Libri Magazine - Martedì 11 aprile 2017

Michela Murgia, da Accabadora a Chirù tra narrativa e famiglia

di Roberta Gregori

Pubblichiamo qui di seguito la seconda parte dell’intervista a Michela Murgia, realizzata a Parigi il 31 marzo in occasione del festival letterario e culturale Italissimo. A breve sarà pubblicata anche la terza parte dedicata alla saggistica e ai temi della politica

Intervista a Michela Murgia

Magazine - Seconda Parte: la narrativa e i temi umani

Cosa rappresenta per lei la famiglia?
«La famiglia è la mia ossessione letteraria, io so scrivere soltanto di passaggi ereditari. Sono convinta che tutte le famiglie siano patogene e che, a differenza di quello che scriveva Tolstoj, le famiglie felici non esistano. Per il semplice fatto di aver all’origine una non scelta, le famiglie sono luoghi da cui ci si deve salvare. I figli che nascono in una famiglia non hanno deciso di nascere, sono stati chiamati alla vita da un gesto di genitorialità, ma i genitori a loro volta non hanno deciso i figli. La nascita, l’atto familiare principale, è un appuntamento al buio e a volte si passa tutta la vita a farsi perdonare di essere esattamente quel che ci si aspettava gli uni dagli altri. Quando si dice a qualcuno sei sangue del mio sangue, si sta evocando una ferita. Se fossimo più preparati a trattare le famiglie come ferite, piuttosto che come luoghi sicuri, non ci sorprenderebbero i fatti di cronaca che le riguardano. Vorrei che esistesse un osservatorio sulla famiglia che raccogliesse tutti i delitti commessi in famiglia per rendersi conto che la violenza in famiglia è strutturale, non è occasionale».

Lei scrive spesso dei rapporti tra diverse generazioni...
«Questa è un’altra delle cose che mi seducono oltre modo. Ogni volta che mi trovo davanti alla possibilità di fare interagire una persona molto giovane con una più vecchia mi sembra che lì ci sia qualcosa di meraviglioso. È l’unica macchina del tempo che possediamo. La sensazione che ho è che nella nostra società il fatto che le persone si frequentino solo per tribù anagrafiche distinte ci impedisca di capirci e di capire il nostro tempo».

Quali sono stati i suoi maestri di vita?
«Una lunga lista. Secondo me si impara da chiunque, l’importante è riconoscere nell’altro il dono di darti qualcosa. Ho avuto la fortuna di conoscere molti adulti non giudicanti, che non hanno usato la mia inadeguatezza contro di me. Dal giudizio non ho mai imparato niente. Ho imparato dall’amore, dalla stima, dalla pazienza, qualche volta ho imparato dal silenzio. Tutte le volte che c’è il giudizio che come cade come una mannaia e ti dice “tu non sei…”, che ti definisce secondo le tue inadeguatezze, lì non c’è niente da imparare. E come in Chirú, se tu vuoi fare il violinista e tuo padre si aspetta che tu faccia il farmacista e il tipo di frasi sono dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, etc… cosa vuoi imparare da quello? Da quello impari solo a proteggerti».

Per approfondire

Michela Murgia
Nata a Cabras nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato “Il mondo deve sapere”(Isbn), il diario tragicomico di una telefonista precaria che ha ispirato il film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”. Tra i suoi libri, “Accabadora” (Einaudi, 2009), vincitore del Premio Campiello 2010, “Chirù” (Einaudi, 2015), il saggio “Futuro interiore” (Einaudi, 2016). I suoi libri sono tradotti in molti paesi.

Consigli di lettura: Accabadora
Michela Murgia nei suoi consigli di lettura parla spesso di libri pensati e scritti bene. Il suo Accabadora è uno di questi: un libro da leggere per meglio capire l’opera letteraria della scrittrice sarda, riflettere su questioni importanti e trarre piacere dalla brillante narrazione. In “Accabadora” Murgia ci porta in una Sardegna rurale degli anni ’50 attraverso le vicende della vecchia sarta Tzia Bonaria e della sua fill'e anima, la giovane protagonista Maria. Le due figure sono legate da un rapporto di genitorialità acquisita che non è strano, ma naturale ed intenso quanto quello biologico.  Tzia Bonaria è anche un’accabadora, un’ultima madre che aiuta a porre fine alle sofferenze di chi rimane prigioniero del proprio corpo. I suoi non sono delitti, ma gesti naturali e logici dettati dalla pietà, dove l’atto illecito sarebbe al contrario il non fare nulla. Murgia riesce a parlare di complessi temi contemporanei quali il rapporto adottivo e l’eutanasia con la naturalezza che derivano dalle tradizioni di un mondo arcaico e dagli usi della saggezza popolare. Il libro è dedicato alla madre, a “tutt’e due”.

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