Magazine - Mercoledì 16 dicembre 2015

Il Delta del Po? Altro che inquinato! Un ecosistema unico

Delta del Po
© Shutterstock
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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Magazine - Verso la fine, dove il fiume incontra il mare. Un lungo percorso che parte ai piedi del Monviso e termina nell’Adriatico. Proprio lì all’estremo limite, c’è il Delta del Po.

Fin da quando siamo piccoli, ci echeggia nella testa questo nome corto, facile da ricordare. Due lettere, la prima maiuscola. Minuscolo e con l’apostrofo, che nessuno più usa, vuol dire poco. Ma lui è tanto, è il Po appunto. Non è certo il Rio della Plata, però è il nostro grande fiume.

Sembra tagliato fuori dal tramestio del mondo, quasi sospeso in un’altra dimensione spazio-temporale, il delta. L’abbiamo attraversato in barca, in bici e in pulmino, una settimana fa. Solo una giornata e mezzo, troppo poco, per entrare davvero in contatto con questo ecosistema delicato e unico.

Non c’è il sole, ma neanche una nebbia intensa. Ci imbarchiamo a Pila diretti verso la foce e sembra davvero di essere sulla luna. Mentre ci allontaniamo dal molo, quasi sfiorando le cavane – i ripari delle barche dei pescatori – sembra di essere in un universo parallelo. Un silenzio interrotto solo dalle nostre voci e dal rumore della barca fluviale.

Pensando al Delta del Po, mi è sempre venuto in mente un pantano pieno di rifiuti, dove si raccolgono gli scarichi industriali e la spazzatura del Nord Italia. Un luogo affascinante, ma impercorribile. Mi rassicurano, raccontandomi che le cose sono migliorate, le fabbriche inquinanti hanno dovuto modificare i loro comportamenti, dopo l'entrata in vigore delle leggi, o spostarsi in Paesi dove non ci sono controlli. Per quando riguarda i rifiuti, tutti ora hanno più coscienza e non li buttano per ogni dove. Il malfatto della seconda metà del Novecento si è sedimentato negli strati inferiori dell'alveo. Le acque e i detriti più recenti, come il legname che viene giù dalle montagne o dal corso del Po, non sono più inquinati. Sandro, la nostra guida, è del 1962. Quando era adolescente, spesso faceva il bagno con gli amici nelle acque del Po: «Mia madre quando tornavo a casa se ne accorgeva subito, odoravo di rinfrescume. Ora non è più così».

Spesso si incontrano uccelli, insoliti altrove, le specie sono 374, se si pensa che in Europa ce ne sono poco più di 500, è un ottimo record. Succede per la biodiversità degli ambienti. L'ultimo tra i nuovi arrivati è il fenicottero. Ha cominciato a nidificare nelle saline di Comacchio. Ora la voce di Sandro si sperde lontana, e la mia mente entra in contatto con questi canneti dalle forme stravaganti, mi fisso a scrutare il Faro di Pila, e le capanne dei cacciatori, mimetizzate tra le canne, per meglio fare agguati agli uccelli. Le spiagge – sta raccontando Sandro - si formano e poi scompaiono, incessantemente. Mi arrivano all'orecchio le sue parole: Busa dritta, Busa di tramontana.

«Il delta è sotto il livello del mare di almeno due metri, anche perché negli anni Cinquanta estraevano il metano». Parole che si confondono con il rollio della barca. Le mie mani ghiacciate battono sul cellulare per prendere appunti. I canali a volte si stringono a volte si allargano. Ora i canneti contornano l'orizzonte. Il delta ha assunto l'aspetto di un lago. Questi posti sono difficili da descrivere, forse solo il silenzio e lo sguardo possono carpirne l'essenza, che sfugge via non appena credi di averla fatta tua.

Ora mi avvicino a Sandro, anche il proprietario della barca si chiama così. Mi racconta che, nel 1989, navigando in queste acque incerte si è perso in mezzo alla nebbia. Nessuno è riuscito a trovarlo e ha trascorso una notte di febbraio sull'isolotto, che stiamo superando. Per sopravvivere al freddo, si è acceso un fuoco, raccogliendo rametti.

I rami del delta sono cinque, ma non bisogna pensare ad un paesaggio usuale. A volte può sembrare monotono, ma è in continua evoluzione. 2000 anni fa il Po sfociava a Ravenna. Se i veneziani non lo avessero dirottato verso sud qualche secolo fa, per paura che compromettesse la laguna, la foce oggi sarebbe a Chioggia. Ora è qui, sospeso tra fiume e mare. Quel limite dove si è mossa spesso la scrittura di Gianni Celati, con annotazioni commoventi su questi posti che sembrano perdersi nel nulla.

Che dire poi dei tanti film d'autore che hanno preso forza da queste atmosfere: Ossessione (1943) di Luchino Visconti, un episodio di Paisà (1946) di Roberto Rossellini, Il mulino del Po (1948) di Alberto Lattuada, Il grido di Michelangelo Antonioni (1957), La donna del fiume (1955) di Mario Soldati, L'agnese va a morire (1976) di Giovanni Montaldo, fino ad arrivare a Notte Italiana e a La giusta distanza, di Carlo Mazzacurati.

Ce li andiamo a godere anche il giorno dopo questi luoghi, inforcando la bici. Diversi sono i percorsi cicloturistici, che collegano posti dai nomi davvero originali, come Donzella, Porto Tolle, Po di Venezia, Cà Dolfin, Scardovari, Gnocchetta. E poi c’è anche il Po di Gnocca, vi risparmio le battute dei colleghi giornalisti, una raffica, mentre Sandro, la nostra guida, ci racconta la storia dei luoghi, a cui è legato in maniera forte e intima. Si possono fare centinaia di chilometri tra bici e barca, incontrando i tipici casoni del delta, messi insieme con le canne palustri.

Tanti i percorsi, un'area molto vasta, dove il fiume però è un forte elemento identitario. Un popolo abituato alla fame, quella vera. Qui siamo in Polesine, un nome in passato percepito come sinonimo di stenti e povertà. Come se non bastasse questo, negli anni Sessanta, questo territorio ha subito alluvioni catastrofiche, quasi una all'anno. E ora, che gran parte dell'Italia spesso si trova sott'acqua con danni ogni volta imprevedibili, qui stanno raccogliendo i risultati di una politica efficace e alluvioni non ne vedono da allora. Udite, udite: non si può costruire se non a trecento metri dall'argine. Se si sradica un albero bisogna piantarne altri dieci. Poi il Delta del Po è diventato anche Parco regionale Veneto nel 1997 e Area MAB Unesco, proprio quest'anno. Insomma, andiamoci piano con i soprusi al territorio.

Ca' Vendramin, così si chiama la maestosa idrovora, oggi museo, costruita agli inizi del secolo scorso. Inghiottiva l'acqua per bonificare il territorio, e combattere la malaria. Al suo interno i vecchi macchinari e pannelli, mappe e foto. Una pausa qui è fondamentale, per carpire quello che è stato il delta. Dopo Ca' Vendramin hanno costruito altre idrovore, oggi sono 39 quelle che lavorano per tenere asciutti i terreni.

Ora siamo a Scardovari, il mare è lì vicino, il nome deriva dai pescatori di scardole, che son pesci piccoli e di acqua dolce. Ma da trent'anni si coltivano le vongole, non se ne può produrre quante se ne vuole, ma solo la quantità che richiede il mercato. Qui si alleva anche l'unica cozza Dop d'Italia, molto richiesta. Sono organizzati, mica scherzano da queste parti. Un'economia di imprese familiari, 400 addetti su 1600 sono donne. Quattromila persone che tutti i giorni, da 30 anni, con il gelo o la canicola, si gettano in acqua. Qui li chiamano vongolari o contadini del mare. Tutte persone molto legate al territorio, hanno piena coscienza di ciò che li circonda.

Il paesaggio oggi senza sole è desolato. Campi coltivati e campi incolti, piccole foreste, e l'argine. Al nostro passaggio volan via poiane e gheppi, ecco ora un airone, lì un gruppo di anatre. Il paesaggio è sempre piatto, però ecco arriva un'intuizione: ogni volta che c'è un muro di terra coperto d'erba in leggera salita che non ti permette di vedere oltre, vuol dire che è un argine. E dall'altra parte, anche se non si può guardare, c'è l'acqua che a breve si tufferà in mare.

Pare una cosa ovvia a dirlo, ma non lo percepisci subito. Ogni spostamento è una scoperta. E ti rendi conto quanto ti può dare un territorio come questo, che un tempo era ai limiti del mondo. E riesce ancora a esserlo. Veniteci, ma usate barca e bici. Il silenzio vi conquisterà

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