Difficile immaginare un disco più originale dell'ultimo di Pat Metheny, appena pubblicato.
Con Orchestrion (Nonesuch) l'infaticabile chitarrista statunitense ha ampliato la sfera delle facoltà a disposizione di un musicista, arrivando a comporre un'opera per chitarra - suonata da lui - e un intero esercito di strumenti - pianoforte, tamburi, campane, xilofoni, ma anche bottiglie di vetro - non in mano a musicisti, ma completamente ai suoi ordini tramite un complesso sistema di comando gestito da leve meccaniche ed elettrovalvole.
Da sempre appassionato anche di strumenti musicali (sua l'intuizione di creare la chitarra a 42 corde Picasso), stavolta Pat, seguendo la pista di una scoperta fatta da bambino nella cantina del nonno, un player piano che suonava rulli di carta perforata, ha messo all'opera un vero team di scienziati ed ingegneri, inclusi membri del Lemur (League of Electronic Musical Urban Robots), per dare vita ad un soggetto sonoro del tutto inedito. Una band programmabile, ma totalmente analogica, come è stata definita. Il nome di battesimo del progetto è preso a prestito dallo strumento meccanico inventato nel 1785 da Georg Joseph Vogler, abate tedesco, musicista e direttore di orchestra, un pianoforte con canne d'organo composto da 900 tubi, 3 tastiere di 63 tasti ciascuna e 39 pedali.
È impressionante, nel video di presentazione del disco (lo trovate ad esempio, qui: 100greatestjazzalbums.blogspot.com), vedere 'il complesso' all'opera, con i tasti del pianoforte pigiati da mani invisibili o i tamburi percossi da braccia meccaniche, sotto la regia dei pedali e delle penne del gioviale Pat, che pare particolarmente orgoglioso della sua creatura, tanto da aver deciso di portarla in tour nei prossimi mesi, Italia (ma non Genova) inclusa.
Il risultato finale è indubbiamente suggestivo, anche se l'innovazione concettuale non si traduce poi in altrettanta originalità nello sviluppo delle cinque mini suite del cd, che qualcuno ha già ritenuto non molto dissimili da Pat che suona ed improvvisa su una base preregistrata. Lui comunque ci crede fermamente e afferma convinto che il sistema musicale, in qualche modo, riproduce l'interplay che si crea quando sono all'opera diversi musicisti umani.
Ciò che comunque non può essere contestato è la profonda eleganza ed il feeling della voce della chitarra di Pat Metheny, mai così protagonista e così umana come in questo affollato contesto meccanico.