Teatro Magazine Venerdì 28 settembre 2001

Aldo Vinci: attore e regista

Alla scoperta di chi in città lavora a progetti teatrali, che interessano anche la società genovese e le sue problematiche. Abbiamo incontrato Aldo Vinci, attore e regista, classe ’64, genovese. Diplomatosi allo Stabile nell’85, dopo una brillante carriera nel teatro a Roma, è tornato a Genova per dare spazio e voce alla sua idea di teatro come “mestiere utile”, in cui l’attenzione per il pubblico è condizione primaria. Come spiega lui “lavorare con un ragazzino adolescente che, in questura, ha un fascicolo che non finisce più e, nonostante ciò viene a fare quattro ore di prove, senza che nessuno glielo imponga, è una rara soddisfazione e un grande raggiungimento”.
Alto e dalla voce profonda, come un attore vecchio stile, Vinci ci parla del suo lavoro con evidente passione. La piccola scena si apre e lui ci racconta.

Ti senti più attore o più regista?
Nasco attore. Allievo alla scuola dello Stabile, poi giovane attore a Roma, dove ho lavorato con grandi nomi del teatro italiano. Il primo maestro è stato Gabriele Lavia. Appena diplomato mi ha scritturato per Il diavolo e il buon Dio, al Teatro Eliseo. L’anno successivo ero il giudice in Il Volpone, e nella stagione ‘87/’88 ero Ross in Macbeth. Ho lavorato con Calenda, Ferrero, Nanni. E nel ’94 ho incontrato Ronconi: una svolta nella mia carriera. Direi che lui è stato la mia università. Con lui ho lavorato nel Re Lear, in Ruy Blas di Hugo, e nel David Roa di Baricco.

Da Roma a Genova, quando sei rientrato?
Nel 1992, mantenendo il lavoro a Roma, ma cercando di proporre progetti in una città che ritengo abbia grandissime potenzialità inespresse.
Io vivo nel centro storico e lo amo profondamente. Vivendolo mi sono avvicinato alla sua realtà e alle sue problematiche e quindi alla “politica di base”. Per questo in molti mi hanno mal interpretato, pensando che volessi fare il politico. Per me il teatro è un mestiere sociale, utile. Come il lavoro del giornalista o dello scrittore, si tratta di fotografare la realtà e darne una lettura che possa raggiungere un pubblico.
Purtroppo mi sono scontrato con un’oligarchia del potere genovese molto ostinata, e ho vissuto anche una forte discriminazione. Ma io amo Genova e credo molto in questa città, per questo mantengo un’atteggiamento dialettico.
L’anno scorso ho presentato lo spettacolo La coscienza di Zena, un monologo satirico, che ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica, però ha dato fastidio al potere.

Quali progetti per il futuro?
Speravo che un progetto dell’anno scorso potesse avere un seguito. E’ un progetto nato su un concorso dal titolo “100 scuole”, da cui è nato il laboratorio teatrale sperimentale Memorie a confronto finanziato dalla Fondazione San Paolo di Torino, a cui è seguita la messa in scena di in collaborazione con l’Area Linguaggi e la Direzione Servizi alla persona del Comune di Genova, Uisp e Ansaldo. Abbiamo coinvolto, da una parte, i giovani dentro le scuole, ma anche con quelli espulsi dalla realtà scolastica, e dall’altra parte abbiamo interessato anche l’Area Anziani della Uisp, per mettere a confronto la gioventù di ieri con quella di oggi. La ricerca è stata coordinata da un’antropologa di Roma, Marzia Spanu, e le interviste, raccolte negli incontri sono state elaborate dalla scrittrice . Purtroppo, nonostante il successo dell’operazione e dello spettacolo, è seguito il nulla.
Per ritornare alla tua domanda, con l’Associazione Lunaria , con cui collaboro da tempo, proponiamo la versione invernale del Festival di San Matteo, che quest’estate ha avuto un grande successo. Ricordo solo l’incredibile affluenza di pubblico il 20 di agosto per assistere al Prometeo incantenato in greco.
La versione invernale del festival avrebbe come tema gli “estremismi”. Vorremmo affiancare agli spettacoli momenti di discussione, conferenze, letture. E dedicare una giornata di convegno a Claudio Lizza, uno sceneggiatore di talento mancato all’inizio dell’estate, un genovese che la città ha dimenticato.
Personalmente sto poi lavorando con Sandra Verda ad un monologo su Pasolini. Ci stiamo basando soprattutto sui suoi diari, usando come metafora il calcio. L’attore per cui l’abbiamo pensato è Sandro Palmieri.

Si tratta di una scrittura a quattro mani?
No. Mi piace molto lavorare in simbiosi con un’autore, ma sempre rispettando i ruoli. Lavorare con Sandra è un piacere perché è un’artista molto generosa. Sforna materiali ad una velocità incredibile. Una parte è già pronta.

Chi è il tuo pubblico
Non è certo l’insegnante di latino, ma piuttosto il ragazzo di Prà, che come me ha origini popolari. Un pubblico da teatro di strada. Se il pubblico non capisce il tuo lavoro è soprattutto tua la colpa.

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