Libri Magazine - Giovedì 2 novembre 2017

Il cacciatore di terroristi, la storia vera di un padre che ha salvato il figlio dall'Isis

Magazine - La violenza, diventata quasi “normale” in Asia centrale e in Medio Oriente, fa sì che negli ultimi anni solo gli atti più sensazionali e spaventosi abbiano visto l’inclusione nei titoli dei quotidiani mondiali, tanto che tutti ricordiamo tutti i terribili video con i disumani atti di tortura e violenza praticati dagli estremisti di Daesh o ISIS.

Ma molti ignorano ancora che la spaventosa macchina propagandistica di Daesh per anni è riuscita a trasmettere dei persuasivi messaggi digitali, servendosene come prezioso strumento di reclutamento anche in Occidente. La capacita della capillare distribuzione internazionale sull’web, principalmente via Internet: Twitter e Facebook ha dato luogo a un inquietante fenomeno di coercizione mentale nei giovani, che poche persone avevano previsto. Un gran numero di europei e nordamericani radicalizzati nei loro paesi d’origine, hanno giurato fedeltà all’ISIS asserviti alla sua volontà, sia sui campi di battaglia della Siria, sia per potenziare le operazioni di allargamento del gruppo all’estero.

Da tutto ciò è scaturito il temibile e temutissimo fenomeno dei foreign fighters, non solo giovani musulmani di seconda e terza generazione non integrati nella società ospitante, ma anche convertiti dell’ultima ora, che hanno visto nello Stato Islamico e nella jihad un mezzo di realizzazione personale. In un mondo dove anche piccole perdite di valori possono creare la differenza, l’Isis ha puntato sulle loro quotidiane fragilità per fare proselitismo.

Il cacciatore di terroristi  di Dimitri Bontinck (Newton Compton, 2017, 318 pagine, 10 Euro) è un libro o meglio un diario, sconvolgente che spiega la spaventosa strategia attuata per anni dal Califfato, raccontata da un uomo che l’ha vissuta sulla propria pelle. Questo libro è la vera storia di come un padre, ma molti come lui purtroppo hanno fallito, sia riuscito a salvare suo figlio. Un libro in cui Dimitri Bontinck, un ex soldato belga, per anni peacekeeper dell’ONU in Slovenia, poi ufficiale del tribunale ad Anversa, descrive la sua lunga e dolorosa ricerca per ritrovare Jay, suo figlio, convertito e radicalizzato in Belgio da un gruppo religioso islamico Sharia4Belgiu guidato dal’iman Belkacem.

Ma l’orgoglio e l’affetto di Bontinck per Jay, nato dalla sua moglie nigeriana Helen, non l’abbandoneranno mai. Come non smetterà mai di credere di poterlo riportare a casa e ricuperare al mondo europeo. Con minuziose ricostruzioni temporali, Dimitri Bontinck narra come in due anni un ragazzo vivace, intelligente, tiepidamente cattolico, di 16 anni ma ben inserito nel tessuto scolastico e sociale belga, sia potuto diventare un fanatico jihadista con il cervello plagiato da falsi video, condizionato da martellanti lezioni sulla islamofobia europea e la corruzione dei cristiani. Un Corano distorto che predicava una falsa religione fatta di veti, oppressioni e con unico salvifico fine: la morte in battaglia contro gli infedeli.

Un’inutile tragedia vissuta da tutta la famiglia, perché a diciotto anni, nel gennaio del 2013. Jay partì da Anversa diretto in Siria, via Istambul. Al suo arrivo fu internato come tanti giovani europei in una campo di addestramento per poi andare a far parte di un gruppo di combattenti olandesi e arabi, uno dei primi gruppi siriani schierati con l’ISIS. Ma dal giorno della partenza da parte del ragazzo solo silenzio, il cellulare sembra morto e lui non risponde ai messaggi dei genitori e della sorella. Mesi dopo Dimitri Bontinck incollato al computer, frugando disperatamente sui siti radicalizzati di Internet alla ricerca di una qualche traccia di suo figlio, in un video messo in rete, riconosce Jay, in un campo siriano, ripreso in piedi al fianco di giovani combattenti olandesi. A quel punto Bontinck capisce che deve andare a riprendere suo figlio o rischia di non vederlo mai più. Non perde tempo e parte per la Siria. Ma la Siria è in guerra. Bisogna affrontare le bombe, trovare il modo di raggiungere la zona proibita, controllata dall’Isis. Bontinck non demorde, con solo il suo amore di padre a fargli scudo, cerca e ottiene aiuto. In compagnia di un fotografo di guerra e di una giornalista, avanza verso l’ignoto viaggiando su strade polverose, per incontrare degli sconosciuti che spera possano avvicinarlo a Jay. Ma la sua insistenza gli costa quasi la vita. Verrà imprigionato, torturato, interrogato e liberato solo dopo giorni e giorni di sofferenze e angherie. Dopo questa orrenda esperienza è costretto a tornare in Belgio, anche perché ha finito il denaro.

Ha dovuto rinunciare al lavoro, anche il suo matrimonio è agli sgoccioli ma alla fine, dopo ben tre viaggi e un’inimmaginabile quantità di incontri con giornalisti, combattenti siriani e del’Isis, servendosi anche degli sciacalli che prosperano nella zona di nessuno di ogni guerra, riuscirà finalmente a incontrare Jay, che gli rivela di essere stato accusato di essere una spia e chiuso in una prigione dell’ISIS con il giornalista americano James Foley e il fotografo britannico John Cantlie. Non sarà facile convincerlo a tornare e poi ci vorranno ancora tanto tempo e denaro per poter organizzare una via di fuga e riportarlo a casa. Il fatto che Bontinck abbia potuto  muoversi in Siria senza sapere l’arabo, creandosi utili contatti durante una guerra, tanto da riuscire a far fuggire il figlio, ha del miracoloso. Forse imputabile al fortissimo legame padre-figlio che sentiva e che è riuscito a trasmettere a coloro, tanti, che l’hanno aiutato. Dopo essere tornato in Belgio con Jay, che verrà imprigionato e interrogato dalla polizia ma rilasciato in cambio delle sue dichiarazioni e della sua testimonianza contro l’organizzazione terroristica che l’aveva ingaggiato, Dimitri Bontinck sarà tempestato da appelli di aiuto da parte di genitori di ragazzi e ragazze che hanno lasciato l’Europa per andare ad arruolarsi nell’Isis. E tornerà più volte in Siria, nel tentativo, purtroppo spesso vano, di riportare i loro figli a casa.

E anche quando dovrà rinunciare, perché lui e suo figlio sono additati come bersagli da colpire a ogni costo, continuerà a tormentarsi per il fascino operato dal radicalismo sulla gioventù. Molti paesi occidentali per troppi anni hanno rifiutato di ammettere l’esistenza di questo problema. Le stragi degli attentati hanno spinto troppo tardi i governi dei vari stati ad adottare efficaci misure preventive contro questa dilagante pandemia di fanatismo. E oggi dovranno anche mettere in atto delle necessarie misure di precauzione e riabilitative per reintegrare nella società i foreign fighters superstiti che vogliano tornare a casa.

Dimitri parla a ragion veduta perchè ha vissuto in prima persona l’alienazione di suo figlio Jay, che, dopo aver superato la condanna del tribunale belga, per altro non scontata, non riusciva a farsi accettare dalla società, che si rifiutava di dargli di nuovo fiducia e lavoro e ha ragione. Ma avremo bisogno di molto di più del grande coraggio di un solo uomo per affrontare la dilagante epidemia sociale che, nonostante la recente totale sconfitta del Califfato, mostra ancora di avere scoperti gli artigli, continua a inquinare la mente di tanti giovani e chiede sangue innocente quasi ogni settimana.

Oggi al cinema

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