Libri Magazine - Giovedì 23 ottobre 2014

Andrea Bajani: «Ogni storia ha una sua melodia»

di Bruno Osimo
Andrea Bajani
© Einaudi.it

Magazine - Andrea Bajani è uno scrittore fuori dal coro: il suo stile, il suo gusto, le sue scelte formali appartengono a lui prima che a qualsiasi scuola, gruppo, o filone. Ho avuto la fortuna di conoscerlo un anno fa, quando siamo stati invitati in Russia insieme ad altri sette scrittori italiani per un viaggio tra i musei letterari delle regioni a sudovest di Mosca. I suoi romanzi più famosi sono Se consideri le colpe e Ogni promessa, ma ha pubblicato molti altri libri, e articoli su giornali.

Per l’editore Einaudi esce ora un delizioso libriccino con una quarantina di microstorie intitolato La vita non è in ordine alfabetico (130 pp., 12.50 Eur). È un libro che si legge volentieri, con leggerezza, senza per questo essere superificiale. Una leggerezza trasmessa anche dal formato tascabile. Gli ho fatto sette domande, che di per sé sono tentativi di interpretare la sua opera. Ecco cosa mi ha risposto.

Diversamente da quello che succede spesso, i tuoi 38 racconti sono stati scritti apposta per questo volume, non è la raccolta di scritti precedenti di periodi diversi messi insieme occasionalmente per dare vita al prodotto commerciale. Lo si nota dal fatto che la lunghezza è omogenea e seguono alcune "regole" compositive che ti sei dato. Una di queste regole è l'abbandono del lirismo distillato dei tuoi romanzi per abbracciare un linguaggio più quotidiano?
«È vero, quel che tu dici. Però nello stesso tempo è il libro più lirico che io abbia mai scritto. Mi trovo più a mio agio a considerarlo una silloge di poesie narrative, che una raccolta di racconti. In fondo è nato da una specie di ascolto – o di attenzione – alle minutaglie epifaniche, a quei momenti in cui il mondo di colpo, quasi magicamente si disvela. Questo per me è l’essenza della poesia. Appoggiare l’orecchio sui binari, sentire quando un’idea arriva, e poi saper alzare la testa e la penna prima di esserne travolti».

I tuoi racconti sembrano assumere un punto di vista zen: di qualsiasi cosa tu parli, riesci a non prendere mai posizione, ti poni nella condizione dell'osservatore neutrale. Questo programma sembra confermato anche dalla cornice col maestro e le lettere: lasciate in libertà, le lettere hanno prodotto testo. Nella tua poetica attuale l'autore è un osservatore neutrale?
«Rilke diceva che in qualche modo invidiava la posizione delle pecore – se non ricordo male – e quello sguardo dentro cui sembrava non passare niente, o esserci qualcosa di divino. Diciamo che in questo libro miravo allo sguardo della pecora, a quella postura particolare di chi sta dentro le cose ma prova a guardarle senza farne parte del tutto. Diciamo che forse è un modo di far tesoro di quel senso di esclusione così fecondo e così doloroso insieme che viviamo tutti quanti».

Lo stile di ciascun personaggio è diverso, e ce ne sono alcuni che "parlano come mangiano": ti soffermi in ripetizioni tipiche del discorso parlato. È una tecnica che usi per assottigliare la distanza tra narratore e personaggio?
«È più un fatto di musica, direi. Ogni storia ha una sua melodia, che usando le parole significa una diversa modulazione di quei materiali alfabetici con cui siamo condannati a esprimerci. Certo che però sì, hai ragione, parlo al lettore dritto in faccia. Gli do dei tu, letteralmente. Solo che non so il lettore chi sarà, quando scrivo. È come quando si telefonava a caso, da ragazzi, prendendo un nome e un numero dall’elenco del telefono. C’era quella distanza enorme eppure avveniva qualcosa, in quella confidenza casuale. Si creava una – per quanto assurda – relazione. Per me la letteratura sono queste telefonate fatte a caso. In questo libro, mi sono divertito a digitare tanti numeri sulla pulsantiera».

Uno dei motivi che mi è sembrato di cogliere è quello dell'essere fuori luogo, dell'avere pensieri che "non c'entrano" (almeno a livello superficiale). C'è un senso del dovere che induce alcuni personaggi a sentirsi in colpa solo perché in un dato momento non hanno pensieri della stessa solennità di ciò che avviene all'esterno.
«Il grande intellettuale palestinese Edward Said diceva che la condizione ideale per chi di dedica al pensiero è quella dell’esilio. L’esilio, d’altra parte, è il più evidente dei modi di essere fuori. I miei personaggi – e io stesso, in qualche modo – sono tutti esuli dalle cose. Sono finiti più o meno volontariamente oltre confine. È lì che devono trovare un linguaggio nuovo per raccontare quello che in realtà dovrebbero conoscere benissimo. È da quel senso di inadeguatezza e dal bisogno di integrarsi che sgorga la storia con cui cercano di entrare in relazione con qualcuno».

In alcuni racconti, per esempio in «Porte», in poche parole narri una storia piena di colpi di scena. Succedono più "cose" in queste due pagine che in un romanzo intero. Che effetto ti ha fatto questa accelerata? Ti sono rimasti tutti i capelli schiacciati all'indietro?
«In realtà i colpi di scena li viviamo tutti i giorni in segmenti temporali ancora più ristretti. Basta una frase di qualcuno, il pensiero di quello che ci aspetta, lo stupore, la paura, e trasaliamo. Facciamo continui salti sulla sedia, durante la giornata, senza che nessuno se ne accorga. Quando poi ci si mettono di mezzo le parole, e quindi dobbiamo raccontarli, tutto si fa più lungo. Però è vero, in quel racconto ho usato la porta di una casa per raccontare tante vite insieme. Sono tutti i colpi di scena contenuti negli oggetti muti, con cui entriamo in contatto e che raccolgono in silenzio vite che nascono e esistenze che si sfasciano».

Ho l'impressione che tutti i protagonisti abbiano in comune uno stato di precarietà "residenziale": non ce n'è uno che abbia una casa, dei genitori, dei figli in modo percepito come "stabile". Questo motivo, che accomuna questo libro ai tuoi romanzi, rende l'eroe perpetuamente errante. È uno stato prima di tutto mentale?
«Direi di sì. Fa parte di quella tendenza all’esilio – o al nomadismo – di cui dicevamo prima. È quell’inquietudine che rende la vita più difficile e che però determina la ricerca continua di una forma. Che è appunto quello che si fa raccontando una storia: trovare una forma a quel che non ce l’ha, sapendo che andrà in fumo subito dopo. Però ecco quella ricerca di una ‘casa’, ovvero di una storia, rende la vita anche un po’ più interessante…».

In «Nudità» la vergogna e il senso di colpa hanno origine in un sogno, vissuto senza nessuna linea di demarcazione dalla realtà vigile diurna. Ti sembra più grave che uno confonda sogno e realtà o che uno non si accorga che realtà diurna e realtà onirica s'intrecciano di continuo?
«Questa domanda è molto marzullesca, o molto pessoana. Ma in generale, la confusione tra reale e onirico mi diverte di più, forse perché da una parte sola non ci so stare».

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