Libri Milano - Domenica 15 maggio 2016

Grandi momenti. La rinascita di un cinquantenne a Milano

di Simone Zeni
Grandi momenti: la copertina del libro di Franz Krauspenhaar

Milano - Lo scrittore e poeta milanese, ma di origine metà tedesca e metà calabrese, Franz Krauspenhaar (pseudonimo di Francesco Krauspenhaar) torna il libreria con il nuovo romanzo Grandi momenti (Neo Edizioni, 2016, 160 pp, 13 euro - acquistalo su Ibs).

Il libro racconta la storia di Franco Scelsit, scrittore milanese di cinquant'anni pieno di vizi e di insoddisfazioni, che vive la sua città come una gabbia da cui fuggire. Una volta raggiunte certe soddisfazioni economiche, Scelsit è costretto a passare molto tempo in ospedale a causa di un infarto. È qui che il miracolo avviene: con notevole ritardo il protagonista matura, prende consapevolezza di sè grazie al confronto con gli altri ricoverati e inizia, come in una sorta di epifania, la guarigione: oltre che fisica, anche del proprio mal di vivre.

Tra le opere più note di Krauspenhaar Le cose come stanno, Cattivo sangue, Era mio padre, L'inquieta vivere segreto, 1975, Le monetine del Raphaël; ha inoltre collaborato ad importanti antologie collettive di poesia. Tra il suo rapporto con Milano e quello col suo personaggio, ecco cos'ha raccontato a mentelocale.it.

Franco Scelsit, il protagonista del tuo romanzo, è uno scrittore e vive a Milano. Com’è nato questo personaggio, quanto ti somiglia?
«È nato da me stesso, mi assomiglia, benché con delle differenze. Scelsit è un ribelle, ama le auto vintage, è uno scrittore, vive nella famiglia di origine, ha un carattere difficile e una personalità complessa, per lui vivere non è una cosa facile anche per colpa sua».

Dal quadro che porgi ai lettori, la vita di Scelsit risulta noiosa, colma di rancore e sregolatezza, anche a causa del rapporto con la famiglia. Persino quando arriva il riconoscimento economico, per motivi di salute perde la possibilità di riscatto. I cinquantenni di oggi sono così privi di speranza?
«Non credo, dipende dai casi. Certo a cinquant’anni i giochi spesso sono fatti. Perlomeno Scelsit non è sposato e non ha figli, ha evitato forse la gabbia più spessa. La noia è di tutti, credo sia inutile negarlo. La famiglia è un ricettacolo di nequizie, in fondo tra lui e la sua famiglia corre buon sangue, con i dovuti e fisiologici scontri».

In un ospedale periferico di Milano, Franco conosce altri ricoverati che lo costringono, volente o nolente, ad una riflessione sulla propria esistenza. Che succede esattamente al protagonista in quell’edificio?
«Si ferma, finalmente. Comincia a fare i conti con se stesso. In un certo senso, raggiunge l’età adulta, ovviamente con un certo ritardo. Si confronta con altri pazienti nelle sue condizioni e nasce un breve cameratismo. Insomma, Scelsit all’ospedale comincia a guarire dal suo male di vivere, è finalmente arrivato il momento di cambiare. L’infarto ha rappresentato una grossa cesura tra il prima e il dopo».

Quando il protagonista vuole andarsene da Milano, è appunto la malattia a fermarlo. Quale rapporto ha Scelsit con questa città?
«Un rapporto difficile: c’è un certo grado di amore, ma l’abitudine l’ha fatto scegliere. Il suo male di vivere ha luogo a Milano, è dunque Milano il posto del suo male. E questo diventa una sorta di circolo vizioso che alimenta un certo odio».

E tu, milanese, che rapporto hai con questa città?
«Buono e cattivo. Penso che Milano sia l’unica città italiana veramente internazionale, l’unica metropoli di questo paese. Ma è molto facile sparirci dentro. Forse, come molti milanesi, non so vedermi altrove, e questo non è particolarmente positivo».

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