Libri Magazine - Martedì 31 marzo 2015

Cade la terra, l'esordio letterario di Carmen Pellegrino

di Martina Pagano
Carmen Pellegrino, autrice di Cade la terra

Magazine - Sarà capitato a tutti di passare in auto fuori città e scorgere un vecchio casolare disabitato, qualche tramezza rimasta in piedi e chiedersi che cosa ci facciano ancora lì, una curiosità che si esaurisce in fretta alla curva successiva.

Dopo aver visitato ruderi di edifici, resti di case, borghi un tempo vissuti e, per ragioni diverse, lasciati per sempre, Carmen Pellegrino è diventata a tutti gli effetti un’abbandonologa, un termine che suona ancora insolito, ma che la Treccani ha già provveduto a introdurre sul suo portale on line. Lei stessa, cilentana, proviene da uno di quei luoghi che a poco a poco si sono svuotati, custodi perenni della memoria.

Per Giunti quest’anno è uscito il suo primo romanzo, Cade la terra (2015, pagg. 224, 14 Eur). Un mosaico di personaggi, in cui protagonista è, senza dubbio, Alento, il paese immaginario che, a causa dell’erosione, sta franando inesorabile. Già poveri, i suoi abitanti hanno dovuto indebitarsi per sistemare muri crepati e tetti pericolanti fino a quando il borgo nuovo, più sicuro, non ha preso forma e la gente ci si è trasferita.

Una sola persona ha deciso di rimanere ad Alento, Estella. Chi è Estella? Una ragazza complicata verrebbe da dire, sveste gli abiti da monaca, torna al paese e diventa istitutrice del detestabile Marcello, figlio di una famiglia benestante che l’accoglie nella casa in cui sceglie di confinarsi, schivando i calcinacci dal tetto, fuggendo dall’amore.
Il personaggio è in parte ispirato all’ultima abitante di Roscigno Vecchia, nel Cilento, da cui la gente si è allontanata a causa del cedimento del terreno.

Come Carmen Pellegrino spiega nelle nota finale, nella sua professione e nel romanzo non c’è nessun gusto macabro per le rovine (cui il suo look vagamente dark potrebbe far pensare). Al contrario si tratta di posti dai quali la morte sembra essere passata per poi andarsene. In altre parole il fascino di borghi, teatri, chiese, fabbriche, stazioni abbandonate è la loro tenacia, la caparbietà con cui sfidano ogni minaccia, dal tempo alla natura, e resistono.
Estella incarna l’ostinata precarietà di Alento. «Nella polvere di queste rovine, in questa polvere che il tempo ha sparpagliato posso riconoscere volti oggetti capelli rimasti fra i sassi, lacci di scarpe confusi con le piccole nervature delle foglie, giunture schiantate e sedie e tavoli e abiti transitori, e una parola per volta, finché avrò vita, imbastirò la storia di questo paese».
La donna ha scelto di convivere con la solitudine, di privarsi della felicità e dell’affetto, ma ne deve pagare il conto. Per non soccombere, ogni anno nella vecchia casa in cui si è isolata compie un rituale, una cena nella quale idealmente convoca alcuni degli abitanti di Alento.

Estella riunisce Cola Forti e la figlia Libera, Consiglio Parisi, Giacinto, Maccabeo, molti di loro uomini e donne dai grandi ideali che si sono battuti contro il potere e l’ignoranza, preparando per i loro figli un futuro felice lontano da quel posto che nessuno ha mai considerato. Sono stati smentiti dagli eventi, dalla guerra, dalla disperazione del paese dedicato alla Madonna della Frana dove sotto i loro piedi si è sgretolato tutto quello in cui avevano sperato. E proprio questo chiedono gli invitati alla padrona di casa, richiamarli alla vita ha solo un senso e cioè riavvolgere il loro passato, sottrarli agli errori commessi: «Se non riuscite a fare a meno di noi,» continua «chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili. Chiamateci per cambiarci i destini». Quei destini che Estella non vuole rovesciare perché per lei, come per Alento, ciò che conta è rimanere.

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