a riposare, che viene abbattuto e diventa il palo della cuccagna in una festa di paese. E infine la legna da ardere, e il fumo che sale al cielo, ottenuti da quel palo. Una fiaba che è anche un documentario, ovvero l'esito migliore cui può aspirare il cinema.