Libri Magazine - Lunedì 24 aprile 2017

Michela Murgia e la politica, da Futuro Interiore alla passione per la gente

di Roberta Gregori

Pubblichiamo di seguito la terza parte dell’intervista a Michela Murgia (qui la prima e la seconda), realizzata a Parigi il 31 marzo in occasione del festival letterario e culturale Italissimo

Intervista a Michela Murgia

Magazine - Terza parte: la saggistica e la politica

La politica.
«Mi interrogo molto sulle questioni politiche. La mia prima passione non è la letteratura, ma è la gente - e il modo in cui la gente sceglie di stare assieme e prendersi cura gli uni dagli altri».

L’assenza di uno spazio di confronto
«Quando si parla di politica, nessuno pensa più che la politica sia il luogo della nostra rappresentanza. Quando Berlusconi nel ‘94 fondò Forza Italia, fondò per la prima volta un partito che non aveva sezioni. Dal punto di vista politico, quello fu un mutamento strutturale quasi antropologico. La classe dirigente ti dice che non esiste un posto dove dal basso dove tu potrai influire sulle decisioni. Il partito è un luogo di rappresentanza per eccellenza, però, se tu non metti le sezioni, stai dicendo io non ti rappresento, ti rappresento perché tu mi scegli, ma non perché tu ed io ci confrontiamo. L’assenza di questo spazio di confronto, secondo me, è un gravissimo danno sociale, perché tu non mi puoi rappresentare se prima non mi hai ascoltato»

Il ruolo dell’intellettuale
«Il compito dell’intellettuale non è di dare risposte, ma di tenere aperti gli spazi per le domande, finché la politica non si deciderà ad aprire questi spazi».

I processi partecipativi
«In Francia esiste una legge sui processi partecipativi [nda: débat public], in cui tutte le opere che superino i 300 milioni di investimento - opere fortemente impattanti che modificano paesaggi ed abitudini - devono essere sottoposte ad un modello partecipativo, in cui la cittadinanza viene informata e può contribuire anche a modificare la natura dell’opera se necessario. In Italia, poiché questo non esiste, sulle grandi opere nascono i Comitati del No. Se tu tagli fuori la popolazione, la popolazione si organizza per entrare in quella decisione in cui tu volevi escluderla».

Raccontare la malattia e la morte 
«Se tu ti rifiuti di dare un nome alle cose, le cose non smettono di esistere, semplicemente agiscono contro di te. Si può dire morte, si può dire cancro. E tutti i luoghi dove si aiutano le persone a pronunciare queste parole sono luoghi salvifici. Io sono un po’ spaventata dal fatto che in Italia in questo momento, a causa di fatti di cronaca estremamente visibili, la malattia - la condizione della fragilità cronica - venga associata al testamento biologico e all’eutanasia. Ho paura che tutte le persone che si trovano in condizione di non perfetta efficienza possano pensare che l’unica via d’uscita sia quella di  farsi sopprimere o sopprimersi. Non è così. Quello è uno spazio di relazione nuovo ed ulteriore, che non ti vede spaventare troppo. E affinché non ti spaventi, bisogna raccontarlo in modo diverso. Credo che in questo momento non lo stia facendo nessuno. Anzi, una persona lo sta facendo. Si chiama Marina Sozzi, una tanatologa che ha un blog molto seguito, Si può dire morte, la donna che ha scritto il primo rito funebre laico in Italia».

Per approfondire

Michela Murgia: nata a Cabras nel 1972. Nel2006 ha pubblicato Il mondo deve sapere (Isbn), il diario tragicomico di una telefonista precaria che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Tra i suoi libri, Accabadora (Einaudi, 2009), vincitore del Premio Campiello 2010, Chirù (Einaudi, 2015), il saggio Futuro interiore (Einaudi, 2016). I suoi libri sono tradotti in molti paesi.

 Futuro interiore: «È una cosa generativa che deve ancora accadere e deve ancora essere partorito - è una cosa che sta dentro», spiega Michela Murgia. Il saggio esamina il “naufragio sociale” contemporaneo, il ruolo dell’Europa e le conseguenze del suo lento suicidio demografico (l’Europa ha la popolazione più anziana del mondo), il fenomeno delle migrazioni e la ricerca di nuove forme di cittadinanza che non siano basate sul valore del sangue o del suolo, in se’ potenzialmente generatrici di conflitti sociali, ma sul concetto di appartenenza.

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