Libri Magazine - Venerdì 9 giugno 2017

Trump: è un vero puritano. Ecco perché vede il male ovunque. E lo vuole sconfiggere

Trump
© Evan Guest-Flickr

Magazine - Trump, dopo la visita in Vaticano, ha postato una frase su Facebook che suona più o meno così: è stato l'onore più grande della mia vita incontrare sua santità Papa Francesco. Lascio il Vaticano ancora più determinato a perseguire la PACE nel mondo.

Tutti abbiamo notato la faccia sconsolata del papa nella foto che lo ritrae insieme al presidente degli Stati Uniti. Francesco fa parte di quell'America Latina a cui Trump vorrebbe sbarrare ogni ingresso, con il prolungamento del muro. Il papa piccolo piccolo nella foto, Trump enorme, rappresentano simbolicamente i rapporti di forza tra le due Americhe.

È sempre più difficile interpretare la nostra contemporaneità in accelerazione micidiale, la visione ormai da tempo sfugge: è coraggioso quindi che Emiliano Ilardi e Fabio Tarzia, con il sintetico saggio Trump, un puritano alla Casa Bianca, (manifestolibri) provino ad analizzare questo fenomeno. Il libro è uscito a marzo, scritto senz'altro prima, ma come dicevo tutto corre veloce. Magari oggi aggiungerebbero della altre annotazioni. La tesi di fondo è che Trump sia andato a scovare il malumore dell'America profonda, rurale, esclusa dalle élite intellettuali colte, che sostengono l'America ibrida, multiculturale e che risiedono nelle metropoli, di cui Obama è stato il portavoce.

I puritani fin dall'inizio hanno sempre diviso chirurgicamente il bene dal male, è alla base della loro costruzione ideologica. E se Trump è alla costante ricerca del nemico, per combatterlo e mettere in ordine dentro le porte di casa, altro non farebbe che risalire alle radici puritane degli Stati Uniti, diventando simbolicamente il giustiziere, di cui si sente tanto il bisogno.

Gli americani delle origini differenziavano bene il concetto di confine – tra una Stato e l'altro – e quello di frontiera, uno spazio vuoto da conquistare. Ma ora, finita ormai da più di un secolo l'epopea del west, non c'è più spazio dove riposizionarsi e bisogna mettere ordine per creare spazio all'interno del confine, con l'espulsione delle nuove minacce, del diverso, che sia messicano o arabo. Oppure bloccare la globalizzazione incontrollabile. O la delocalizzazione in Cina che crea sempre più disoccupazione negli Stati Uniti. E poi stoppare il web e le élite della Silicon Valley che fagocitano tutto, abbattono i confini e non sono governabili. Così come il micidiale mondo della finanza globalizzata.

Gli autori concludono il loro testo chiedendosi se questo sia un momento di passaggio, di risacca, di assorbimento dei cambiamenti. E magari poi si continuerà a procedere nell'evitabile visione multiculturale. Un quesito veramente da un miliardo di dollari.

Sono stata proprio in California l'estate. E ho un opinione, sono tanti i messicani che hanno votato per Trump, nuovi cittadini statunistensi a cui piace un leader forte, macho, con una donna ornamentale al fianco. Sono cattolici certo, più universalisti, il bene e il male si compenetrano di più nella loro visione, però provengono da una nazione ingovernabile, dove spesso vince la regola del più forte.

Poi trovo tratti comuni tra i populismi europei e quello americano, la colpa secondo me è anche dei social network, Facebook in primo piano. Sulla piattaforma multinazionale tutti si sentono in dovere di criticare gli esperti nei diversi settori magari senza saper nulla, imbottendosi di fake news (bufale). L'invenzione di Mister Z mette tutti sullo stesso piano e dà più spazio a chi ha più seguito. Quindi se la pensi con la pancia e altri milioni la pensano come te, un tempo non avevi strumenti per manifestarlo pubblicamente, ora sì. E quindi orde barbariche di gente incazzata, disoccupata, apre pagine Facebook senza avere nessuna base culturale o conoscenza approfondita di ciò di cui parla, pagine o profili che riescono ad avere un grande seguito. Non demonizzo certo il web di cui sono una pioniera da 17 anni, ma non si può non mettere in evidenza come in questo momento possa essere un veicolo pericoloso per chi non ha difese culturali.

Un ultima cosa, Trump ha vinto anche perché i democratici avevano una candidata debole, con un marito molto poco politically correct, che in più si fa chiamare con il cognome del coniuge. Una figura di donna ben lontana dall'immaginario di donne e uomini colti delle metropoli multietniche americane, le élite appunto. Speriamo in un futuro americano con una donna contemporanea come Michelle come presidente, non si sa mai, magari potrebbe farcela.

Per chi volesse scrivermi una mail: laura.guglielmi@mentelocale.it

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