Cultura Magazine - Mercoledì 28 dicembre 2016

Ilaria Bonacossa: «Lascio Villa Croce a gennaio per Artissima»

di Laura Guglielmi e Federica Burlando
Ilaria Bonacossa
© Federica Burlando

Amante dei cavalli, è diventata una «ippomamma»; le piace leggere e un libro è sempre lì, sul suo comodino o in valigia.

Lei è Ilaria Bonacossa. Direttrice artistica del Museo di Villa Croce di Genova, da gennaio 2017 sarà alla guida di Artissima, fiera internazionale di arte contemporanea a Torino. Milanese, dal 2012 ha portato nella città della Lanterna opere di artisti come Tony Conrad, Thomas Grünfeld, fino alla mostra dedicata ad Aldo Mondino. E Tomás Saraceno, che conosceva e apprezzava Genova per aver già esposto a Palazzo Ducale presso la Galleria Pinksummer e presso la Fondazione Garrone in via San Luca.

Decisa, piena di energia, è portatrice sana di una vita in movimento che, partendo da Milano e passando per la città della Mole e dalla Superba, ha esplorato il mondo. Anche quando è venuta a trovarci nella redazione di mentelocale.it era in procinto di prendere un treno.

Con lei abbiamo parlato del suo nuovo incarico a Torino, di Villa Croce (fra passato e anticipazioni per il 2017), di arte e anche di… tempo libero.

Federica Burlando: «Ilaria Bonacossa nuova direttrice di Artissima. Quali saranno i tratti su cui hai pensato di puntare rispetto alla vecchia gestione?»

Ilaria Bonacossa: «La mia entrata ad Artissima sarà sicuramente di continuità e non di rottura, perché secondo me la manifestazione funziona. È una delle fiere che ha un buon track record; non ha mai avuto momenti di crisi grazie a un rapporto forte con le città e le istituzioni. Un elemento su cui bisogna puntare molto è fare sistema. Da Carolyn Christov-Bakargiev che dirige il Castello di Rivoli alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: su queste eccellenze che si hanno intorno bisogna costruire l’attitude della fiera. A Torino esiste un sistema e, pertanto, si deve collaborare per creare degli eventi artistici di rilievo. Il mese dell’arte contemporanea, su cui la città ha puntato, funziona dal momento che tanti attori si concentrano per l’evento di spicco dell’anno. Una delle prime cose che mi vengono in mente è creare un'app. Oggi i cataloghi cartacei sono strumenti piuttosto desueti. Chi desidera camminare portandosi in giro un peso, quando scrivendo in rete il nome della galleria o andando sul sito della fiera stessa può trovare tutti i partecipanti con i vari link? Ormai non ci si può non rendere conto - e voi ne siete il modello - che le modalità di comunicazione sono cambiate. La fiera, in fondo, è una piattaforma editoriale naturale che bisogna capitalizzare attraverso le nuove tecnologie».

Laura Guglielmi: «E allora lasci Villa Croce?»

Ilaria Bonacossa: «Sicuramente si. Non è possibile avere due incarichi di questo genere. Artissima è un lavoro a tempo pieno ed è anche una sfida, una questione di energie, di concentrazione. Per Villa Croce il programma, pur disponendo di risorse limitate, è pronto fino al 2018. Proprio come ha fatto Luca Borzani: me ne sono resa conto dopo aver letto la vostra intervista. Così chi prendere il mio posto non si troverà con l’acqua alla gola».

Laura Guglielmi: «A quanto ammontano queste risorse?»

Ilaria Bonacossa: «Per le mostre a Villa Croce, il budget, per l’anno prossimo, è di circa 40 mila Euro. Poi ci sono gli sponsor: in tutto si arriva sugli 80 mila Euro. Consegnare il programma per un anno è per me una soddisfazione perché significa che hai lavorato seriamente. Lascerò a metà gennaio 2017 così si avrà il tempo di fare un passaggio di consegne ben fatto».

Laura Guglielmi: «Verrà fatto un altro bando?»

Ilaria Bonacossa: «Sicuramente».

Laura Guglielmi: «Con le stesse modalità di quello precedente

Ilaria Bonacossa: «Non conosco i tempi esatti, e non è neppure mia competenza deciderli, ma l’idea è quella che in autunno venga nominata una persona che possa lavorare al programma 2018».

Laura Guglielmi: «Quindi Villa Croce avrà un futuro?»

Ilaria Bonacossa: «Vedo buoni segni anche se sicuramente i fondi devono crescere, i primi anni erano di più. In questo senso penso che anche il fatto che io cambi lavoro dia una scossa a tutte le parti in causa. È come nelle coppie: dopo un po’ che si sta insieme, anche se ci si vuole molto bene, la tendenza è darsi po’ per scontati, mentre al nuovo partner si fanno sorprese. Credo, dunque, che una nuovo amore per Villa Croce possa essere anche un bene».

Laura Guglielmi: «Il ritratto di chi ti sostituirà a Villa Croce? Come vorresti che fosse?»

Ilaria Bonacossa: «Sicuramente entusiasta, perché questo ci vuole per Genova, competente e che creda ancora nel valore della cultura. Penso che ci sia una qualità dell’arte al di là di cosa vende e cosa no. Bisogna sicuramente guardare anche al mercato, dal momento che si opera in questo sistema, credo però si debba mantenere quel lato un po’ utopico che porta a scegliere un artista perché è bravo e non solo perché vende bene».

Laura Guglielmi: «Qualche anticipazione sul programma di Villa Croce 2017?»

Ilaria Bonacossa: «I main show saranno quattro. La prima mostra sarà di Cesare Leonardi, artista designer molto famoso negli anni ’70. Sue opere sono al MoMA e in molte grandi collezioni. Nel libro L’architettura degli alberi ha raffigurato 347 alberi d’inverno e d’estate: per disegnare i parchi è necessario conoscere l’architettura delle piante come fosse un elemento decorativo di un edificio. Poi ha fatto un lavoro meraviglioso fotografando il duomo di Modena per diversi anni riprendendone ogni particolare, come un racconto per dettagli. Questa sarà la sua prima grande mostra in un museo. Dopo avremo la mostra di Riccardo Previdi, in collaborazione con l’IIT - Istituto Italiano di Tecnologia. Giovane artista italiano è stato invitato a Manifesta e alla Biennale di Mosca. Poi, in autunno, è stato a Genova in residenza, a Villa Croce, come parte di Art Test Fest, festival di arte e tecnologia. Previdi, attraverso le nanotecnologie, racconta la fascinazione per il nuovo e dall’altra smaschera l’illusione di infinito progresso. La mostra si chiamerà What’s next?. Verrà esposto inoltre un lavoro, che abbiamo prodotto insieme durante Expo per il Parco della Triennale: una grande scritta, un po’ felliniana, di lampadine che riproduce la parola Open. Dovrebbe essere collocato sul tetto del Museo, rivolto al mare: un bel messaggio - we are open - davanti al Mediterraneo, in un mondo in cui la tecnologia va avanti e, di contro, sta diventando molto chiuso».

Federica Burlando: «Poi?»

Ilaria Bonacossa: «Ci sarà la mostra di Jennifer Guidi, pittrice di Los Angeles che lavora su grandi mandala di sabbia come fossero quadri astratti. Ci piaceva molto l’idea di avere in estate a Villa Croce una mostra dallo spirito californiano. In autunno ritornerà a Genova Stefano Arienti, importante artista italiano che farà una grande mostra dei suoi nuovi lavori in dialogo con quelli della Collezione Ghiringhelli di Villa Croce».

Federica Burlando: «Come è cambiata Villa Croce da quanto sei arrivata? Hai raggiunto gli obiettivi? E quali sono quelli di cui ti ritieni più soddisfatta?»

Ilaria Bonacossa: «Da una parte si. Villa Croce esiste su una mappa non solo nazionale, ma perlomeno europea di arte contemporanea e questa è una grande soddisfazione. Ci sono state bellissime mostre, di cui ha parlato anche gente fuori dalla città: nel circuito dell’arte ormai tutti sanno cos’è Villa Croce. Forse la nota dolente è che la vera sostenibilità del museo, quella con la S maiuscola, non c’è ancora: non siamo molto diversi - a livelli di sostenibilità - da quando sono arrivata. In un paese in cui non c’è tanta abitudine a vedere l’arte contemporanea, la difficoltà è tenere in piedi una macchina. L’arte contemporanea non viene insegnata bene nelle scuole. Tutte le Università americane hanno un piccolo museo dedicato e ciò vuol dire che qualunque studente, anche di legge o di economia, durante il periodo universitario va agli opening di arte contemporanea e quindi diventa un abitudine».

Laura Guglielmi: «Se pensi che a Kassel (città tedesca nella quale si tiene con cadenza quinquennale una delle più importanti manifestazioni internazionali d'arte contemporanea europee n.d.r.) vanno con i pullman da tutta la Germania…»

Ilaria Bonacossa: «E pure con i passeggini. Per loro è come per noi il Festival di Sanremo. A me affascina di più Münster con Skulptur Projekte, che si terrà nel 2017. È arte pubblica di un livello incredibile e, dal momento che ha cadenza decennale, dietro c’è l’idea di una cultura che pianifica su un intervallo di 10 anni, impensabile per la nostra politica».

Laura Guglielmi: «Tornando a Villa Croce, dunque, è più solida, più conosciuta a livello nazionale...»

Ilaria Bonacossa: «E più rispettata. Gli artisti che inviti a fare una mostra possono andare su un bel sito e vedere chi ha esposto. In un mondo dell'arte dove tutti si conoscono e hanno dei rating, avere dei nomi come quello di Tomás Saraceno, per esempio, serve. Questo dà al museo una forza che non va persa. Una mia soddisfazione personale è anche di dimostrare che, se si vuole, pure con pochi fondi, si possono fare cose belle».

Federica Burlando: «In un’intervista rilasciata a mentelocale.it nel 2013 avevi dichiarato che Genova ha una grande presa sugli artisti. Lo pensi ancora?»

Ilaria Bonacossa: «Si, questo è veramente uno degli asset. Ogni artista che stato qui per fare una mostra è diventato un ambasciatore di questa città. Genova è magica, ha un fascino forse dovuto anche in parte alla sua decadenza e al fatto che è un po’ tenuta segreta. Quando la scoprono, è una città di una bellezza sovrannaturale. È un peccato che stia lavorando da troppo pochi anni sulla sua immagine turistica e che le infrastrutture per raggiungerla non siano le migliori. Però in questi anni ho visto crescere il turismo, anche dal punto di vista della qualità. Al Museo vediamo tanti stranieri che arrivano per caso. Gli italiani non andrebbero per caso da nessuna parte…»

Laura Guglielmi: «È un atteggiamento italiano...»

Ilaria Bonacossa: «Sì, d’altra parte se vai nelle case di certi trentenni benestanti genovesi sembrano quelle dei nostri nonni, con le cornici d’argento...»

Federica Burlando: «E le donne? Quanto peso hanno le signore dell’arte oggi?»

Ilaria Bonacossa: «Nel mondo dell’arte contemporanea, notevolissimo. Mentre all’estero c’è una quota Lgbtq molto forte nella direzione dei musei, l’Italia ha preferito le donne. Anzi, rispetto agli uomini, secondo me, siamo in maggioranza perché non si guadagna bene con la cultura».

Federica Burlando: «Parlando d’arte, indicheresti un range di tre artisti di cui ti interessa la ricerca?»

Ilaria Bonacossa: «Tra i tanti, quelli che mi vengono in mente sono Giorgio Andreotta Calò, uno dei giovani del Padiglione Italia (alla Biennale di Venezia 2017 n.d.r.), italiano, di talento e Trisha Donnelly, artista internazionale che sta rivoluzionando le modalità di concepire le opere d’arte. Poi, per me, un assoluto maestro è Pierre Huyghe».

Federica Burlando: «E un artista che ha segnato il tuo modo di concepire l’arte?»

Ilaria Bonacossa: «Forse Cristof Yvoré, di cui ho curato una mostra a Genova; la prima di pittura che abbia mai fatto, un genere che non pensavo potesse interessarmi. Sono andata in studio da lui, mandata da un altro artista perché spesso gli artisti sono i migliori talent scout dei colleghi dal momento che hanno uno sguardo molto generoso, curioso, meno scontato del nostro che quando vediamo i lavori pensiamo subito alla mostra. Sono andata scettica e, invece, non riuscivo a togliermelo dalla testa. Ci ho messo quasi due anni a decidere di fare una mostra e quando l’ho fatto mi interrogavo ancora se non fossi reazionaria. Poi ti rendi conto, che a volte, i lavori un po’ monacali, di un artista che lavora chiuso nel suo studio, hanno una valenza poetica molto forte e che, magari, avere una propria poetica desueta è in qualche modo un gesto di resistenza intellettuale».

Federica Burlando: «Ilaria Bonacossa nel privato. Che cosa ami fare nel tuo tempo libero?»

Ilaria Bonacossa: «Leggere romanzi. Mi piace molto la letteratura contemporanea americana da Jonathan Safran Foer a Jonathan Franzen. Non riesco mai a dormire senza aver letto una pagina. Invece i testi critici li leggo solo per lavoro. E poi portare le mie bambine a montare i pony in campagna vicino a Milano. Ho fatto gare a cavallo per tanto tempo ed è stata la mia grande passione per tutta la mia vita fino all’Università. Sono diventata una ippomamma».

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