Magazine - Mercoledì 25 gennaio 2017

Sentite mai il richiamo della foresta? È meglio vivere liberi, parola di Buck

La cagnetta di Marsiglia che ci ha accompagnato in giro per i boschi
© Laura Guglielmi

Magazine - I cani ormai sono sempre più indispensabili per milioni di umani nel mondo. Ci fanno compagnia, non ci fanno sentire soli, sono adoranti. A volte però non riflettiamo abbastanza su quanto noi siamo fondamentali per loro. Senza di noi la loro vita sarebbe grama. Non potrebbero andare in giro per il mondo liberi, scorrazzare nei prati senza qualcuno che li sorvegli, attraversare le strade delle nostre metropoli senza che si noti che sono randagi. Verrebbero catturati oppure semplicemente maltrattati e allontanati, quando si avvicinano alle nostre case sporchi e affamati, in cerca di cibo. Perché potenzialmente pericolosi, magari malati.

In questo periodo i cani, così come i gatti, sono sempre più importanti. Riempiono le nostre vite e suppliscono il bisogno di maternità e paternità. Almeno da noi in Occidente, dove tante persone non mettono al mondo figli. Basta vedere i mi piace su facebook dopo il salvataggio dei tre teneri cuccioli di pastore abruzzese rimasti sotto quella micidiale coltre di neve all'interno dell'Hotel Rigopiano. I social media ci propongono animali domestici in tutte le salse, con le loro tenerezze, le loro intemperanze, la loro capacità di accudire animali di razze diverse. Tanti amici miei hanno cani e li postano sui social. Se il post è efficace, hanno una valanga di commenti. Così quando muoiono i nostri amati animali, si ottiene la stessa interazione su Facebook di quando si parla della scomparsa di parenti o amici cari. Da San Francisco fino a Sesto San Giovanni, sono veramente tanti i cani che girano per le strade con i loro amici umani. Fieri di essere al guinzaglio, contenti della sicurezza di avere qualcuno che pensa a loro.

Mi piace credere comunque che i cani trattati bene dai loro padroni siano la maggioranza, e che siano liberi di esserti amici. In un paesino sopra Genova, che si chiama Marsiglia, abbiamo incontrato una bella cagnetta. Volevamo andare a Canate, un paese abbandonato in mezzo alla montagna. Ci ha seguito tutto il tempo, ci siamo distratti giocando con lei. Così abbiamo sbagliato strada, mentre la seguivamo incantati. Una volta tornati in paese ci hanno raccontato che sì ha una padrona, ma che preferisce dormire all'aria aperta anche con il gelo e andar per boschi sola tutto il giorno.

Perché questa riflessione? Tanto tempo fa mi è arrivato in redazione un libro di Carlo Cassola L'uomo e il cane (Mondadori, 85 pagine, 2014) con una dettagliata introduzione di Vincenzo Pardini. Ebbene, come Jack London nel Richiamo della foresta, lo scrittore italiano racconta la storia dal punto di vista di un cane, che si chiama Jack. Un romanzo duro, commovente, a tratti straziante che racconta come, abbandonato dal padrone, non riesca più ad avere un'identità propria e come l'unico desiderio che muove le sue giornate sia la ricerca di una nuova casa. E di una famiglia, che lo accudisca in cambio del suo onesto lavoro di cane da guardia.

Dopo aver cercato invano riparo, provando a commuovere e a farsi notare da diversi potenziali padroni, tra cui una coppia che ha appena perso il suo cane, e dopo aver rubato il cibo dalle borse dei lavoratori a giornata al bordo dei campi, fa anche amicizia con un gatto, che lo aiuta a sopravvivere in un momento duro, mentre le sue forze sembrano abbandonarlo. Il lettore – a questo punto - crede che possa anche farcela a vivere libero, ma subito si disillude, perché quello che sta cercando Jack è solo qualcuno che lo leghi alla catena, che lo usi per fare la guardia, gli dia da mangiare e un posto dove dormire. Gli costerà cara questa incapacità di vivere la sua libertà. La fine che farà Jack è tragica: incontra un uomo emarginato e solitario, che prima lo accarezza e poi cerca di bruciarlo con un ferro rovente. Nonostante questo il nostro cane non scappa a zampe levate, ma lo aspetta fuori casa. E il losco individuo lo legherà alla catena, proprio come vuole Jack, per poi dimenticarsene. Non vi racconto l'epilogo.

Questa mi pare una grande metafora dei nostri tempi. C'è tanta paura in giro, alimentata a dismisura anche dai media, che fa chiudere tanti nel proprio guscio e cercare una catena che li tenga stretti, invece che sperimentare le diverse forme di libertà. Jack siamo noi, tutti noi, e rischiamo di morire di fame, attaccati alla nostra catena. Avevo sempre diffidato di Carlo Cassola, era anche stato paragonato dal Gruppo '63 a Liala, regina della letteratura rosa del secolo scorso. Ma questo romanzo è eccezionale, da leggere.

Invece tutt'altro epilogo ha la storia di Buck, il cane del Richiamo della foresta di Jack London. Dopo essere stato venduto dal suo padrone, deve sopportare una lunga storia di soprusi, passare di mano in mano, fino a che decide che è meglio stare lontano dagli umani. E si unisce ad un branco di lupi di cui diviene il capo. Ecco, qui c'è lo scatto, il coraggio, il desiderio di costruirsi una vita in libertà cioè di vivere la propria vita. Ed è quello che auguro a tutti noi umani, una vita che valga la pena di essere vissuta.

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