Libri Milano - Martedì 20 ottobre 2015

Cristina Obber porta l'amore lesbico a BookCity 2015

di Marta Traverso
L'altra parte di me: copertina del libro di Cristina Obber

Domenica 25 ottobre, alle ore 20.00, nell'ambito di Bookcity Milano 2015, presso Gruppo Donna Cig (via Bezzecca 3, Milano), è in programma l'evento L'amore che vince. Narrativa lgbtqia per young adults. Incontro con Cristina Obber, autrice del libro L’altra parte di me (Piemme, 2014) insieme a Laura Mango e a Valentina Voch del Gruppo Donna ArcigayMilano.

[*lgbtqia = Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender/Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, ndr]

Milano - Il corridoio di un'università. Due ragazze, poco più di vent'anni, si abbracciano davanti alla macchinetta del caffè. Cristina le osserva, si intenerisce. La crede una coppia appena nata, quando si sentono le farfalle nello stomaco e non ci si riesce a staccare mai. Due parole ed è svelato l'arcano: stanno insieme da sette anni, sono nella fase Ikea e annunci immobiliari. Le invita a mangiare una pizza e da lì altre storie, altri aneddoti. Cristina fantastica su come dovevano essere da adolescenti, quando si sono conosciute, scoperte, innamorate.

Le due ragazze trasfigurano in Francesca e Giulia, protagoniste del romanzo L'altra parte di me (Piemme, 2014, 216 pp, 15 euro). Cristina racconta un amore a distanza nato su Facebook, il primo amore, quello che non si scorda mai. Un amore che si fa fatica a chiamare per nome, perché la parola che dovrebbe definirlo fa paura, tanta. Francesca arriva a incidere quella parola con un pennarello sulle pareti di camera sua, Io-Sono-Lesbica, perché i suoi genitori smettano di fingere che non esista, gli stessi genitori che fino a poco tempo prima criticavano chi insulta, aggredisce e nega i diritti ai gay, ma i gay per loro erano i figli degli altri.

La prima domanda che pongo a Cristina è il suo approccio alla parola lesbica. La usa più volte nel libro, fin dalle prime pagine. «Iniziare a pronunciare le parole che ci fanno paura, alla faccia di chi pensa che abbiano un significato negativo, è il primo passo per liberarci dalla paura stessa. Lesbica per alcune persone è un insulto, per altre è identitaria, e se io non la pronunciassi farei il gioco di chi la considera un insulto. Ci sono donne che esitano di fronte a mestruazioni o menopausa, come se nascondessero debolezze o chissà che, ma la scelta di non pronunciare certe parole è specchio delle nostre insicurezze. Cominciamo a usarle, a dirci con serenità chi siamo».

Cristina conosce bene storie e sentimenti degli adolescenti. Da tempo va nelle scuole a parlare di relazioni e di violenza di genere, raccoglie testimonianze sul blog Non lo faccio più.
L'altra parte di me è stata l'occasione per guardare più da vicino le sfumature dell'amore: «ho amici gay e amiche lesbiche, persone della mia generazione con esperienze vissute venti, trent'anni fa. Conoscere le due ragazze mi ha fatto capire che da un lato molte cose sono cambiate, ma le difficoltà emotive del coming out non sono poi così diverse, sia in famiglia sia nel rapporto con i coetanei. C'è un aneddoto, in particolare: le ragazze sono in spiaggia, un uomo si avvicina con un cetriolo in mano. C'è chi ha obiettato che quella scena fosse forte, eccessiva, ma è uno dei pochi fatti veri, non immaginati o romanzati, che ho inserito nel libro». Scrivere una storia in cui si crede e riuscire a pubblicarla è di per sé una bella soddisfazione. Le sorprese più belle, per Cristina, sono arrivate dopo: «ho iniziato a ricevere messaggi, tantissimi, da persone di tutte le età che mi ringraziavano per aver scritto questo libro. C'è una parola che li accomunava più o meno tutti: solitudine. Se lo avessi letto cinque, dieci, vent'anni fa mi sarei sentito/a meno solo/a. Oppure: Se lo avessi letto cinque, dieci, vent'anni fa avrei forse trovato il coraggio di parlare ai miei genitori. Siamo nel 2015, nell'era di internet, eppure c'è ancora questo senso di solitudine profonda: da un lato mi ha fatto sentire quanto sia stato utilee necessario scrivere un libro come questo, ma dall'altro mi ha turbata pensando a quante persone, leggendolo, abbiano vissuto un'esperienza simile all'elaborazione di un lutto, che dalle pagine sia emerso il rimpianto di non aver parlato con i genitori, o di non aver fatto qualcosa».

Francesca e Giulia vivono una lunga storia a distanza, prima di riuscire a conoscersi. Giulia sapeva già di essere lesbica, è dichiarata in famiglia, ha meno difficoltà. Per Francesca è tutto nuovo: i genitori la ignorano, i nonni non la invitano più, buona parte delle sue amiche ha vergogna a farsi vedere in giro con lei. Mentre leggevo il libro, mi chiedevo: chi te lo fa fare di restare lì? Certo, sei minorenne e non puoi andartene di casa, ma perché rimani con quelle amiche? Perché non torni su Facebook e cerchi nuove amiche, ragazze lesbiche più vicine a te, contatti l'Arcigay, ti iscrivi a un corso qualunque, perché non fai di tutto per cambiare giro? Facile parlare alla soglia dei trent'anni, come se non ricordassi chi ero io, alla sua età.

Cristina risponde alle mie perplessità raccontandomi un aneddoto: «una sera, dopo una presentazione, sono andata a cena con un gruppo di ragazzi e ragazze molto giovani. Una di loro mi ha detto: Facebook e le chat sono bellissimi perché non ti fanno sentire sola, ma quando spegni il pc chi te lo dà un abbraccio? L'abbraccio te lo danno le tue amiche del cuore, e quando tu stai male non pensi a sostituire le tue amiche del cuore, perché è loro e loro soltanto che vuoi vicino a te, e se le amiche del cuore ti sono ostili allora sei tu che sei sbagliata, e che sei sola. Questo pensi. Per quanto riguarda invece le associazioni - prosegue Cristina - bisogna tenere conto di due fattori: da un lato costa molta fatica prendere in mano il telefono e comporre un numero, dall'altro molti/e le percepiscono come qualcosa per i grandi. Associazioni come Arcigay non solo dovrebbero avere sportelli e fare attività nelle scuole, ma si dovrebbero appendere dei poster grandi così, che dicano che quei luoghi esistono e che se ne può far parte a qualunque età».

C'è infine un'altra categoria di lettori, la più inattesa: i genitori. «Adulti eterosessuali, con figli piccoli o adolescenti, mi hanno scritto che il libro gli ha fatto aprire gli occhi sul fatto che potrebbero esserci loro al posto dei genitori di Francesca e Giulia, che non avevano mai preso in considerazione questa possibilità, che si sono chiesti Ma io cosa farei? e la risposta non gli è piaciuta. Come se il libro avesse avviato in loro un percorso per essere un domani padri e madri migliori. Alcuni di loro hanno parlato ai loro figli, figli eterosessuali, sentivano l'esigenza di rassicurarli sul fatto che se fossero stati gay non avrebbe fatto alcuna differenza. Viviamo immersi nel modello principe azzurro e principessa e così i genitori non arrivano preparati, e qualora tale eventualità si verifichi tutto crolla, non si sa cosa fare, come affrontare la situazione. Ben venga dunque pronunciare le parole gay e lesbica, ben vengal'acronimo Lgbtqia: servono affinché, come fa la mamma di Francesca nel libro, qualcuno possafare una ricerca su Google e informarsi e capire che tutte queste parole altro non sono che sfumature dell'amore. Se siamo ancora al punto in cui bisogna spiegare la differenza tra identità sessuale e orientamento sessuale, ben venga tutto questo. Infine, ho voluto raccontare questa storia per dire che esistono le persone omosessuali felici, le coppie omosessuali felici, e se continuiamo a raccontare solo le storie tristi ne rimarrà sempre una sfumatura cupa. Sfido chiunque a leggere il libro senza fare il tifo per Giulia e Francesca».

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