La vita antica fu tutta un silenzio. Nel Diciannovesimo secolo, coll'invenzione delle macchine, nacque il rumore. Oggi, il rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini". Così scriveva Luigi Russolo nel 1913. Un anno dispettoso per la storia della musica, se pensiamo alla prima de La sacre du printemps di Igor Stravinskij, mentre il metodo dodecafonico di Arnold Schönberg sta sconvolgendo gli spartiti di mezzo mondo. In più, a rendere più vivace il contesto, ci si mettono pure i futuristi cercando di trasformare ogni segnale di "modernità" in arte. E, in ambito musicale, Luigi Russolo - insieme a Balilla Pratella - sarà uno dei protagonisti indiscussi di questo bizzarro filone.
Sì, "bizzarro" perché codesti signori inventano strumenti musicali (gli "intonarumori", gli "stropicciatori", gli "ululatori") o inscenano provocatorie, nonché assordanti, performance rumoristiche. Negli anni Cinquanta l'avrebbero chiamata "musica concreta", ma eravamo solo ad inizio secolo. Troppo avanti per essere ascoltati e capiti.
L'argomento è affascinante però non è che, in giro, si trovi molta letteratura specifica. Per fortuna la casa editrice Auditorium - assai sensibile a fenomeni creativi di frontiera - ha pensato bene di pubblicare L'arte dei rumori. Luigi Russolo e la musica futurista. Il volume, dalla duplice natura saggistica e antologica, riscrive la storia della corrente attraverso una collezione di importanti documenti e di puntuali analisi.
Subito, il quadro storico, con un'agile cronologia dal 1876 al 1950, lungimirante sia verso il passato, sia in direzione delle ripercussioni generate dal movimento; quindi i due interventi di Adriano Spatola (Il futurismo) e Gianfranco Maffina (Luigi Russolo e la musica futurista). Per oltre metà, il libro è invaso dagli elaborati dei protagonisti: il trattato di Russolo (L'arte dei rumori) è riportato integralmente, così come diversi manifesti quintessenziali per comprendere il raggio d'azione dei nostri (Pratella, Marinetti e Carrà). Chiude una sintetica rassegna dei profili biografici.
Tutto bene? Direi di sì. Ma va rilevato un neo. È vero - come già asserito - che non si è scritto molto sul futurismo musicale; ci si chiede comunque perché non sia stata inserita una (pur minima) bibliografia: sarebbe stato un ulteriore strumento per "ripartire" con la ricerca, visto che il volume regala disparati e preziosi input.