Libri Magazine - Lunedì 14 aprile 2014

Dentro. Parole e immagini per creare spazi indefiniti

di Marino Magliani
Dario Coletti - Impianti industriali Portoscuso (Ca) - stampa al platino / palladio su carta cotone

Magazine - Dentro (Postart, 2014, 72 pp, 15 Eu) è un libro di materiali iconografici e di testi. Gli autori sono Dario Coletti, per le fotografie, Luca Coser per i collages, e Giacomo Sartori per i testi.

I buchi che faccio è il primo racconto della breve raccolta, e inaugura un po' l'immersione, poi, man mano è come se la voce dell'io narrante sprofondasse, ossia ogni volta si riggettasse a capofitto nella terra, e ogni volta sondasse argille profonde. La costante sono gli l'odore del gas che liberano gli escavatori e l'umore della terra che all'io narrante ricorda l'infanzia, come se la terra non fosse una cosa che egli conosce al momento, ma una terra che arriva da lontano. Una forma archeologica. Una preistoria. La genesi.
Per un ligure quel titolo, Dentro, racconta i quattro quinti di una regione. È entroterra tutto ciò che si stacca dalla riva di un mare e ci fa penetrare terre verticali e profonde. Lo usava un grande scomparso, Elio Lanteri (lui la chiamava Dentroterra), narratore di ligurie non olearie e non azzurre.

Per Giacomo Sartori, che è trentino, Dentro dovrebbe essere lo scavo, penetrazione di carsi e sottosuoli di vigneti e boschi, ma il lettore non trova tracce di luoghi riconoscibili. Ogni racconto penetra e seppellisce di mezzo metro l'essere umano che scava, e la cosa inquietante è che nonostante la discesa continua a mancare la sensazione claustrofobica. L'io narrante si occupa di mostrare i vermi che vivono negli scavi, e i vestiti che si sporcano, e persino la questione dei compensi per quel lavoro, e il rapporto con la moglie e il padre, e il lettore quasi si diverte, lo scavo è l'erpice di Kafka nella Colonia penale, lo scavo non inquieta, inizia come una cosa minuscola, («I buchi li scavo con uno strumento apposito, una sorta di caturaccioli che avvito nel terreno come si stappa una bottiglia di vino», mentre in seguito intervengono escavatori provvisti di benne di acciaio che mordono la terra) quasi diverte, ma dopo un po', anche se non si soffre di claustrofobia, è come se il divertimento finisse, e iniziasse una specie di tortura.

La lingua di Giacomo Sartori è irresistibile, leggendo la sua prosa si contempla il tramonto, le linee dell'ombra si alzano, inesorabilmente, uno cerca gli archi, i picchi, e gli archi e i picchi sono ovunque, si alzano con sincronia, si soffermano su uno spuntone esposto, ma lo coprono subito, danno appena il tempo al lettore di farci il respiro, e proseguono, in linea, senza avanguardie e retroguardie, un attacco in linea, accerchiante. La scrittura di Sartori è una scrittura alla quale si perdona tutto perché è tutto un blocco, lo scavo scende, perfetto, prosegue, gli angoli squadrati, non sappiamo se l'uomo che ha scavato ha trovato difficoltà, pietre, arenaria, livelli marnosi, egli ci racconta lo scavo e ce lo mostra nella sua perfezione. Ci conduce sul bordo.

Marino Magliani: «Giacomo, intanto, quello di analizzare la terra è davvero il tuo lavoro?»

Giacomo Sartori: «Sì, faccio da tempo questo lavoro. Sono agronomo, ma mi sono sempre occupato solo di terra, sotto tanti aspetti diversi. In realtà la terra è molto complicata, perché accanto alla frazione minerale c’è quella organica, assai complessa e poco conosciuta, e soprattutto ha una vita biologica molto attiva, che non si vede, ma che è essenziale per il suo funzionamento. Gli strumenti più moderni (per esempio la genetica molecolare) possono dare una mano, ma non arrivano ancora a rispecchiare questa enorme complicazione. E allora si usano ancora criteri che in altri campi sono ormai ridicolmente obsoleti, quali il colore, l’aspetto. Non riesco quindi a non vedere delle affinità con la scrittura. Anche la scrittura è un’attività che tocca a cose molto complesse e profonde, eppure resta in fondo una pratica molto artigianale».

MM: «Com'è nato questo libro? So che esiste un progetto di mostra. E chi sono gli artisti con cui hai collaborato?»

GS: «Dall’invito di due amici, un fotografo, Dario Coletti, e un pittore, Luca Coser, che avevano in programma una mostra (che si è aperta il 5 aprile a Villa Lagarina, in Trentino, e che durerà fino al 27). Mi hanno chiesto di scrivere dei racconti che accompagnassero le loro opere nel catalogo. E a posteriori ci siamo accorti che i miei testi creano un legame forte tra i loro universi, più tormentato e legato al paesaggio quello del primo, e più intimo quello del secondo, e nello stesso tempo sono in sintonia con entrambi. E quindi diventa tutto un gioco di rimandi. Come sai meglio di chiunque altro, visto che abbiamo fatto un libro di racconti assieme, per me sono molto importanti queste affinità elettive, anche se magari spesso sono sotterranee, e non evidentissime a uno sguardo distratto. E a dir la verità trovo molto riposante poter presentarmi e interagire con altre persone che sento vicine, dopo l’overdose di solitudine della scrittura, che penso ogni persona che scrive prova».

MM: «Conoscendo la tua passione per il teatro (sui cui lavori se vuoi puoi aggiornarci) immaginavo un attore che raccontasse dal profondo di un vero e proprio scavo. La voce ritmata dall'affondo della pala e la terra gettata fuori che si alza oltre la cresta, i colpi del picco. L'odore della terra che invade il teatro, perché l'odore della terra riempie davvero le narici, è l'odore del cosmo, e della terra antica. L'odore della terra stanca di essere sottoterra, un odore che satura».

GS: «Come te, io sono un autodidatta, imparo le cose sul campo, e partendo da forti esigenze interne. Ultimamente ho avuto l’occasione di cimentarmi con qualche testo teatrale, e mi ci sono messo a fondo e provando molto piacere. Ma come suggerisci tu stesso, il mio interesse per il teatro sta soprattutto nella possibilità di confrontarmi con la dimensione della voce. Il che è un po’ paradossale, perché come spettatore nel teatro contemporaneo mi accorgo di preferire in genere le componenti legate alle emozioni visive, o ai movimenti del corpo, in altre parole alla danza. Però è evidente che un testo scritto è una partitura, che può essere suonata in mille modi diversi, e questo è assolutamente affascinante, ma anche stimolante, per scrittori come noi due, che mettiamo al centro il lavoro sulla lingua e sul ritmo. Tu suggerisci la voce profonda e di sapore beckettiano che viene dal profondo, ma potrebbe essere anche una soluzione diversa: in ogni caso sarebbe un di più che si aggiunge alla mia scrittura, e che ne sfrutta delle potenzialità che essa contiene. Ma poi appunto nel teatro ci sono anche i corpi, e gli odori che questi suggeriscono».

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Paterson Di Jim Jarmusch Drammatico U.S.A., 2016 Paterson vive a Paterson nel New Jersey. E' un abitudinario e ama la vita tranquilla. Fa il conducente di autobus, e osserva il mondo attraverso il parabrezza e ascoltando frammenti di dialoghi intorno a lui. Scrive brevi poesie sul suo quaderno, porta... Guarda la scheda del film