Libri Magazine - Lunedì 11 marzo 2013

Giordano Bruno Guerri: «Vi racconto la vita carnale di D'Annunzio»

di Alberto Pezzini
Veduta dall'alto del Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele D'Annunzio
© www.vittoriale.it

Magazine - Il suo ultimo libro è La vita carnale (Mondadori Le Scie, pp. 230, 20 Eu), un canto d'amore assoluto a Gabriele D'Annunzio e alla sua ultima casa, quel Vittoriale degli Italiani che sta sopra Gardone e guarda il lago dall'alto, come se lo avesse incatenato al proprio destino di pietra.

Lui è Giordano Bruno Guerri, storico, scrittore, studioso sempre in cerca di nuove sfide da risolvere con la storia del nostro paese, terra preferita il fascismo ma anche un Sud fatto di sangue inesplorato come quello versato e poi dimenticato, anche per ipocrisia.

Oggi è Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani e Direttore del D'Annunzio Festival di Pescara. Il Vittoriale degli Italiani è una villa eroica che sorge a Gardone: nelle sue stanze che si inseguono come celle dentro circonvoluzioni cerebrali, Gabriele visse la sua ultima esistenza, divorato dalla vecchiaia che gli infliggeva il dolore più acuto e dal sesso di cui aveva bisogno come della cocaina, la polvere folle.

Chi entra in quelle stanze per la prima volta, ne esce stordito, turbato, quasi stranito dalla penuria di luce: sembra acqua quella poca che riesce a penetrare attraverso i vetri policromi.
Una casualità vuole che D'Annunzio – negli ultimi anni della sua vita – si firmasse Guerri.
Anche questa circostanza fa parte del fascino (fascinum in latino significa amuleto) di Bruno Guerri.

Cosa ha spinto un uomo colto come Lei a dedicarsi a questa casa speciale e all'uomo che vi ha abitato insieme alle sue amanti - governanti - infermiere durante gli ultimi anni di una vita eroica?
«Il libro D'Annunzio. L'amante Guerriero è stato la chiave che mi ha introdotto nella Fondazione. Oggi – quando il Vittoriale chiude ai visitatori – a volte stacco tutti gli allarmi e vago per le stanze che D'Annunzio visse come una coperta viva. Le posso assicurare che è emozionante. Non mi sono mai permesso di sedermi sul letto di D'Annunzio ma – ad esempio – mi piace soffermarmi in cucina, un luogo che è capace di trasmettere inesauribili sensazioni anche per un uomo come il Vate che mangiava davvero poco».

È vero che ricopriva d'oro – nonostante questa sua inappetenza d'artista – la cuoca ?
«La ricopriva di carte, anche. Nel senso che esistono migliaia di lettere alla cuoca con cui il Comandante le chiedeva tutto ciò che il suo stomaco gli dettava. Si va dai cannelloni al vitello tonnato. Anche qui però D'Annunzio non usava il telefono per comunicare con questa ala della sua casa. Lui amava la carta, il pennino che scricchiola sui fogli di Fabriano ed anche dall'asciugatura dell'inchiostro è possibile ricevesse un piacere fisico e mentale».

Ci dice come ha fatto a scrivere un libro così nuovo su un uomo come D'Annunzio su cui ormai tutti hanno scritto e detto qualcosa ? Si rende conto che il suo libro può stare a fianco della biografia di Piero Chiara per scintillio e stile?
«La ringrazio per il complimento. Piero Chiara è uno degli scrittori che preferisco anche se come biografo di D'Annunzio lo considero un poco ostile al personaggio. Ho cercato di rendere meglio che ho potuto l'atmosfera del Vittoriale che io considero l'ultimo libro di pietre vive scritto e personalmente diretto da Gabriele d'Annunzio. Per lui quella villa che sorge sopra una collina dove i cipressi vivono come leoni in libertà, restò l'abito più sontuoso che avesse mai indossato.
Ho imparato che questa è la grande differenza tra il Comandante e gli Italiani che vi si recano in visita:tutti noi vi entriamo, nel Vittoriale, mentre Gabriele lo indossava. Pensi che negli ultimi anni di vita D'Annunzio si fece anche sarto:si era dato un'etichetta ben precisa, Gabriele Nuncius Vestiarius fecit, che indicava immediatamente da quali mani e da quale mente provenissero le vestaglie che regalava alle sue amanti».

Da dove arriva il titolo del suo libro?
«Da una lettera di D'Annunzio alla Duse, la sua musa ispiratrice, di cui teneva un calco velato all'interno della sua Officina, la stanza forse più luminosa e semplice della villa dove lavorava.
Io ho voluto scrivere un libro dove quella sua vita violenta, vorace, venisse in qualche modo squadernata alla luce del sole:in queste mie pagine spero di avere messo tutto D'Annunzio, il sesso, la cocaina, il suo rapporto con gli animali e la natura, la bellezza. È proprio vero che non c'è mai fine per un personaggio così profondo come il Comandante. Negli anni 60' anche uno come Arbasino lo considerava il più grande scheletro da Cantina che gli italiani nascondessero in soffitta. Sarà per questo che oggi, invece, il vento è cambiato e si comincia a comprendere – anche grazie all'opera ricostruttiva di Guerri – chi fosse davvero il Superuomo».

Nel pratico va ancora aggiunto che il libro fa finalmente piazza pulita di tutte quelle leggende metropolitane sorte sulla sessualità deviata del Vate: la costola asportata per praticarsi una fellatio in autonomia, la defecazione sul costato francescano e altre amenità del genere. Anche in questo l'opera di Bruno Guerri è stata rinnovatrice come l'acqua (a proposito sapete che la privilegiava rispetto all'alcool di cui si concedeva pochi ed avari bicchieri ?): ha finalmente restituito a D'Annunzio la sua sessualità che - per quanto compulsiva - (catapulta perpetua era uno dei nomignoli che il Vate aveva affibbiato al Principino) potrebbe essere la stessa di oggi, anche se estremizzata come quella di chi vorrebbe amoreggiare con più di una donna contemporaneamente, per esempio con madre e figlia.
Un D'Annunzio in qualche modo contemporaneo, finalmente libero da una chiave di lettura sorpassata come chi ne ha sempre parlato male trattandolo come ciarpame.

L'intuizione di Guerri resta anche quella di avere acceso i riflettori sopra una delle più forti e accese qualità del vate: la sua capacità sciamanica di prevedere gli eventi, a parte il calcio che considerò una pratica limitata, di passaggio stagionale.
Il libro termina come l'opera che non finirà mai: Guerri ci confessa che quando un giovane uscirà da quella casa incantevole ed incantata continuando a chiedersi chi fosse d'Annunzio ma con occhi brillanti, quasi attoniti, significherà che avrà lavorato bene.
E anche di lui si potrà dire: ha quel che ha donato.

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