Cultura Milano - Domenica 19 marzo 2017

Haring a Milano, oltre la mostra. Viaggio sulle tracce dell'artista in città

Keith Haring. About Art
© Comune di Milano / Flickr.com

Pubblichiamo questo articolo sulla Milano di Keith Haring comparso originariamente su MM dell’8 febbraio 2017. MM è la rivista quindicinale della scuola di giornalismo Walter Tobagi del’Università Statale di Milano. La scuola Tobagi è un master di primo livello riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti. Nel corso del biennio di praticantato, i trenta studenti si formano all’attività giornalistica producendo contenuti radio e televisivi, e scrivendo sul quotidiano online La Sestina e, appunto, sulla rivista MM. Tutti i contenuti prodotti dagli studenti della Tobagi sono consultabili sul sito: www.lasestina.unimi.it.

Milano - «Durante le tre settimane trascorse a Milano mi sono fatto molti amici. Nei ristoranti, nei negozi di colori, dai falegnami, nelle pizzerie, nei locali e, naturalmente, nelle gallerie. La combinazione tra gente, pasta e uno stile di vita romantico e alla mano ne ha fatto un luogo perfetto per lavorare».

Giugno 1984: Keith Haring è a Milano per allestire una mostra nella galleria di Salvatore Ala. In quel periodo nasce un rapporto d’amore con la città, che l’artista annota nei suoi Diari. Amore ricambiato, anche oggi. Tanto che, in questi mesi, Milano ospita una mostra unica. Keith Haring. About art è stata inaugurata lo scorso 20 febbraio e rimarrà aperta fino al 18 giugno 2017. Secondo gli organizzatori, si tratta della prima esposizione a raccogliere «l’intera vita artistica di Haring, con una vastissima selezione di opere provenienti da tutto il mondo».

L’artista newyorkese, morto di Aids nel 1990 a soli 31 anni, è tornato spesso a Milano per tutti gli anni Ottanta. E le tracce della sua eredità artistica sono ancora vive in città. Tra gli artisti di pop e street art, che si sono ispirati a lui nel percorso di formazione. Ma anche tra persone comuni, che ne hanno rielaborato lo stile per decorare i propri spazi di vita.

Il viaggio sulle tracce di Keith Haring comincia da un luogo simbolico. Carcere di Opera, sezione maschile. Tra i corridoi grigi, uno è colorato: omini gialli, verdi, bianchi e viola si arrampicano su colonne dipinte di blu. È il lavoro di venti detenuti guidati nel 2014 da Gina Lorusso, allora presidente della cooperativa Zigoele. «Avevamo avviato un progetto chiamato Evasione. Per i carcerati, strumenti di evasione erano la musica, la lettura, l’arte. Così hanno deciso di dipingere un luogo del carcere con qualcosa che rappresentasse questa voglia di uscire. I ragazzi scelsero Haring perché era semplice e li divertiva: gli omini si arrampicano lungo le colonne, e alcuni arrivano quasi a bucare il soffitto».

Sempre in periferia ma dalla parte opposta della città, zona Lambrate, sorge l’East End Pub. Un punto di ritrovo per amanti della buona birra e del rock. Il marchio di fabbrica è un omino alla Haring che regge una birra. In origine tutto l’esterno del locale era ricoperto con disegni nello stile dell’artista, ma nel 2010 i muri sono stati imbiancati e colorati con nuovi graffiti. Il proprietario Simone Albricci, tuttavia, ha mantenuto il logo: «lo ha dipinto Dep, un writer mio amico. Quel logo esisteva già prima che io comprassi il locale, alla gente piace. Lo mettiamo anche sulle magliette: se passi di qui in estate, tutti i ragazzi hanno le nostre t-shirt».

Perché l’arte di Haring è così attraente, soprattutto tra i giovani? Prova a rispondere Alessandra Galasso, critica d’arte e curatrice del libro Keith Haring a Milano (Johan & Levi, Milano 2005). «L’arte di Haring è popolare nell’accezione migliore del termine: è di tutti, è per tutti, si trova dappertutto. Nella concezione di Haring, la missione dell’artista è rifare il mondo a sua immagine: si parte con i muri, si passa alle pareti, si arriva anche agli oggetti quotidiani. La produzione artistica non ha mai fine: l’esatto contrario dell’idea borghese che vede nelle opere d’arte dei pezzi unici. In questa idea di arte c’è molto di americano e anche molto di democratico». Lo stile di Haring è perfettamente riconoscibile, tanto che molti lo imitano. «E questo significa che la sua arte continua a vivere. Forse da noi non è arrivato fino in fondo il messaggio di critica sociale che questo modo di concepire l’arte porta con sé. Ma se sei riuscito a creare un linguaggio espressivo che la gente sente vicino, al punto che anche chi non è artista prova a rielaborarlo, vuol dire che hai creato qualcosa di eterno».

Haring è alla portata di tutti, dunque, ma anche chi vive di arte lo vede come un punto di riferimento. È il caso di Filippo Bruno, in arte Willow, esponente della neo-pop art milanese. Cresciuto come fumettista, oggi Bruno ha esposto più di ottanta mostre e vanta collaborazioni con enti e imprese, dal Wwf alla Panini. Con Haring ha più di un tratto in comune: «era figlio di un fumettista, anch’io sono partito da lì. Come lui amo utilizzare colori piatti, pennellate decise e pulite di rosso, giallo e blu, senza sfumature. Anch’io cerco di giocare con le mie opere, per svecchiare l’idea che le persone hanno dell’arte. E sono uno dei pochi in Italia a lavorare in contatto con le aziende, creando quella che in gergo si chiama corporate art. Haring ne è stato un precursore».

Nel maggio 2016, Willow e altri artisti sono stati incaricati di riqualificare un’area vicino al Naviglio della Martesana, in via Zuretti. Ne è nato un murales, uno dei tanti che abbelliscono la città anche grazie all’eredità di Haring. Ci sarebbero altri luoghi da toccare: dalla Galleria Deodato, che ospita una ventina di stampe autografe di Haring, ai muri di via Laghetto, dietro l’Università Statale, dove gli studiosi Giulio Dalvit e Giuliana Pignolo sostengono si trovi un graffito autentico lasciato da Haring in una nottata di quell’estate 1984.

Ma il viaggio si conclude idealmente in una traversa di via Torino, nella pizzeria Piz. Il proprietario, Pasquale Pometto, ha voluto affrescare interamente il locale con disegni Haring-style. «Sono un grande fan e l’ho fatto solamente come un omaggio». La pizza napoletana è ottima ed è proprio a due passi da piazza Duomo: il luogo giusto in cui passare, prima o dopo la visita alla mostra di Palazzo Reale.

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