Libri Magazine - Lunedì 7 agosto 2017

Il ritratto scomparso. Tra tele e dipinti, il thriller di Patrizia Debicke

La nostra collaboratrice, Patrizia Debicke, ha dato alle stampe un nuovo romanzo thriller, Il Ritratto scomparso (dbooksit). Pubblichiamo di seguito la sinossi e un estratto.

Magazine - Adrienne Lecrouet, grande pittrice e ritrattista, è famosa e apprezzata soprattutto per la sua capacità di rappresentare sulla tela sorprendenti dipinti, che lasciano intuire il carattere e la personalità dei modelli. Quasi riuscisse a scavare nel profondo della loro anima e si appassiona talmente al suo lavoro, da mettere persino in gioco tutta se stessa, legandosi indissolubilmente alle sue opere. E sarà proprio questo legame che la spingerà a sfidare pericolosamente l’ignoto per indagare oltre la coltre di mistero che avvolge la ultradecennale scomparsa, di uno dei suoi ritratti più riusciti.

E come Adrienne Lecrouet, l’autrice riesce  a dare vita ai protagonisti, lasciando trasparire ogni sfumatura del loro carattere, della loro personalità, della loro angoscia e delle loro sofferenze. Spiega il perchè della loro affannosa ricerca di una serenità meritata dopo i tragici eventi di cui sono stati loro malgrado testimoni, spettatori o vittime. E riesce a raccontare le angosce, le fobie e le follie del loro carnefice…

Il ritratto scomparso di Patrizia Debicke van der Noot affronta con sobrietà un tema crudo, difficile, inquietante e che si vorrebbe poter cancellare per sempre, nella vita reale.

Clervaux luglio 2003

La longilinea signora sessantenne dai capelli corti, argentati, alzò i suoi vivaci occhi chiari e guardò davanti a sé.

Il ritratto, appeso al muro, raffigurava un antenato di Edouard von Kammer. Grande e importante, con una pesante cornice dorata, era appeso al centro della parete di fronte al camino. Lo sguardo accigliato del gentiluomo in parrucca bianca con un’armatura brunita dai riflessi d’oro, coperta sopra la spalla destra da una cappa d’ermellino, pareva seguirla con indignazione. Da quando nel pomeriggio aveva sollevato il cencio che ricopriva la tela per riprendere il lavoro interrotto per colazione, aveva la sensazione che le sopracciglia dell’antenato si fossero aggrottate minacciosamente, sopra gli occhi grigioverdi. Avrebbe quasi potuto giurare che la piega di quelle labbra carnose, atteggiate da secoli in una linea severa, fosse divenuta sdegnosa, se non riprovatrice.

«Hai torto marcio!» contestò Adrienne Lecrouet, dopo aver contemplato con assoluta obbiettività il ritratto del suo committente cominciato da due settimane.

«Non è niente male e il tuo pronipote è più simpatico di te» dichiarò ad alta voce.

 Studiò il corrusco sfondo guerriero del ritratto settecentesco con, a destra, una grandiosa battaglia tra cavalieri in sella a destrieri poderosi e, a sinistra, un’altera rocca di pietra grigia, coronata di torri inespugnabili, e lo mise a confronto senza tema di critiche, con il dipinto anche se solo abbozzato a cui stava lavorando.

Raffigurava un giovane biondo dagli occhi verdi, che rammentavano vagamente quelli del suo antenato. La specchiera barocca con la sua massiccia cornice, che pendeva alle spalle d’Edouard von Kammer, rifletteva una villa toscana. Bella, piena di fascino e di armonia, si affacciava verso il giardino all’italiana, severo con le sue siepi di bosso, potate a formare animali fantastici, mentre la porta finestra sul lato destro si apriva su un degradare di vigne che scendeva a lambire la riva di un fiume che scorreva placido.

«Ma ti capisco. Deve essere difficile per un uomo d’armi comprendere un pronipote che alla spada preferisce fare l’albergatore e il produttore di vini»….

[....]

A fine maggio, di passaggio a Parigi, Edouard von Kammer, dopo aver visitato la mostra di Adrienne Lecrouet esposta nella Galleria Chambord, le aveva telefonato.

«Mi dicono che è impossibile perché lei, Mademe Lecrouet è impegnatissima ma, la prego, mi ascolti. Vorrei che facesse il mio ritratto» aveva chiesto.

 La pittrice non aveva detto subito di no. La voce del suo interlocutore decisa, ma beneducata, le piaceva. Aveva obiettato debolmente:

«Dicono bene. Sono stata oberata di lavoro… e sono stanca».

Il ritratto di Angelique Pavrovny e di Nicolas, moglie e figlio del finanziere per il quale lavorava Michail Aldany, era praticamente finito e lei non aveva preso altri impegni. Sapeva di avere tempo a disposizione e se nicchiava era perché voleva concedersi un po’ di riposo, finalmente una vacanza. Staccare!

 Ma Edouard von Kammer, dopo essersi presentato educatamente, insisteva: «Vede, signora Lecrouet, come ho già spiegato al signor Chambord, il ritratto dovrebbe essere il regalo di mio nonno per il mio trentacinquesimo compleanno».

«Una data significativa» aveva ribattuto.

«Uhm già e dovrebbe affiancare quello di un antenato, un terribile guerriero. Solo lei può farlo» aveva spiegato con humour.

«Non sembra facile» aveva ribattuto, suo malgrado intrigata.

 L’idea la stuzzicava, ma prima doveva conoscere il suo interlocutore, incontrarlo di persona…

«Dov’è lei ora?» aveva interrogato.

«A Parigi e mi fermo per due giorni».

«Potremmo vederci qui o se preferisce a Zurigo. Sarò là a fine giugno, per un’altra mostra» aveva proposto.

«Meglio qui, mi dia il suo indirizzo. Potrebbe andare a lei domani?»

«Va bene! Rue de Grands Augustins, 6. Venga alle quattro del pomeriggio, l’aspetto!»

 Adrienne Lecrouet faceva sempre così. Che fossero uomo, donna o bambino, prima di impegnarsi voleva vederli o almeno vedere una fotografia e basava la sua irrevocabile decisione sulla prima impressione.

 Se sai guardare dentro, una persona tradisce i pensieri più nascosti» ripeteva, convinta. Si riteneva una sensitiva, o almeno parzialmente, e sosteneva di riuscire a percepire un’aura di bene o di male intorno alla gente ma, allo stesso tempo, provava quasi paura superstiziosa all’idea che questo potere le fosse stato concesso per permetterle di scoprire l’intima essenza di ognuno.

«Un ritratto rappresenta l’io, è lo specchio dell’anima» diceva sempre. Per questa ragione preferiva conservare il diritto di decidere quali dovevano essere le sue anime da immortalare, come le definiva con ironia.

 Con il tempo, aveva imparato a lasciarsi la via d’uscita di un cortese rifiuto, gentilmente motivato, se qualcosa di ciò che intuiva o coglieva nello sguardo dei potenziali modelli non la convinceva.

 Quella che agli inizi della sua carriera artistica era stata solo una consuetudine si era trasformata, quasi vent’anni prima, in una scelta precisa, quasi maniacale.

 Allora un ritratto che giudicava un capolavoro, aveva acquisito un legame indiretto, ma torbido con un delitto spaventoso. Il ritratto, che raffigurava due sorelle, era scomparso, sottratto da un mostruoso assassino, un maniaco che aveva barbaramente ucciso la maggiore delle due e ferito e traumatizzato in modo gravissimo l’altra, una bambina di solo otto anni.

Un episodio terribile. Ricordava ogni particolare e si interrogava ancora sul perché.

Allora però, il suo intuito non era bastato. Nessuna premonizione prima, nessun dubbio né ripensamento, mentre lavorava.

Aveva già eseguito due anni prima il ritratto della maggiore delle due ragazze e quello del fratello Charles, quando aveva accettato di dipingere insieme, Marie e Yacinthe de Massenet. Yacinthe, la più piccola, fresca, vivace con la sua spontaneità infantile, quel faccino interessante e gli speciali, luminosi occhi dorati che le ravvivano il volto, l’avevano incantata. Come faceva sempre, aveva scattato alcune foto, buttato giù qualche schizzo a carboncino, poi aveva cominciato a lavorare senza ripensamenti.

L’iniziale senso di facilità, di piacere, si era trasformato in soddisfazione. Si rendeva conto che stava realizzando un ritratto straordinario. Lo vedeva migliorare, crescere. Forse era stata quella la sua colpa. Sopraffatta dal compiacimento, era andata avanti senza soffermarsi a pensare, fino al giorno della tragediaé [...]

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