Se esiste il free jazz, da qualche parte ci sarà pure il free rock? Sinapsi ritmiche si incastrano nell'inarrestabile flusso di note. Il risultato (quasi matamatico, combinatorio) è un'instabile metamorfosi di allusioni citazionali (d)entro una libera forma improvvisativa. Il tutto increspato da un'attitudine creativa "dada" votata ad un'unica paradossale disciplina: quella del suono.
Con i monzesi Zita Ensemble ce n'eravamo già accorti da tempo. Il nuovo album Volume 2 (prodotto dalla Lizard nel 2009) caratterizza maggiormente quel discorso, che si fa fisionomia e si inserisce nel DNA costitutivo della band. Sette composizioni strumentali, ognuna delle quali tra i 5 e i 17 minuti. La ritmica (Fabio Gatti al basso e Marco Fortuna alla batteria) catalizza gli stati d'animo timbrici della versatile chitarra di Luca Vicenzi, polistrumento in perfetta simbiosi con le tessiture ambientali delle tastiere vintage di Francesco Agostoni.
Tracks dense che lanciano nell'etere squarci di archetipi solidamente rock tratti dagli sconfinamenti dei vari King Crimson, Police, Area (i sentori balcanici in Nella notte del mare profondo), Grateful Dead (le dilatazioni di Una folle folle corsa?), Miles Davis, Perigeo, Zappa e Soft Machine. Per un certo tratto Jimi Hendrix incontra addirittura i Red Hot Chili Peppers nell'infiammante opener Don't you find me sexy you fuckin' marine? Il blues obliquo Chi illuminerà questo grande buio? stempera qualsiasi tentazione di retorica floydiana in una miniatura fusion dagli esiti imprevedibili ed ipercinetici. Elettronica e suoni distorti ravvivano il clima frippiano dei soundscape di Adagio. Riduzione psichedelica per band.
Il catalogo tutelare non è pretesto per servire un'immangiabile minestra. Sì, perché Zita Ensemble avverte il "carico" di responsabilità creativa da trasportare al di là di qualsiasi sedimentazione di modelli. Si teletrasportano con spontanea agilità dallo sperimentalismo psych late'60s all'avanguardia postrock del nuovo millennio, giocando indifferentemente con le liquidità a macchia di un wah-wah o con i trilli evocativi di un Fender Rhodes (Investigation).
Volume 2 è testimonianza di quanto la tradizione rock lascia prima del "post", pur dimostrandosi già "post" (emblematica in tal senso la ricca Suite n. 3). Nessuna calligrafia ma una debita appropriazione - se non conquista - di cliché rimetabolizzati grazie ad un'indubbia personalità musicale. I ragazzi sanno ridipingere la Gioconda alla perfezione, quindi consentite loro di aggiungerle i baffi...Duchamp docet.