Attualità Magazine - Lunedì 27 marzo 2017

In campeggio in Australia, tra cacatua e opossum

Cacatua
© Flickr/Michael Korcuska

Magazine - Tre Tramonti

È notte in riva al fiume Colo. Sono dentro la mia piccola tenda da campeggio, sdraiato sul materassino gonfiabile e per consigliarmi il sonno, munito della mia lampada a caschetto, sto leggendo una vecchia biografia di D’Annunzio, oscar Mondadori, scritta da Piero Chiara. Ma il sonno non viene: mi aspetto, pagina dopo pagina, quella svolta esistenziale da parte del Vate che dopo l’ennesimo crollo, dopo l’ultimo fallimento, lo faccia decidere ad affrancarsi dalla girandola di donne trattate come soprammobili, dall’ennesimo fiasco letterario o teatrale e dall’enorme ammontare dei suoi debiti. Ma la svolta non viene.

Qualcos’altro però sta succedendo: in prossimità del mio fragile rifugio posso udire prima uno, poi un secondo e infine un concerto di versi che non riesco a identificare. Mi risulta anche arduo descriverli: il rumore prodotto da una sorta di meccanismo rugginoso che gira su se stesso a intervalli regolari, qualche secondo uno dall’altro, e che termina con un breve cigolio.

Il posto è isolato, una radura ampia non più di un paio di ettari e circondata dalle colline abbastanza irte e ricoperte di eucalipti d’alto fusto e dal sottobosco di felci e piccole palme, che digrada fino a sfiorare il corso d’acqua con un intrico di mangrovie.

La fauna abbonda nei dintorni ed è quindi lecito presumere che di qualche bestia debba trattarsi. La mente corre ai tacchini selvatici, ai pavoni, agli iguana, che si aggirano indisturbati durante il giorno; ma sono tutti, quelli citati, animali diurni che a quest’ora della notte dormono al riparo delle loro tane o appollaiati sul ramo di un albero. Non possono essere neanche i piccoli canguri che saltellando attraversano velocemente la radura al calar del sole: il silenzio della foresta mi rimanda amplificato il loro ritmico abbaiare.

Il posto, il silenzio, la mia scarsa dimestichezza con il bush mi provocano una certa apprensione ma l’ora è tarda, quasi mezzanotte e ora, ad allontanare Morfeo, alle gesta del Pescarese si sono uniti i versi che dicevo e una curiosità quasi impellente.

Così, in mutande, maglietta e lampadina frontale tiro su le cerniere della tenda ed esco fuori al buio assicurandomi di afferrare, appena fuori dal rifugio, il nodoso bastone di quercia che uso per le mie passeggiate boschive.

I suoni cessano immediatamente ed è con un certo sollievo che constato che nelle immediate vicinanze non staziona nessuna belva pericolosa pronta a sbranarmi. Anzi, non vedo proprio nulla e devo frugare tra i rami del ficus sotto il quale ho piazzato la piccola “canadese” per scorgere dei movimenti. Su quegli ammassi di pelo che intravedo nell’oscurità dirigo il fascio di luce e finalmente il mistero è svelato: sono opossum, probabilmente attratti da alcune banane che seppure chiuse in un contenitore termico che tengo in macchina, sono oramai mature e profumate abbastanza da stuzzicare il loro appetito. Non nego che ho un sospiro di sollievo alla vista degli animaletti e imbandalzito dal mancato pericolo, col il bastone colpisco un paio di volte il ramo del ficus a me più vicino, provocando la fuga precipitosa dei mammiferi marsupiali.

Ritorno al riparo, sopprimo un paio di zanzare che nel frattempo vi si erano introdotte attratte dal calore interno e finalmente, dopo aver dato la buonanotte all’eroe di Fiume e spento la tascabile, mi appresso a un meritato riposo. L’ultimo pensiero prima di scivolare nel sonno va al cacatua che immancabilmente, domani all’alba, gracchierà perentorio la sua presa di possesso dell’eucalipto su cui in genere va ad appollaiarsi, quello distante solo qualche decina di metri dalla mia tenda.

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Gracchiare che infatti mi fa da sveglia mattutina: è lui, Crestin, l’ ho soprannominato così per via della cresta che mi mostra minaccioso dall’alto del ramo su cui si è andato a posare.

Certo, scoccia un po’ sacrificare un lento risveglio alle intemperanze del volatile ma del resto sono sicuro che anche lui, da lassù, mi sta mandando a quel paese per l’invasione del suo territorio. D’altra parte l’alternativa, quella che d’abitudine apre la mia giornata, è la radio-sveglia sintonizzata sul canale di musica classica: un risveglio più che dignitoso se non fosse seguito dalle mosse routinarie che scandiscono l’inizio di una giornata di lavoro.

Sto caricando la moka per il primo della giornata quando mi giunge una voce rauca da una certa distanza. Distanza che però è quasi del tutto annullata dal silenzio circostante, se si eccettua il gracchiare quasi incessante di quel rompicoglioni di Crestin:

- How are you mate? - mi chiede nel suo slang locale.

Mi volto e a una cinquantina di metri, di fronte al bungalow che deve averlo ospitato per la notte, sta seduto su una sedia da campeggio un uomo di una settantina d’anni, i pochi capelli bianchi tirati all’indietro, un bel paio di folti baffi e qualche chilo di troppo che un accenno di pancetta e un bel rotolo sotto il mento testimoniano. A qualche passo di distanza è posteggiata sull’erba una Commodore blu che ha visto tempi migliori.

Fa già caldo e lui indossa un paio di pantaloncini corti di cotone e una canottiera blu dozzinale sotto cui si intravede la trama intrecciata di diversi tatuaggi.

- Sto bene, grazie - gli rispondo - e tu?

- Bene grazie. Passata bene la notte? - biascica con tono divertito.

- Non ci lamentiamo, a parte la visita degli opossum a tarda notte.

Si concede una breve risata:

- Sì ti ho sentito vociare per mandarli via. Cosa vuoi, questa è l’Australia.

- Ti va un caffè italiano.

- Ti ringrazio ma io del politically correct me ne sbatto le palle, mi sono già fatto il mio Nescafè solubile.

Interpreto la sua affermazione alla stregua di un velato invito a non invadere la sua privacy.

Del resto anche a me non va di socializzare più di tanto e lascio quindi cadere la conversazione.

Dopo il caffè, come di consueto, preparo le esche e vado a pescare.

Quello della pesca con la canna è una sorta di esercizio telepatico, una lotta mentale, tra il pescatore che pazienta attento a ogni minima vibrazione che attraverso la lenza e le dita che la reggono giunge al proprio cervello e i pesci che nascosti nella profondità delle acque verdognole, sono attratti dal gamberetto infilzato all’amo ma nello stesso tempo avvicinano l’esca con indicibile e giustificata diffidenza.

La mia filosofia si concentra in una semplice affermazione: pesco per mangiare pesce fresco.

Dopo aver ributtato a bagno tre o quattro esemplari troppo piccoli per le misure standard imposte dal regolamento, finalmente una bella orata di tre etti abbocca e combattendo si fa portare a riva.

Ligio al mio comandamento smetto di pescare e raccolta canna, secchio, esche e l’immancabile bastone di quercia - siamo sempre nel selvatico e i rettili da queste parti abbondano - ritorno alla tenda per pulire il pesce e cucinarlo.

Sarà forse l’aroma del soffritto di cipolla e aglio che metto sul fornello prima di aggiungere l’orata spinata e un barattolo di pomodori pelati, sta di fatto che il tipo in calzoncini e canottiera riappare.

- Il profumo è buono - si lascia sfuggire.

- Sarai anche not politically correct - lo incalzo io con un filo di sarcasmo - ma che ne dici di un piatto di pasta con il sugo di orata e pomodoro?

- Fucking wogs (1) - mi apostrofa lui - va bene ci sto, ma stasera vieni da me e facciamo un sacrosanto barbecue australiano.

Una stretta di mano vigorosa sancisce l’accordo.

Tra una forchettata e l’altra indico i suoi numerosi tatuaggi e chiedo lumi in proposito.

Mi risponde con una specia di grugnito e masticando i tortiglioni al dente ben conditi mi mette al corrente:

- Questi, amico mio, probabilmente sono più vecchi di te.

Niente altro! Ossevo senza fare ulteriori commenti il suo viso segnato da rughe abbastanza profonde, il marchio di un’esistenza vissuta; i suoi occhi azzurri esprimono una risolutezza di fondo dietro cui però traspare un sorta di pacata accettazione di quel che la vita deve avergli riservato.

Per un fuggevole attimo mi viene in mente la ballata del Faber, quella del pescatore.

Dopo il pasto italico, accompagnato da un bicchiere di australianissimo cabernet, i suoi complimenti per il gustoso diversivo gastronomico e la sigaretta di ordinanza, fumata in rigoroso silenzio, mi ringrazia, mi saluta con un cenno del capo e si ritira per una pennichella. Non mi resta, vista l’ombra del ficus, che imitarlo mentre provo un piacevole senso di gratitudine per tanta compostezza e discrezione. Siamo in ferie, no?

(1) Wog è un termine coniato dalla già presente comunità anglofona negli anni della grande ondata migratoria in Australia (’50 - ’70) che lo usava in senso discriminatorio ed offensivo rivolgendolo agli immigrati provenienti dai Paesi nel sud Europa (Italia, Grecia, Spagna). Con gli anni è diventato un appellativo che ha perso ogni valenza offensiva, come in questo caso.

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Butch ha detto di chiamarsi, che è come dire Tizio: non è un nome ma un diminutivo di butcher, macellaio, un soprannome tanto perché lo si idenfichi senza svelare la sua vera identità.

Dal canto mio ho dovuto ripetere scandendolo tre volte il mio nome di battesimo, Amedeo, Amedeo, A-me-de-o, prima che riuscisse a ripeterlo in maniera comprensibile.

Barbecue doveva essere e barbecue è: un paio di bistecche di manzo e qualche salsiccia sui cui componenti preferisco sorvolare per non apparire scostumato.

Ho portato del vino: mi ha ringraziato ma con fare deciso mi ha detto che quella era una cena aussie e che quindi avremmo bevuto birra.

Per evitare l’assalto delle zanzare mangiamo dentro il bungalow seduti a un tavolo ricoperto di formìca, in piatti di plastica e con i tovaglioli di carta. La birra si beve in canna. Parliamo di aria fritta: il tempo, la tranquillità del posto, le esche.

Poi, dopo l’imprescindibile spruzzata di repellente per insetti, usciamo per la fumata di prammatica. Il silenzio della sera, i versi degli animali che provengono dal bosco, il cielo punteggiato di stelle, inducono al silenzio.

Fuma e mi sbircia di straforo: in due o tre occasioni lo colgo nell’atto, almeno apparente stando alla bocca semiaperta, di voler dire qualcosa ma quando, per naturale reazione, mi volto verso di lui e lo guardo in faccia, richiude la bocca e rimane muto.

- Un’altra birra? - mi fa.

- Perché no - replico - mica dobbiamo guidare.

Sorride e rientra nel bungalow. Sta via un minuto e ritorna con due bottigliette di birra ghiacciata nella mano sinistra e una bottiglia di rum giamaicano e due bicchierini da cichetto, shot, come si dice qui, in quella destra.

- Delle volte si può andare lontano anche senza guidare - sentenzia serio.

- Cosa intendi dire? - gli chiedo incuriosito.

- Bevi Ar-ma-di-o - mi ingiunge per tutta risposta, storpiando il mio nome e spingendo verso di me il bicchierino stracolmo di liquore.

Al terzo cichetto improvvisamente sbotta:

- Ti sei spaventato stanotte, vero? Sei cittadino, non c’è da meravigliarsi - afferma ridendo.

Non ho difficoltà ad ammettere che sì, pur rendendomi conto che di un animale doveva trattarsi, ero preoccupato ed ero pronto, usando il bastone, a difendermi.

- Perché - gli chiedo - tu sei un uomo dell’outback?

- Non esattamente - puntualizza - sono un cittadino come te, di Melbourne per l’ esattezza, anche se da parecchi anni vivo ritirato in luoghi poco frequentati.

- Una scelta di vita - indago discretamente

- Fino a un certo punto. Quando si fanno certe esperienze e nel farle si impara a capire la natura umana, isolarsi e limitare i contatti sociali al massimo rimane l’unica scelta per non tornare a soffrire, per evitare di ripetere gli stessi errori o essere travolti da quelli degli altri.

Un po’ tortuoso come concetto, mi viene da pensare: sono convinto che la crescita acquisita attraverso le nostre esperienze, anche quelle rivelatesi sbagliate, dovrebbe poi essere messa a disposizione se non di tutti, almeno delle persone che ci sono care.

Glielo dico e lui lascia andare una risata amara:

- Le persone che ci sono care? - mi chiede con un tono intriso di sarcasmo - e chi sarebbero queste persone? La moglie, i figli, gli amici? Ti ripeto, quando si fanno certe esperienze tutto scompare senza lasciare traccia dietro di sé.

È il mio turno di sbottare adesso:

- D’accordo Butch ma a questo punto o mi spieghi quali sono queste esperienze oppure beviamo l’ultima volta e poi andiamocene a dormire. Con tutto il rispetto, mi pare che ti piaccia parecchio giocare con i doppisensi e i misteri.

- Hai ragione, ci ho giocherellato intorno troppo e sono stato io tirare in ballo l’argomento.

Mi fissa con una intensità a cui riesco a dare una giustificazione solo dopo che ha parlato:

- Mi hai chiesto dei tatuaggi stamattina no? Me li sono fatti fare in carcere. Sono stato in galera, mi sono fatto ventuno anni a Goulburn.

- Caspita, ventuno anni sono...

- Una vita - conclude lui e adesso che gli argini sono rotti diventa un fiume in piena:

- Ho ammazzato un uomo. Era wog, come te, un italiano. È successo nel settantasette. Gli dovevo dei soldi, una partita di marijuana, poca roba mezzo chilo, qualche migliaio di dollari. L’avevo presa come altre volte a credito, me la davano sulla fiducia, si fidavano di me, non avevo mai sgarrato con loro.

La rivendevo e mi ci usciva da fumare a gratis più qualche dollaro che mettevo sui cavalli che loro stessi mi indicavano e così arrotondavo. Ero sposato e avevamo un figlio piccolo, i soldi non bastavano mai. Ma quella volta qualcosa andò storto e durante il giorno, mentre io ero al lavoro nel deposito di uno spedizioniere, mi rubarono il malloppo. Poi venni a sapere che era stato un figlio di puttana, uno che ai tempi credevo un amico, che spesso girava per casa e che ogni tanto, forse per scrupolo, comprava qualche grammo ma a cui il più delle volte offrivo da fumare, era un amico l’ho detto e insomma, sapeva della fornitura. Si introdusse in casa e si portò via tutto.

- Ma scusa tua moglie...

- Disse che era andata al supermercato e quando era ritornata aveva trovato la casa sottosopra e in particolare il tappeto che nascondeva la botola sotto cui era nascosta la droga era stato rimosso e lo sportello sollevato. Aveva controllato nel buco e il contenitore di plastica dove tenevo l’erba non c’era più.

China il capo e le sua mani, a coppa, salgono a coprirgli il viso. Dalla sua bocca fuoriescono dei versi che toccano il cuore, sembrano i miagolii di un gattino che cerca il contatto con la madre.

Allungo il braccio attraverso il tavolino che ci divide per toccargli la spalla, per offrirgli un cenno tangibile della mia solidarietà. Ma non faccio in tempo a concretizzare il mio proposito perché improvvisamente, come scosso da una scarica elettrica, si risolleva di colpo e dopo aver emesso una specie di grugnito, sputa nel buio in segno di disprezzo.

Poi rimane silenzioso per qualche istante, sembra voler raccogliere le idee prima di riattacare con il suo racconto:

- Ti ho chiesto se hai avuto paura stanotte, ricordi? Poi ho riso. Ho riso perché paragonavo il tuo timore alla paura che provai qualche tempo dopo la scomparsa del malloppo, una sera che rientrando dal lavoro trovai ad attendermi seduto sul divano del salottino il fornitore, quello che mi aveva dato l’erba. Il termine per il pagamento era scaduto, lo sapevo, ma nessuno si era fatto vivo e sapevo di avere la sua fiducia. D’altra parte i soldi per pagare non li avevo, col mio stipendio ci campavamo e basta, non c’erano soldi extra che avrei potuto utilizzare per pagare il debito, non c’erano risparmi messi via, non c’era nessuno a cui avrei potuto chiedere un prestito. Il fatto di trovarlo inaspettatamente lì, sapendo che si trattava di un malavitoso italiano, spaparanzato come se fosse a casa sua, un sorriso sprezzante sulle labbra, la sigaretta accesa con la cenere che cadeva sul tappeto... E poi mia moglie in piedi in cucina con gli occhi impauriti, il bambino attaccato alle sue gonne che frignava, mi fece provare...insomma mi spaventai veramente. Cos’era successo? Perché quella intrusione, quell’atteggiamento spavaldo e intimidatorio dopo le tante volte in cui si erano fatti affari pacificamente con reciproca soddisfazione? Non capivo e il non capire, caro mio, genera paura. Io, a parte quei contatti sporadici e solo per quel motivo, ero sempre stato alla larga da certi ambienti, ero un tipo tranquillo, un frikkettone se vuoi, non un codardo ma neanche un cuor di leone. Insomma, niente da spartire con certa gente.

Resta nuovamente silenzioso per qualche attimo e ne approfitto per intervenire:

- Gli avrai ben spiegato cos’era successo, chiesto una dilazione?

- Ci provai. Mi sedetti davanti a lui ed iniziai a raccontare l’accaduto, dissi del nascondiglio, dissi che ero al lavoro, dissi di mia moglie al supermercato. Lui ascoltava il racconto con uno sguardo divertito, muovendo il capo su e giù come ad assentire e a tratti spalancando la bocca, come se venisse a sapere particolari di quella storia che lo sorprendevano. Mi ero alzato e mi ero diretto verso il frigorifero per prendere un paio di birre: volevo che la situazione si chiarisse, gli avrei garantito il pagamento del dovuto, volevo solo un po’ più di tempo, magari una rateizzazione, ero sempre stato puntuale... Altro momento di riflessione, interrotto solo da certi miagolii da brivido amplificati dal silenzio della foresta che ci circonda: sono gatti selvatici in amore. - - - Quando mi rialzai con le due bottiglie in mano era lì a due passi e mi guardava con un’espressione tra l’incazzato e il disgustato. Te la racconto io una storia, mi disse, quella vera, l’unica: ci devi i soldi e tu lo sai che noi non scherziamo con i nostri debitori. Ti do una settimana di tempo per pagarci, se entro sette giorni non saldi il il tuo debito, potrebbe succedere qualcosa di molto brutto alla signora qui presente. Mentre così diceva si era avvicinato a Narelle, mia moglie, e l’aveva afferrata per un braccio. Lei aveva iniziato a piangere. Per fortuna che il bambino lo aveva portato a letto. Io non so cosa mi sia preso a quella vista: razionalità zero, tutto istinto, posai le birre sul tavolo e mi slanciai verso di lui urlando di lasciarla stare. Malgrado la concitazione del momento disponevo ancora della lucidità necessaria a notare che nel breve istante che impiegavo per aggirare il tavolo e affrontarlo faccia a faccia, egli aveva introdotto la mano rimasta libera sotto la giacca, come a voler prendere qualcosa. In un lampo realizzai che poteva trattarsi di un’arma e mentre mi avvicinavo afferrai un coltello che era sul tavolo, uno di quei coltellacci che si usano in cucina per tagliare la carne, e avventandomi su di lui glielo affondai nel petto. Sfortunatamente quel colpo gli tranciò l’arteria, morì in pochi minuti. Al breve periodo che intercorse tra l’accoltellamento e il mio arresto, mentre mia moglie continuava a piangere e a ripetermi “cosa hai fatto, cosa hai fatto” io ebbi la lucidità di pormi davanti le due alternative che mi rimanevano: darmi alla fuga e nascondendomi alla loro vendetta, che prima o poi, lo sapevo, sarebbe stata portata a termine oppure costituirmi, sperare in una sentenza clemente, visti i fatti, scontare la pena e poi sparire per sempre. Scelsi ovviamente per la seconda. Il resto, come si dice, è storia. Una storia con alcune sorprese, però; e qui riprendo quello che mi dicevi prima sul condividere quello che si impara dalle proprie esperienze, belle o brutte che siano, con coloro a cui si vuole bene. Mia moglie...”perché l’hai fatto, perché l’hai fatto”...risultò che da tempo se la intendeva con il mio presunto amico, quello che mi aveva rubato l’erba, che era lei che lo aveva introdotto in casa e dopo una mattinata passata in piacevole compagnia sul mio letto mentre io scaricavo autotreni, gli aveva confidato dove tenevo il malloppo. Mio figlio poi, è un avvocato di grido adesso, è cresciuto con in testa l’immagine stereotipata del padre delinquente, spacciatore di droga e in ultimo anche assassino, che sua madre gli ha inculcato fin dalla più tenera età. Mai visti una volta in carcere, mai! Quanto a me, il processo peggio non poteva andare. La tesi della difesa passò solo in parte: i giudici riconobbero che avevo ucciso senza premeditazione, ma il fatto che avessi intrattenuto rapporti con la vittima prima dell’omicidio li convinse che il delitto fu compiuto volontariamente e non, come si dice, che fu un incidente dettato dalla paura. Anche perché aldilà del suo gesto intimidatorio, risultò che la vittima non aveva addosso nessuna arma. Ventun anni, caro mio, sono tanti e quando esci non riconosci più il mondo che ti circonda. Tutto cambia rapidamente, non si può più, alla mia età sperare di mettersi in linea con i cambiamenti avvenuti in due decenni. Sono diciotto anni che sono fuori, avevo trentaquattro anni quando il fatto è successo, sono uscito che ero un vecchio. Non c’era nessuno ad attendermi. Da allora girovago, vado su e giù per la costa est, da Brisbane a Bega, più giù non vado, Melbourne la evito. Vivacchio con poco facendo la raccolta della frutta, qualche lavoretto nelle costruzioni, il Centrelink mi dà qualche soldo di pensione, una vita da poco. Ma in questo poco ho ritrovato un equilibrio, una motivazione ad andare avanti, il contatto con la natura, un briciolo di tenerezza quando capita, qualche momento di confidenza con chi mi ispira fiducia. Cose da poco, ma me le faccio bastare. Capisci perché ridevo adesso?

- La paura, vuoi dire?

- Esattamente. Sono restio a farmi dare consigli e anche di più a darne ma una cosa te la voglio dire: non concedere alla paura di controllare il tuo cervello, a meno che non ci sia un motivo più che valido e presente, visibile. Non al punto di spegnere la vita altrui.

Poi improvvisamente cambia tono:

- E stai in campana: la tua tendina poco può fare contro l’attacco di un assassino - e scoppia in una risata che probabilmente per lui vuole essere sdrammatizzante, ma che a me pare decisamente lugubre.

Dopo quello della staffa, ci salutiamo con un semplice “buonanotte”.

Sarà stato il troppo rum, saranno state le immagini vivide che la mia mente ha creato suggestionata dal suo racconto, sarà stato quell’ultima battuta cretina, ma evidentemente efficace, sta di fatto che non ho chiuso occhio tutta la notte, o almeno così credo.

Il dubbio mi assale perché all’alba, appena il chiarore del giorno ha reso le cose visibili e Crestin è tornato a gracchiare, mi sono alzato per preparare la moka e metterla sul fornello.

Appena fuori dalla tenda per prima cosa ho voltato lo sguardo verso il bungalow di Butch: la sua Commodore blu era scomparsa ma io non avevo udito nulla.

Oggi al cinema

Ballerina Di Eric Summer, Éric Warin Animazione Francia, Canada, 2016 Ballerina è la storia di Felicie, una piccola orfana che sogna di diventare un’Etoile all’Opéra di Parigi. Un meraviglioso film d’animazione sull’importanza dei sogni, destinato ad emozionare grandi e piccini e che... Guarda la scheda del film