Libri Magazine - Lunedì 18 gennaio 2010

Il reato di scrivere

Magazine - Inventava spettacoli inesistenti oppure scriveva pezzi diritti al cuore sul teatro a cui odiava andare. Era argentino ma sapeva scrivere in un italiano di seta, come nessun altro. Amava Wittgenstein, leggeva con voracità la rivista Scientific American, era poeta con mille occhi e compagna fissa la solitudine. Era J. Rodolfo Wilcock e l'opera in scaglie pubblicata oggi da Adelphi è Il reato di scrivere (Adelphii, 2010, pag. 88, 6 Eu), una sorta di summa ragionata ed esistenziale della critica letteraria.

Ingegnere civile che sapeva tradurre da quasi ogni lingua (magistrale quella in spagnolo dal The Finnegans Wake di Joyce), scelse di scrivere in italiano perché era la lingua più vicina al latino: la riteneva infinitamente superiore all'inglese, lingua folcloristica. E dove gli sembrava di giocare a scacchi con un sol cavallo e senza torri.

Il reato di scrivere è un manifesto di sincerità corrosiva. È la traduzione in parole della sua magnifica voglia irrefrenabile di dire le cose dispiacendo agli altri. E di spaventare tutte le frasi di circostanza con il pungolo dell'intelligenza. Una lama per pagina. Una ferita ad ogni frase.

Per far intendere come si cerchi di ridicolizzare un giovane scrittore fa l'esempio di Napoleone, portato a cacciare dei conigli che scambia per lepri. Queste sarebbero le novelle ed i racconti. Così, quando lo scrittore verrà persuaso a scrivere un romanzo, scambierà un maiale per un cinghiale selvatico.

Sui premi letterari dice a cuore sciolto quale sia il meccanismo «dell'ambiente falsamente detto umanistico»: se A, B e C, sono tre scrittori e si presentano ad un premio letterario, «la giuria ragionerà così: Benché A sia più grande di B e B più grande di C (grande è migliore scrittore), noi siamo purtroppo costretti a dichiarare che il più grande dei tre è B, perché l'anno scorso non ha ricevuto alcun premio letterario, perché gli altri due scrivono su uno dei quattro giornali rimasti in Italia sgraditi alla sinistra, o perché il figlio di B ha fatto un film che è molto piaciuto ai sindacati».

Il pezzo si intitola La corruzione dei premi e prende le mosse da un articolo breve senza firma apparso sul settimanale L'Espresso di tanti anni fa: «Risulta ormai evidente che i premi letterari non vengono dati agli autori delle opere, ma soprattutto alle scuderie editoriali». È una querelle eterna che Wilcock mette in piazza come alla domenica quando c'è il sole e tutti stanno fuori dalla messa ad aspettare l'uscita per vedere se la moglie del sindaco abbia lo spacco alla gonna. Sua la capacità di dire in maniera cartesiana come stanno le cose.

Mantiene sempre, però, una sorta di rilassata giustificazione scientifica delle umane miserie. È questa la vera sprezzatura: non un finto distacco, ma un effettivo disincanto che giunge alla mente dal ragionamento e dalla conoscenza scientifica. Guarda agli arrivisti come a poveri tapini destinati a pagare un prezzo altissimo, mentre scoperchia un mondo intero indicando il rimedio all'invidia degli altri scrittori: pubblicare all'estero per non alterare gli equilibri interni di una comunità che non è cambiata dalle sue origini contadine.

Wilcock scrisse per anni sul Mondo e poi su L'Espresso. Non si legò mai a nessuno in maniera stabile e tutti cercarono di far sì che le sue opinioni restassero invisibili. Arrivava a distillare le parole dandogli un effetto che sconcertava.

La sua capacità di dispiacere gli altri senza mai scottarsi divenne proverbiale. Il sito a lui dedicato contiene frasi rischiaratrici come albe nella nebbia. La cosa curiosa resta la sua capacità di amalgamare Wittgenstein con la poesia senza alterarne le rispettive qualità organolettiche, e di aver dato voce a poesie che vibrano come acqua attraversata da un brivido. Morì in Italia, a Lubriano vicino a Viterbo.

La sua visione delle lettere restò un godutissimo, personale divertimento. Incentrato sulla capacità che possiedono i poeti ed i grandi scrittori, i quali sono capaci di sostituire le orribili (perché incomprensibili ed in comprensive) persone che ci circondano con esseri immaginati e dunque comprensivi, e quindi supremamente migliori. «La felicità di un artista sta nel poter concepire, come Lewis Carroll a ottant'anni, la vita alla stregua di un dialogo tra una tartaruga ed un termometro».

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