Magazine - Mercoledì 21 settembre 2016

California terra di pionieri: dalla Beat Generation alla Silicon Valley

Silicon Valley, la sede di Google
© Shuttestock
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Magazine - Non bisogna essere ricchi per arrivare in questo estremo lembo dell'Occidente. Perché una volta nella vita in California bisogna andarci. Per imbattersi nei miti con cui siamo cresciuti e con cui stanno ancora crescendo le nuove generazioni, da Hollywood alla Silicon Valley. Una terra proiettata verso l'oceano Pacifico e verso l'Oriente, che si spinge sempre più in là, anche geologicamente. Tutti vivono con l'ansia del terremoto, ma nessuno ne parla. E questo senso di precarietà li rende sì vulnerabili, ma forti e creativi.

Dicevo non si deve essere ricchi perché, se ci lavorate un po', un volo di andata e ritorno a 550 euro lo beccate. Noi siamo stati ospiti di due persone magnifiche, ma molti miei amici hanno fatto scambio casa. Si può quindi vivere qualche settimana a Los Angeles o San Francisco senza pagare l'albergo. Viaggiare non è più un problema come un tempo, se si sa come usare il web. E poi internet è un'invenzione soprattutto californiana, o no?

Mi torna in testa questa strofa di una canzone di Alloisio-Martini, “America... dove vive il bene e il male del pensiero Occidentale”, questo è vero soprattutto per la California. Dal Golden Gate Bridge a Santa Monica, dai famosissimi cable (tram) di San Francisco a Hollywood, dall'isola di Alcatraz alla Walk of Fame, non parlerò dei landmark, i luoghi simbolo di questa terra, che ogni buon turista visita, ma racconterò altre storie.

Sono ormai quasi sedici anni che faccio la giornalista web, un tempo infinito. Non potevo non andare in pellegrinaggio nella Silicon Valley, dove quasi tutto ha avuto inizio. Ora sono sul Caltrain che da San Francisco porta a San José, sto attraversando la Silicon Valley, destinazione Stanford University. Gran parte di tutto quello con cui abbiamo a che fare nelle nostre giornate è nato qui. Perché anche se non hai uno smartphone o la connessione a casa, e ormai sono pochi, hai lo stesso a che fare tutti i giorni con zombie – io compresa – che si aggirano per le strade d'Italia fissando lo schermo del cellulare.

Il treno si sta fermando a Menlo Park (quante volte ho letto questo toponimo), sede di Facebook, dopo qualche fermata ecco Mountain View, sede di Google. A due passi Cupertino, sede di Apple, dove si progettano gli I-phone. Le carrozze sono piene di giovani che affollano questa valle in cerca di qualcosa che chissà se troveranno, tutti attaccati al cellulare, alcuni videochattano. Tra le aziende dei loro sogni che qui risiedono: Adobe Systems, Amazon (divisione hardware), Cisco Systems, eBay, Intel, LinkedIn, Microsoft (divisione hardware), NETFLIX, PayPal, Symantec, Tesla Motors, Xerox,Yahoo!

Noi scendiamo a Palo Alto, diretti a Stanford. Il primo server di Google è conservato proprio qui, presso il Jen-Hsun Huang Engineering Center, chiuso in una bacheca e accessibile a tutti, coperto da un pannello di plastica e circondato da mattoncini di lego. Mi commuovo. Larry Page e Sergey Brin erano giovanissimi quando Google ha dato i suoi primi sonori vagiti, e oggi hanno solo 43 anni. Basta scrivere una parola su un computer connesso che ti si spalanca davanti un mondo di parole, immagini, musiche, video. Tutto è nato da quest'oggetto che ho qui di fronte ora (guarda fotogallery). Anche se so bene quanto i sogni rivoluzionari e egualitari degli inizi si siano trasformati in uno dei business più importanti del mondo, ahimè. Incontro un professore proprio vicino al server: «Incredibile averlo qui e vederlo tutti i giorni, certo lo spirito non è più quello dei primi tempi. Se tua mamma non sa dove sei, google sì». Un potere immenso nelle loro mani, insomma. Vedo con piacere che anche qui qualcuno la pensa come me.

Però questo è sicuro: qui si sta facendo la Storia. Non è più nella letteratura, non è più nella musica, non è più nell'arte che si stanno vivendo grandi innovazioni, ma nella tecnologia. Non esistono più nuove teorie in grado di analizzare la complessità del nostro vivere, ma esiste invece una continua elaborazione tecnologia che lo sconvolge quotidianamente. Incontro un altro professore più giovane, un geek entusiasta: «Qui a Stanford e nella Silicon Valley succede così, da una piccola cosa come un server coperto da mattoncini di Lego possono nascere grandi cose. Tutto è possibile qui».

Il campus è pieno di asiatici oggi, che sembra vogliano rincorrere proprio quel sogno. L'ansia da prestazione e la spinta al successo scorrono a fiumi tra questi viali. Negli ultimi anni tanti ragazzi hanno deciso di terminare la loro breve vita sotto alle ruote del Caltrain, il treno con cui siamo arrivati quindi ha le ruote macchiate di sangue. Non erano sicuri di farcela, di diventare ricchi e famosi. Il bene e il male del pensiero occidentale, dicevamo.

Per vedere bene Stanford dall'alto, nel suo splendore di università ben costruita e sommersa dal verde, siamo saliti sulla torre Hoover, posta al centro del college, uno spettacolo. Altri luoghi da visitare sono le due facoltà dedicate a Hewlett e Packard, da loro finanziate, con una mostra permanente. HP vi dice qualcosa vero? Tanti di voi hanno un computer con quelli due iniziali, no? Ebbene Hewlett e Packard si sono conosciuti a Stanford, si sono laureati nel 1939, e hanno dato vita alla loro azienda, che in seguito ha sfornato milioni di computer. Allo Jen-Hsun Huang Engineering Center hanno anche ricostruito il garage dove la loro storia è iniziata e che tutti possono vedere. Poi c'è anche la facoltà sponsorizzata da Bill Gates, il William Gates Building, per la Computer Science.

Ma forse è bello perdersi tra i suoi viali accoglienti, con edifici bassi che si rifanno all'architettura mediterranea e pensare che è un gran lusso studiare in un posto così. Siamo al tramonto, è tutto il giorno che sto vagabondando per questo campus, calpestandone i prati che sembrano cappotti di cachemire, le cicale o i grilli friniscono come in Sardegna. È quasi buio, e le finestre accese sembrano tanti occhi che mi scrutano al microscopio.

Di nuovo sul treno, zeppo di nerd che tornano a San Francisco. Hanno fatto lievitare i prezzi della case e il costo della vita di questa città meravigliosa. Ormai inaccessibile a tanti.

La Silicon Valley è nata mettendo al centro creatività, utopia, capacità dei singoli di creare, libertà di espressione. Aveva uno spirito simile a quello della Beat Generation, nata a San Francisco. Ora però è diventata una pacchia per un discreto numero di milionari, che quello spirito lo hanno perso. Centinaia di migliaia di giovani programmatori approdano qui ogni anno alla ricerca dell'algoritmo giusto da piazzare, che serva a qualche piattaforma e li faccia diventare ricchi. Il loro desiderio è di smettere di lavorare a 40 anni con le tasche piene di soldi. Qualcuno ce la fa.

Vorrei concludere con due riflessioni. Il treno dell'Armtrak che ci ha riportato a Los Angeles da San Francisco ha delle regole fuori dal tempo. Quando arriva sul binario, cerco di salire. Una severa controllora mi guarda male e mi urla di fare la coda. Ma come?, ho prenotato, dico stupita. Faccia la coda immediatamente, mi ordina con il sopracciglio aggrottato.

Accidenti la coda c'è veramente, mi ci infilo: una cinquantina di persone davanti a me. Una volta arrivata al controllo dei biglietti vengo spedita verso una carrozza dove un simpatico controllore mi assegna il posto a sedere. Dopo mezz'ora siamo tutti a bordo e si parte. La stessa trafila in tutte le altre grandi stazioni. Anche questo succede nello Stato più hi-tech del pianeta. Non basterebbe prenotare il posto on line o in biglietteria?

L'ultima volta che sono stata in California era il 2009. Sono passati 8 anni e gli homeless sono aumentati in maniera vertiginosa, a L.A. come a San Francisco. Inoltre, non trovi quasi più nessun ufficio turistico, e un solo impiegato nelle stazioni dei treni e delle metro. Tutto ormai si fa sul web. Che poi i siti informativi non sono mai fatti troppo bene, soprattutto se li navighi da cellulare. Allora mi è venuta in mente questa cosa: il lavoro non c'è anche perché ormai società pubbliche e private pretendono ci si informi solo sui loro siti, così non devono pagare stipendi a impiegati, ma dare dei compensi una-tantum agli sviluppatori. Sarà anche questa la causa dell'aumento incredibile, a vista d'occhio, dei disoccupati e degli homeless, nella terra – la California – dell'hi-tech?

Con questi pensieri torno a Los Angeles, credo che la Silicon Valley mi rimarrà per sempre stampata in testa. La sua atmosfera soft, la mancanza di grattacieli, una distesa infinita di piccoli edifici che a vederla dall'alto sembra la ragnatela del web. Qui si fa la storia. Qui si sono avverati dei sogni. Qui convive il bene e il male del pensiero Occidentale. Ma quanti pensano ancora?

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La mia intenzione era parlare anche di un gruppo di amici italiani che si è trasferito a San Francisco, tra cui un'artista, la direttrice di un museo milanese, un art director che lavora per un magazine e una gallerista. Così per farvi sapere come stanno gli italiani che se ne sono andati via.

E poi volevo raccontarvi di Kerouac, Ginsberg, Steinbeck, e del loro rapporto con la California. Li ho riletti tutti e tre mentre attraversavo questa Terra vulcanica che ti rimane dentro. Poi volevo anche parlare della libreria di Ferlinghetti a San Francisco dove Ginsberg ha debuttato leggendo il famoso Urlo della Beat Generation. Anche gli hippie sono nati qui, ai tempi di Janis Joplin.

Per tutto questo rimando allo spunto di mercoledì prossimo.

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