Libri Magazine - Lunedì 3 aprile 2017

Michela Murgia: 'Quante storie' non è solo stroncature

di Roberta Gregori

Pubblichiamo qui di seguito la prima parte dell’intervista a Michela Murgia, realizzata a Parigi il 31 marzo in occasione del festival letterario e culturale Italissimo. La seconda parte, sulla narrativa e i temi umani, sarà pubblicata nei prossimi giorni, seguita, la settima successiva, dalla terza ed ultima parte incentrata sulla saggistica e i temi della politica.

Intervista a Michela Murgia

Magazine - Prima parte: la doppia vita del programma televisivo Quante storie, consigli letterari e stroncature - la legittimazione di esprimere un parere critico

Quante storie, qual è il ruolo dei programmi televisivi culturali oggi soprattutto per i giovani?
«Il programma come Quante storie risponde a una scelta originaria di rete. È la rete che deve decidere che le trasmissioni culturali abbiano un valore di servizio pubblico che prescinda dall’audience, dagli andamenti dello share e dagli investitori pubblicitari. Questa è una scelta che Rai3 ha fatto su Quante Storie e questo ci permette di essere molto liberi e di poter trattare anche argomenti che normalmente non sono considerati televisivi. Tra i giovani io non credo che abbia una grande diffusione, perché va in onda in un orario in cui le persone, diciamo attive, lavorano o vanno a scuola. Infatti, il nostro pubblico ha sessantatré anni di media. Però c’è il supporto dei mezzi telematici, per cui parti della trasmissioni estratte circolano sulla rete e fanno più o meno lo stesso numero di visualizzazioni che corrisponde ai nostri telespettatori la mattina».

Quindi, è un programma che ha una doppia vita. Una è quella del momento in cui va in onda e l’altra e quella che gli regala la rete. Questo può essere un modo per far arrivare delle cose a un’età diversa da quella che si trova in casa alle 12.30.
«Io non credo che la televisione debba avere un’attitudine pedagogica verso i giovani. La televisione del 2017 è molto diversa da quella degli anni ’60, Trasmissioni dedicate all’analfabetismo e alla sua risoluzione, oppure forme comunque didattiche, oggi in televisione non funzionano più. La sfida per chi fa televisione e cultura insieme è trovare una formula che sia allo stesso tempo molto comunicativa, adatta al mezzo e allo stesso tempo efficace, non banale e non semplificativa. Questa è una delle cose più difficili, è una formula in continuo aggiornamento. Il pubblico cambia, cambiano le esigenze, cambiano i linguaggi e adesso c’è anche la concorrenza dei sistemi di veicolazione che non sono la televisione. I giovani la televisione non la guardano quasi più, o se la guardano, certamente non la guardano per informarsi e per formarsi».

Critica letteraria, consigli e stroncature
«La mia rubrica va in onda tutti i giorni e quattro giorni alla settimana io consiglio un libro. Solo un giorno alla settimana io lo sconsiglio. E quel giorno alla settimana, proprio perché in Italia nessuno sconsiglia più libri, al massimo si tace dei libri brutti, fa molto più rumore di tutti gli altri quattro. Per cui, io che faccio la stroncatrice solo per un quinto del mio tempo televisivo, divento la stroncatrice tour court. È una cosa un po' curiosa. Gli strumenti di valutazione di un libro secondo la critica letteraria sono molto complessi e, secondo me, non sono tanto utili al lettore comune, quanto allo specialista, al ricercatore, allo studente che fa lettere pensando che le lettere saranno il suo mestiere.

Non è una cosa che si fa in televisione la critica letteraria. Io sono una lettrice molto attiva, con degli strumenti probabilmente più raffinati di quelli della media dei lettori italiani. In Italia, per essere lettori forti, basta leggere dodici libri all’anno. Io ne leggo il doppio al mese, quindi inevitabilmente ho visto più libri e il mio giudizio su un libro ha più parametri, ma non è un giudizio professionale, è un giudizio personale e sentimentale, che è l’unica cosa che il critico non si può permettere. Io non faccio il mestiere della critica. Servendomi di quel poco di autorevolezza che mi posso essere conquistata con i miei lettori e, con il fatto appunto che mi occupo di leggere libri prevalentemente, consiglio la lettura e spiego perché. Naturalmente le mie motivazioni sono soggettive, non sono scientifiche. Molti si domandano perché il parere soggettivo di Michela Murgia dovrebbe orientare un consiglio oppure no. Perché in questo paese la responsabilità di esprimere un parere non se lo prende nessuno.

Specialmente in un ambiente piccolo come quello culturale, la paura di farsi dei nemici, che un giorno ti potrebbero servire, è sicuramente un rischio. In un paese da tanto tempo disabituato a criticare chi ha una visibilità, chi ha un potere, e chi scrive libri ha un potere (io stronco libri famosi o già in classifica o scritti da persone che hanno una loro visibilità), la speranza è costruire uno spirito minimamente critico. Alcuni si arrabbiano e la prendono male. E’ una disabitudine. Siccome nessuno critica nessuno, chi critica deve essere criticato a sua volta. In realtà, a me quello che stupisce è il continuo tentativo di delegittimare il diritto di dire questo libro non mi è piaciuto».

Per approfondire

Michela Murgia
Nata a Cabras in provincia di Oristano nel 1972. Nel2006 hapubblicato “Il mondo deve sapere”(Isbn), il diario tragicomico di una telefonista precaria che ha ispirato il film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”. Tra i suoi libri, “Accabadora” (Einaudi, 2009), vincitore del Premio Campiello 2010, “Chirù” (Einaudi, 2015), il saggio “Futuro interiore” (Einaudi, 2016). I suoi libri sono tradotti in molti paesi. La rubrica di Michela Murgia in Quante storie (programma di libri e attualità culturale condotto da Corrado Augias): cinque libri alla settimana, quattro consigli e una stroncatura.

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