Teatro Milano - Giovedì 21 ottobre 2010

'I beati anni del castigo' diretto da Luca Ronconi. Al Teatro Studio

Milano - Al Teatro Studio, dal 20 al 31 ottobre, Luca Ronconi mette in scena I beati anni del castigo, il romanzo di Fleur Jaeggy. La scenografia è essenziale: due sedie e poco altro. A interpretare il testo è una bravissima Elena Ghiaurov, vincitrice del Premio Duse 2010. Sul suo corpo agisce il dramma interiore della protagonista: verso la fine ci appare provata e quasi più scarna. Di fronte a noi la parola recitata assume forma e colore.

Il testo è un monologo. Il diario interiore di una donna adulta - di cui non si sa il nome - alle prese con i ricordi degli anni del collegio ad Appenzel, cittadina svizzera. A confinarla in questi luoghi sperduti è la madre, severa, assente ed esigente. Qui giace un mondo isolato dalla realtà, in cui si guarda al di fuori dalle finestre e si sente il richiamo dell'altrove. È la vita che chiama, quella realmente vissuta, di cui si avverte l'esistenza quasi con paura.

Già dalle prime battute respiriamo un senso di follia e di morte. È qui, in questi scenari silenziosi, che amava passeggiare il poeta Robert Walser rinchiuso in un manicomio lì vicino. Ed è sulla neve di questi posti che, durante una delle sue camminate, si adagia morendo. Tutto intorno è pace e idillio. Ma è la calma della morte e dell'assenza di vita.

Ad un tratto la realtà ci sembra balzare nella quotidianità ovattata della protagonista. Arriva una nuova educanda, di pochi mesi più grande. La ragazza sembra aver vissuto tutte le esperienza del lontano mondo reale, affascinante e spaventoso al tempo stesso. La nuova arrivata ci appare fin da subito come una famme fatale e l'attrazione è immediata. Frederique - questo il suo nome - non parla con nessuno, è schiva e irraggiungibile nella sua perfezione. Solo la protagonista riesce a intessere con lei una strana relazione, fatta di sguardi, di intese silenziose e di tensione reciproca che non arriva mai alla fisicità. Frederique è un personaggio strano, quasi un animale selvatico, fiero e perfetto. Non sembra possibile farla oggetto di altro amore che non sia ossessione. È la prima della classe, ordina i vestiti in modo impeccabile, ha una calligrafia perfetta e in ogni ambito sembra insuperabile. Ma la giovane donna cela un disordine interiore che presto diviene follia.

Alla morte del padre, ella lascia il collegio. L'amore rimane non rivelato, mentre continua a gridare nell'animo della protagonista. Resta solo una lettera che avvizzisce nella tasca. Ma Frederique rimane presenza viva. Sul palco continuiamo a vederne l'attrice, Federica Rosellini, che rende in modo chiaro l'ombra costante di questa figura. Per tutto lo spettacolo resta muta e utilizza solo il linguaggio del corpo, riuscendo ad intensificare la parola raccontata.

Dopo anni le due donne, adulte, si ritrovano a Parigi. La follia di Frederique è ormai evidente: passa le notti in un edificio vuoto parlando con i morti. La protagonista è l'unica persona viva che si relazione con lei. Ma quand'ella torna a cercarla nello stabile, non la trova più. Qualche tempo dopo viene a sapere che l'amica ha tentato di incendiare la propria casa con dentro la madre. Non c'è più nulla da fare, resta solo l'addio. Frederique finisce in un manicomio, proprio come Robert Walser. La protagonista torna in visita al vecchio collegio e non lo trova più. Chiede, ma nessuno se ne ricorda. Tutto diventa improvvisamente sogno del passato. Forse è tempo di ricominciare - o cominciare - a vivere.

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